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A Roberto Leydi
Pensieri, ricordi e lavori in corso
di Marino Anesa
anesamar@libero.it
Da diverse parti mi è stato chiesto di scrivere un
ricordo di Roberto Leydi, il grande studioso che ci ha lasciato nel
febbraio scorso a Milano. Fino a oggi non ho voluto farlo, sia perché mi
sentivo e mi sento inadeguato al compito, sia perché in questi casi si
finisce col lasciarsi andare alla retorica e agli accenti patetici.
Roberto detestava cordialmente le celebrazioni, le “rimpatriate”, i “come
eravamo” e posso immaginare cosa pensasse dei necrologi.
Mi sono dovuto arrendere, dopo qualche mese, alle cortesi sollecitazioni
di Enio Esti, che ha garbatamente insistito per avere una mia
testimonianza. Ho finito per convincermi che fosse giusto dire qualcosa,
anche da parte mia, su di un maestro al quale devo molto e che non mi
lascia orfano, ma carico di insegnamenti e ricordi. Lo faccio con piacere
anche per salutare la rinascita, che spero definitiva, di «Brescia
Musica», una rivista alla quale sono legato da un lungo rapporto di
collaborazione e da un particolare affetto.
Qualche appunto biografico
Dopo il necessario preambolo, una breve scheda informativa, per chi non
conoscesse Roberto Leydi. Nato a Ivrea nel 1928, inizia la sua attività
come critico musicale sul quotidiano socialista «Avanti» (dal 1948 al
1951) e poi sul settimanale «L’Europeo» negli anni Sessanta. Nel contempo
sviluppa in varie direzioni i suoi interessi di studio e ricerca. Si
occupa di musica contemporanea, di jazz, di canzoni e di musica popolare
americana.
Nel 1954 Bruno Maderna e Luciano Berio fondano lo Studio di fonologia
della Rai di Milano. Leydi è al loro fianco e scrive i testi per Mimusique
n. 2. Tre modi per sopportare la vita (musica di Berio, Bergamo, 1955) e
Ritratto di città (musica di Berio e Maderna, Rai, 1955). Con Maderna,
arrangiatore e direttore, cura anche due dischi di canzoni di Kurt Weill,
interpretate da Laura Betti.
Notevoli sono i suoi contributi alla diffusione della conoscenza della
musica jazz. Insieme a Pino Maffei collabora alla Enciclopedia del jazz di
Giancarlo Testoni, Arrigo Polillo e Giuseppe Barazzetta (Milano,
Messaggerie Musicali, 1953) e nel 1961 dà alle stampe un’agile biografia
di Sarah Vaughan. Cura le edizioni italiane dei volumi di Iain Lang, Il
jazz (Milano, Mondadori, 1950) e René Chalupt, La vita appassionata di
Gershwin (Milano, Nuova Accademia, 1964). È anche editore della rivista
«Jazz Hot», le cui copertine portano i disegni di Max Huber.
Amico di Paolo Grassi e Giorgio Strehler, collabora a varie iniziative del
Piccolo Teatro di Milano, dove ricopre per alcuni anni la carica di
direttore della scuola. Si occupa anche delle marionette, dei burattini e
di altre forme teatrali “minori” e popolari.
Sulla scia del lavoro di Alan Lomax, approda ben presto
all’etnomusicologia, che diventa la sua attività preminente. Negli anni
1965-1968 realizza, con il contributo del Consiglio Nazionale delle
Ricerche, una campagna di raccolta sulla canzone narrativa in Italia
Settentrionale. In seguito conduce una mole impressionante di ricerche non
solo sulla musica e sui canti popolari italiani, ma anche sulle tradizioni
musicali di altre nazioni europee (Francia, Grecia, Scozia e Spagna) e
dell’Africa del Nord. È uno dei promotori del folk revival in Italia e
partecipa assiduamente ai lavori dei gruppi «Nuovo Canzoniere Italiano»
(da lui fondato con Gianni Bosio nel 1962) e «Almanacco Popolare» (nato
nel 1968).
Cura gli spettacoli teatrali Pietà l’è morta (con Giovanni Pirelli e
Filippo Crivelli), Milanin Milanon (Milano, 1962, con Filippo Crivelli),
Bella ciao (Spoleto, 1964, ancora con Crivelli e Franco Fortini) e infine
Sentite buona gente (Milano, 1967, con Diego Carpitella e Alberto Negrin).
Tutti questi lavori utilizzano materiali di cultura popolare che numerosi
studiosi vanno via via raccogliendo “sul campo”.
Promuove due collane discografiche che oggi costituiscono
un’insostituibile enciclopedia sonora della musica popolare: prima «i
Dischi del Sole» con le Edizioni Bella ciao e l’Istituto Ernesto de
Martino e poi «Albatros» con l’Editoriale Sciascia. Quest’ultima collana
raggiunge circa duecento numeri, divisi in varie sezioni: Documenti
originali del folklore musicale europeo, Documenti originali della musica
etnica del mondo, Usa Folk & Blues, Folk revival e Ricerche
etnomusicologiche - Archivio sonoro (Università degli studi di Bologna -
Dams). Ogni disco reca accurate note di copertina e, nella maggior parte
dei casi, libretti illustrativi con esempi musicali, trascrizione dei
testi e apparati di note e bibliografia.
Dal 1981 è titolare della cattedra di Etnomusicologia al Dams
(Dipartimento delle Arti, musica e spettacolo) dell’Università di Bologna.
Dopo avere lasciato l’insegnamento, continua a svolgere attività di
ricerca e seminariale presso la Scuola superiore di studi umanistici dello
stesso ateneo. Per la sua instancabile attività accademica ha ottenuto il
riconoscimento del premio Dams alla carriera.
Sui temi etnomusicologici cura trasmissioni radiofoniche in Italia e nella
Svizzera Italiana, collabora a varie riviste e realizza una nutrita serie
di pubblicazioni (cfr. elenco in calce), contribuendo in modo decisivo,
insieme a Diego Carpitella, allo sviluppo dell’etnomusicologia italiana.
Piccola cronaca di una grande amicizia
Voglio tracciare brevemente la storia dei miei incontri con Roberto Leydi,
avvenuti prima in modo indiretto, e cioè attraverso i suoi lavori, e poi
con la conoscenza e la frequentazione personale. Questo non certamente per
parlare di me, ma per esemplificare in concreto quello che ritengo sia
stato il suo ruolo fondamentale: un divulgatore di altissimo livello e un
inesauribile promotore di cultura. Altri potrebbero raccontare storie come
la mia, perché Roberto ha sempre offerto amicizia, consigli e sostegno
scientifico a chi si è voluto impegnare nell’ambito delle discipline a lui
care.
Il racconto inizia nel 1972, quando Leydi cura la pubblicazione del numero
5-6 della collana «Quaderni di documentazione regionale» (i famosi QDR),
che reca il titolo Le trasformazione socio-economiche e la cultura
tradizionale in Lombardia. Per me è la folgorazione sulla via
(etnomusicologica) di Damasco. Negli anni 1974 e 1975 seguono i quaderni
14 e 15 dedicati alla cultura popolare delle province di Bergamo e
Brescia. Quante volte ho preso in mano questi tre libri! Li ho letti e
riletti fino a consumarli. Sono state le prime lezioni che ho ricevuto “a
distanza” da Leydi. In quegli anni culturalmente vivaci, connotati anche
da un forte impegno politico, mi sono serviti a chiarire il concetto di
cultura popolare e di fonti orali e a conoscere i ferri del mestiere per
affrontare la ricerca “sul campo”.
Nel 1974 inizio a frequentare la rassegna «Autunno Musicale di Como» che
ogni anno (dalla fine degli anni Sessanta) aveva luogo a Villa Olmo, sulle
rive del lago, luogo ideale per la contemplazione e la riflessione.
All’interno di questa manifestazione Leydi tiene per diversi anni un ciclo
di seminari sulla cultura popolare, invitando suonatori e cantori
tradizionali, provenienti non solo da varie regioni italiane, ma anche da
altri paesi europei. Protagonisti degli incontri sono anche i giovani
studiosi che presentano i risultati delle loro ricerche. Qui ho
l’opportunità di ascoltare dal vivo le sue magistrali lezioni e di
stabilire i primi contatti con lui e con vari ricercatori. Si respira un
clima di entusiasmo e si parte alla scoperta di un mondo, quello popolare,
così “vicino” a noi, ma così poco conosciuto nella sua ricchezza
espressiva. Nel frattempo il sacro fuoco della passione continua ad ardere
e aumenta il desiderio di impegnarmi nella ricerca.
L’occasione è fornita dalla nascita della collana regionale «Mondo
Popolare in Lombardia» (nuova sigla: MPL) - altra creatura di Leydi - che
comprende volumi dedicati alla cultura tradizionale delle singole province
e altri titoli monografici. Nei precedenti quaderni avevo notato le
trascrizioni di alcuni canti registrati a Parre, in Valle Seriana, a pochi
chilometri da casa mia. Da Parre erano transitati diversi ricercatori: nel
1954 i pionieri Alan Lomax e Diego Carpitella, nel 1962 Vittorio
Antonellini e Pietro Sassu e nel 1971 Bruno Pianta. Si trattava però di
assaggi estemporanei, con esiti assai limitati. Mi procuro un registratore
a bobine, un vecchio Grundig dal peso inaudito come tutti i robusti
apparecchi di fabbricazione tedesca, e inizio la campagna di ricerca
insieme all’amico Mario Rondi. Il lavoro dura un anno e i risultati sono
sorprendenti per quantità e qualità di materiale raccolto. In particolare
le sorelle Cossali hanno un vastissimo repertorio di canti. Faccio
ascoltare qualche nastro a Leydi e gli propongo di pubblicare un libro su
Parre. Non ha alcuna esitazione e mi fa prendere subito contatti con
l’équipe del Servizio per la cultura del mondo popolare della Regione
Lombardia. Nel 1978 vede la luce Cultura di un paese. Ricerca a Parre,
sesto volume della collana MPL. Nella prefazione Roberto sottolinea che
questa «almeno per quanto riguarda i canti e le musiche, è la più completa
raccolta pubblicata finora su di un solo paese». Nella stessa collana
pubblicheremo nel 1981 Fiabe bergamasche (volume n. 11), altra impegnativa
ricerca sulle fiabe tradizionali svolta nell’intera provincia. L’équipe
del servizio regionale ha rappresentato in questo periodo un costante e
insostituibile punto di riferimento metodologico e pratico. Senza l’aiuto
e il sostegno di Bruno Pianta, Glauco Sanga e Renata Meazza il lavoro
sarebbe stato più faticoso. Nel frattempo acquisto il mitico registratore
Uher, sempre tedesco, sempre robusto, ma dal peso più umano. Funziona
anche a batteria e può essere portato a spasso con facilità. Mi fa
compagnia per tanti anni e nel 1988 gli affianco, per registrare il
parlato, un minuscolo Sony che si può mettere in tasca. Non ho mai smesso
di registrare e anch’io, come Gianni Bosio, ho cantato l’elogio del
magnetofono (siamo tutti nipotini di Béla Bartók).
Nel 1982 nascono a Bergamo i «Quaderni dell’Archivio della cultura di
base» (ancora una sigla: QACB), diretti da Gianni Barachetti e coordinati
da Mimmo Boninelli, della cui redazione entro a far parte. Roberto Leydi è
fin dai primi numeri un sostenitore dell’iniziativa, che divulga e
incoraggia, anche intervenendo personalmente alla presentazione di qualche
numero. Leydi ha avuto con la provincia di Bergamo un rapporto intenso:
qui è sfollato durante la guerra ed è tornato molte volte nel periodo
1962-1974 per svolgere approfondite ricerche sul canto popolare. Ha
raccolto nel Bergamasco oltre 400 documenti, depositati in copia presso la
Biblioteca «A. Tiraboschi» di Bergamo e catalogati nel n. 8 dei QACB. I
quaderni godono tuttora ottima salute ed è da poco uscito il n. 34 con una
mia ricerca sui complessi di strumenti a plettro. Anche questo lavoro è un
frutto degli insegnamenti di Leydi, che già nel 1985 nel catalogo della
prima rassegna nazionale di strumenti a pizzico, svoltasi a Brescia,
delineava le funzioni e le caratteristiche di questi complessi e la loro
collocazione al confine tra colto e popolare.
Già, i territori di confine. Piacevano tanto a Roberto perché sono quelli
dove avvengono gli scambi, le contaminazioni, le trasformazioni. Sono
stato presto attratto anch’io da questi “luoghi” e così ho iniziate a
occuparmi di bande (musicali, non armate). Ma di questo parlerò tra poco.
Proseguendo in ordine cronologico, arriviamo al termine “etnografia
musicale” (così veniva all’inizio denominata l’etnomusicologia). La
nascita di questa definizione è stata per lungo tempo unanimemente
attribuita al francese Julien Tiersot, che l’ha coniata nel 1900. In un
convegno del 1954 André Schaeffner ricordava di essersi imbattuto nella
citazione di un’opera del 1898 di Amintore Galli (l’autore della musica
dell’Inno dei lavoratori e del Manuale del capomusica), intitolata proprio
Etnografia musicale. Non è una questione di poco conto, perché retrodata
di due anni l’uso del termine e ne assegna il primato della creazione
all’Italia. Dopo quella segnalazione, ripresa più tardi da Diego
Carpitella, cala di nuovo il silenzio sull’introvabile scritto etnografico
di Galli. Nel 1986, ritenendomi ormai maturo per una “missione speciale”,
Leydi mi assegna il compito di scovare quel testo con ogni mezzo. Dopo
vagabondaggi disperati nelle biblioteche più recondite, nell’anno
successivo risolvo il caso. L’opera si è rifugiata alla Biblioteca
Nazionale Centrale di Roma, ma non si tratta di un volume, bensì di una
“carta geografica” con sovrapposti esempi e notizie musicali su vari paesi
d’Europa, Asia e Africa. Vengo premiato con una citazione a pagina 103 del
libro del maestro L’altra musica:
Da tempo con Roberto si pensava, senza fretta, a un lavoro in comune, che
potesse testimoniare il lungo rapporto di amicizia e condivisione delle
gioie della ricerca. Succede nel 1992, quando viene pubblicato nella
collana discografica del Dams dell’Università di Bologna il disco LP 33
giri Canti di tradizione familiare in Val Seriana. Il repertorio della
famiglia Ruggeri di Bondo di Colzate (Bergamo). Nel libretto allegato al
disco io e Roberto ci divertiamo con l’interpretazione di alcuni “canti
problematici” che fanno parte dello straordinario repertorio di questa
“famiglia cantante”. Un repertorio che, pur nel segno della tradizione, è
aperto alle innovazioni suggerite dal mutare dei tempi e dal cambiamento
del gusto. Ed eccoci di nuovo ai territori di confine, come nel caso della
canzone Se Gorizia si vuol maritare, che per il testo trova riscontro nell
noto canto O Venezia che sei la più bella, mentre per la musica si collega
a un canto degli Alpini e all’inno La riscossa del partito liberale
radicale ticinese (1890). Un bell’esempio di contaminazione, da offrire a
quanti vagheggiano la purezza incontaminata delle tradizioni popolari.
Negli anni successivi i contatti col maestro sono continuati sia nella sua
casa di Milano, sia in quella di Orta. A Orta aveva luogo una sorta di mio
pellegrinaggio annuale, che era diventato un rito. E come ogni rito che si
rispetti aveva una sua precisa sequenza. La visita partiva dalla
dépendance dove aveva trasferito montagne di libri dalla sua casa-museo,
ormai a rischio di crollo. Gli portavo i miei libri che man mano uscivano,
oppure qualche curiosità rintracciata sui mercatini. Mi informava delle
novità dei suoi studi e ascoltavo i suoi aneddoti avvolti dal fumo
dell’immancabile sigaro. Poi la paziente e discreta consorte Sandra
Mantovani preparava il pranzo. A tavola non si parlava solo di problemi
etnomusicologici, ma anche di tome piemontesi e stracchini bergamaschi.
La rinascita degli studi sulle bande italiane
È di nuovo merito (o colpa) di Roberto Leydi se mi sono occupato
intensamente di bande musicali. La molla scatta in questo caso con un suo
articolo apparso nel 1979 sulla rivista dell’ARCI «Laboratorio Musica». In
questo scritto, dal titolo Parliamo di bande, Leydi ammonisce: «Credo che
sia arrivato il momento di fare i conti con le bande. Di incominciare,
cioè, a considerare in modo serio e documentato la funzione che le bande
hanno assolto nel passato per la formazione del gusto musicale, per la
diffusione della musica, per la creazione di modi civili e collettivi di
coesione e di solidarietà». In quattro righe è concentrato un vero e
proprio “manifesto” e delineato con precisione un programma di lavoro.
Leydi sottolinea, in particolare, la ricchezza imprevedibile del
repertorio bandistico e offre una prima annotazione sull’essenziale
contributo che le bande hanno dato alla diffusione del melodramma
facendolo giungere, anche in aree lontane dai teatri lirici, a un pubblico
vasto e popolare. Questo fondamentale aspetto della storia musicale
italiana verrà ripreso da Leydi dieci anni più tardi in un ampio saggio
collocato nella Storia dell’opera italiana realizzata dalla Edt. La banda
- è sempre Leydi a puntualizzarlo – è inoltre un centro di educazione
musicale (in molte realtà comunali e cittadine è l’unica scuola di musica
esistente) e un potente strumento di coesione sociale e servizio civico.
Segna con la sua presenza la storia del movimento operaio e le vicende
piccole e grandi delle classi popolari.
Non avevo mai posto alcuna attenzione alle bande e questo articolo mi
sorprende. “Se Roberto Leydi ne parla, sarà un fenomeno importante …”.
Come tutte le cose nuove, anche questo scritto del maestro mi gira nella
testa per qualche anno. Nel 1985 affronto l’argomento e scrivo un volume
sulla banda di Vertova. Mi accorgo ben presto di trovarmi di fronte a un
campo di ricerca vasto e inesplorato. Costruisco faticosamente dei punti
di riferimento e man mano allargo gli orizzonti di studio. Scrivo diversi
testi sul mondo bandistico bergamasco: a Leydi piaceva in modo particolare
Musica in piazza. Ogni volta che andavo a trovarlo ne parlava e spesso lo
prendeva in mano compiaciuto e ne commentava qualche punto. Sono
delicatezze che non si dimenticano. A un certo punto mi dedico per anni
alla compilazione di un dizionario degli autori italiani di musica
bandistica dall’Ottocento ad oggi, in due volumi. Roberto scrive con
entusiasmo la prefazione al primo volume e annota tra l’altro: «Non è
possibile sottrarsi, innanzi a questo lavoro, a un certo senso di
sgomento, immaginando lo sforzo di ricerca documentaria che ha
inevitabilmente richiesto la sua compilazione […]. Un Dizionario con 2640
nomi di autori, per lo più dimenticati dalle cronache musicali, con
relativi dati biografici essenziali e catalogo delle composizioni a
disegnare lo svolgersi di un’attività musicale intensissima, che ha
profondamente inciso nella cultura e nella vita di milioni di italiani e
che la musicologia ha sistematicamente e orgogliosamente voluto ignorare».
I maestri sanno che le parole di apprezzamento fanno bene allo spirito e
che servono da stimolo per il prosieguo del lavoro. Infatti da allora non
mi sono più “liberato” delle bande e attualmente sto aggiornando il mio
amato dizionario. In quell’occasione il maestro mi ha anche nominato suo
consulente bandistico “ad honorem” e in seguito mi interpellava ogni volta
che le sue ricerche lo portavano a qualche documento riferito al mondo
della banda.
Tutti sanno che Roberto era un collezionista famelico di dischi e aveva
iniziato a raccogliere anche dischi di bande. Abbiamo iniziato a preparare
insieme i materiali per un CD con incisioni storiche da dischi 78 giri
delle bande italiane civili e militari. A causa dei molteplici impegni di
entrambi non c’è stato il tempo per concludere il lavoro.
In seguito altri studiosi si sono occupati di ricerche sulle bande.
Maurizio Bignardelli, flautista, ha svolto negli anni 1988-1994 le prime
ricerche sull’attività bandistica nell’Italia meridionale. Antonio Carlini
ha avviato nel 1990, e continua tuttora, importanti studi sul mondo
bandistico trentino e poi sulla storia, le funzioni e il repertorio delle
bande italiane civili e militari. Fulvio Creux, maestro delle bande della
Guardia di Finanza e dell’Esercito, ha avviato una serie di riflessioni su
vari aspetti della pratica bandistica. Angelo De Paola sta dando un
notevole contributo alla documentazione della storia bandistica nel Regno
delle Due Sicilie. Altri ricercatori si sono occupati, anche se
saltuariamente, dell’argomento. Tra questi Alberto Lovatto, Enrico
Strobino, Luca Ferretti, Anna Valentini, Leonardo Tenca e Lorenzo Della
Fonte. Pare incredibile, ma all’origine di questo rinascimento degli studi
bandistici nell’ultimo ventennio c’è quel piccolo scritto di Roberto Leydi
col perentorio invito a “fare i conti” con le bande. Apro una parentesi
per citare un altro dei miei maestri in campo bandistico: il carissimo
Giovanni Ligasacchi, già direttore della Banda Cittadina di Brescia, che
ha sempre messo a mia disposizione la sua grande competenza e mi ha
consentito di contattare i più noti esperti internazionali del mondo
bandistico.
Tante voci amiche e una nota stonata
Roberto Leydi è stato ricordato con affetto e ammirazione su vari giornali
e riviste. Tra gli articoli più significativi (tralasciando gli anonimi
comunicati stampa) apparsi nei mesi scorsi segnalo, in ordine alfabetico
d’autore, quelli di Giacomo Baroffio («Amadeus», aprile), Luciano Berio
(«La Repubblica», 21 febbraio), Cesare Bermani («Il Manifesto», 19
febbraio e «A. Rivista anarchica», n. 3, aprile), Ivan Della Mea («Il
Manifesto», 16 febbraio), Umberto Eco («L’Espresso», 6 marzo), Enrico
Girardi («Corriere della Sera», 18 febbraio), Gian Mario Maletto («Il
Sole-24 Ore», 16 febbraio) e Leonardo Settimelli, («L’Unità», 16
febbraio). La maggior parte di questi scritti è consultabile in internet
alla pagina www.etnostudi.it/Leydi. Inoltre la rivista «Il Cantastorie» è
uscita lo scorso settembre in veste monografica con un numero In ricordo
di Roberto Leydi, che presenta tante commosse testimonianze, tra le quali
ho letto con piacere quelle di Pietro Bianchi, Franco Castelli, Roberto
Lucanero, Renata Meazza, Ivana Monti, Alberto Paleari, Giorgio Vezzani e
Amerigo Vigliermo. Ciascuno traccia un ritratto di Leydi e ricorda i
momenti entusiasmanti degli incontri con lui da studente, da collega di
ricerca o da organizzatore di cultura. Sommando queste immagini parziali,
emerge a poco a poco la figura complessiva e la sua preminenza, in passato
non sempre riconosciuta, nel panorama degli studi musicologici.
Insieme a questo coro di laudi, si è udita anche una voce assai stonata.
Appartiene a Luca Cerchiari, che in una paginetta apparsa sulla rivista
«Suonare News» di aprile si premura di fornirci su Roberto Leydi le
seguenti informazioni e valutazioni: «non era laureato, né aveva alcun
studio musicale alle spalle»; «soprattutto l’appartenenza politica alla
sinistra socialista e alle sue organizzazioni editoriali […] e le amicizia
“giuste” […] lo avevano portato all’insegnamento universitario. […]
Diventò professore ordinario nel 1980 [recte: 1981] con una “valutazione
comparativa” di cui era l’unico partecipante»; «negli anni Cinquanta aveva
cercato di occuparsi anche di musica jazz, ma senza successo, non
possedendone sufficienti competenze»; Diego Carpitella era «di Leydi più
colto».
Davvero una serie di delicatezze, come i lettori possono vedere, che
connotano l’amabile laureato dottor Cerchiari come un raffinato
gentiluomo, anche in considerazione della circostanza in cui ha scelto di
esternare il suo “pensiero”. Avendo letto alcuni suoi libri sulla musica
afroamericana, mi ero fatto di lui un'idea positiva e pertanto il suo
“sfogo”, del quale non conosco l’intima motivazione, mi suona ancora più
sgradevole.
I passi che ho citato mi offrono comunque lo spunto per ulteriori
considerazioni e per ricondurre in positivo le incaute battute. Leydi è
sempre stato orgogliosamente antiaccademico, non solo per formazione, ma
anzitutto per mentalità. Il che non gli ha ovviamente impedito di essere
un docente di grande levatura e di riempire le aule universitarie di
studenti appassionati dalle sue lezioni.
Certo che era di sinistra (come appartenenza ideale e non in senso
banalmente partitico) e frequentava i più colti esponenti del socialismo
milanese e in generale le figure più rappresentative della politica e
della cultura cittadina. In ogni caso era ben lontano dalle forzature
ideologiche e dalle spregiudicatezze politiche che oggi sono più che mai
in auge.
Il suo approccio al jazz negli anni Cinquanta ha un valore pionieristico.
Oggi è molto più facile parlare e scrivere di jazz, avendo a disposizione
mezzo secolo di studi italiani e stranieri sull’argomento. Quanto alla
curiosa classifica degli etnomusicologi (1° Carpitella, 2° Leydi, a quanti
minuti dal vincitore di tappa?) mi inchino di fronte a un così categorico
e competente giudizio che sarà stato, non ne dubito, accuratamente
motivato e ponderato.
La lezione di un maestro
Lascio al loro destino le noterelle di Cerchiari (oh, quanto sarebbe stato
più opportuno il silenzio!) e vado a tessere a modo mio l’elogio del
maestro. Gli insegnamenti di Roberto Leydi sono di quelli che rimangono
bene impressi. Da lui ho avuto tanti suggerimenti. Ho imparato ad esempio:
- a non disprezzare alcuna fonte, anche se di quarta mano. Per
interpretare correttamente i materiali della cultura orale occorre
un’infinità di riferimenti da vari punti di osservazione e ogni piccola
traccia può indicare la strada giusta;
- a non perdermi d’animo quando un testo o un fenomeno risultano
incomprensibili. Molti in questo caso evocano le categorie del misterioso
e dell’arcaico, la notte dei tempi, la poesia spontanea. Diffidare
immediatamente di queste scorciatoie. In molti casi esiste una spiegazione
ben precisa: a volte è dietro l’angolo, in altri casi è un po’ più
difficile da raggiungere, ma questo è il bello della ricerca;
- a considerare i testimoni (detti anche informatori e portatori; tutti
termini orribili, meglio chiamarli con nome e cognome) come persone degne
di rispetto e non prede alle quali carpire in fretta canti e filastrocche.
Evitare anche l’eccesso opposto di mettersi in posizione di devota
subalternità. Ascoltarli anche quando vogliono parlare dei loro guai (la
pensione che non arriva, i malanni, il caro-affitti);
- a porre attenzione alla storia sociale della musica. La musica non è
fatta solo di note: dietro quei suoni ci sono le storie degli uomini e
delle donne che suonano e cantano;
- a dare sempre una mano, fornendo documenti e indicazioni, agli altri
ricercatori che chiedono un aiuto. È una specie di “dovere morale” nei
confronti della categoria e non è propriamente un’opera di misericordia:
arriva sempre il momento in cui si ha bisogno degli altri e la ricerca
progredisce anche con lo scambio reciproco. Non ha alcun senso custodire
gelosamente le proprie scoperte;
- a curare con precisione maniacale gli apparati di note, bibliografie,
discografie. I libri senza note mi intristiscono e suscitano la mia
diffidenza circa l’affidabilità dei testi. Mi danno la sgradevole
sensazione che l’autore voglia rivelare il minimo indispensabile delle sue
scoperte per evitare che altri si mettano sugli stessi percorsi di studio.
I libri invece si scrivono perché vengano letti e usati e le note servono
appunto a indicare spunti di approfondimento per chi vuole saperne di più.
Di ogni libro che prendo in mano guardo subito la bibliografia e le note:
da questi elementi sono già in grado di ricavare un giudizio.
Sull’argomento ha già insistito a suo tempo anche Umberto Eco che, stanco
di vedere tesi sgrammaticate e male in arnese, aveva dato alle stampe
l’aureo libretto Come fare una tesi di laurea.
- a mettere frequentemente le virgolette alte. Il vero studioso non
afferma in continuazione le sue certezze, ma continua a ricercare
possibili verità. Coltivare il dubbio è pratica sana e lodevole. E poi
molte parole sono così polivalenti, se non ambigue! Ad esempio cosa
vogliono dire “popolare” e “colto”? Me lo sto chiedendo ancora oggi.
Tre punti di domanda
Per dare a questo scritto anche il carattere di uno strumento di lavoro,
voglio ricordare come il compito dell’etnomusicologo sia costellato -
forse più di ogni altra attività, data la vastità degli elementi che
interagiscono e la natura delle fonti - di quesiti irrisolti, dati
apparentemente inspiegabili, “errori” che poi si dimostrano verità e
“verità” che perdono l’aureola.
A volte occorrono anni per chiarire alcune cose e poi improvvisamente la
spiegazione appare quasi per caso, mentre ci si sta occupando di
tutt’altro. Con Roberto ci siamo spesso scambiati (con la gioia un po’
infantile del collezionista che dopo anni di ricerche trova il pezzo
mancante dalla sua collezione di santini o di scatole di fiammiferi) i
risultati di queste minuziose investigazioni. Due esempi li ho già
segnalati in queste note (l’etnografia di Galli e la canzone di Gorizia),
ma sono rimasti in sospeso tre quesiti, che ancora cercano una risposta
soddisfacente.
Li propongo ai lettori: chissà che non ne derivi qualche indicazione.
1 - La melodia del canto partigiano piemontese Marciam, marciam
deriverebbe, secondo alcune fonti da una canzone dei bersaglieri e secondo
altre dalla marcia per banda Passa il reggimento, composta da Alfredo
Palombi (Roma, 1875 - 1954). Lo segnalava Leydi nella relazione presentata
al convegno biellese del 1998 su Canzoni e Resistenza. Roberto mi aveva
chiesto di rintracciare la partitura della marcia, ma all’epoca non c’ero
riuscito. L’ho scovata pochi mesi fa in un archivio bandistico trentino e
ho potuto così verificare che il motivo musicale del canto partigiano non
ha alcuna relazione con la marcia di Palombi pubblicata dalle edizioni
Ortipe di Roma. I casi sono due: o la fonte orale che ha comunicato la
“parentela” tra canto e marcia è inesatta, oppure esiste una marcia Passa
il reggimento composta da un altro autore. Per chi volesse cimentarsi
nella soluzione del problema, pubblico la trascrizione della linea
melodica del canto (Tav. 1).
2 - In quale anno è stato composto l’Inno degli Alpini e chi ne è autore?
Si tratta del canto Valore alpino, citato comunemente come Trentatré o
Inno degli Alpini. Ne presento qualche rigo da un’edizione degli anni
Trenta, stampata a Parigi da Eveillard et Jacquot (Tav. 2). Le parole sono
di Alfred d’Estel e la musica è attribuita a D. Trave. Anche nei dischi
incisi dalle fanfare alpine italiane l’autore viene indicato col cognome
Trave o Travé, a volte preceduto da D. come iniziale del nome. Alcune
fonti recano il nome per esteso: Domenico Trave. Non ho trovato alcuna
notizia biografica su di lui e non sono neppure convinto che sia il vero
autore del canto. Il brano potrebbe anche risalire al 1873, anno di
costituzione delle prime compagnie di alpini.
3 - Orobia, marcia per banda di Vincenzo Petrali (Crema, 1832 - Bergamo,
1889) cita nel Trio, quasi “letteralmente” l’inno socialista
L’Internazionale. Non si conosce l’anno in cui Petrali ha composto questa
marcia, ma si sa che il brano è stato eseguito da Amilcare Ponchielli con
la banda di Cremona in un concerto del 1872. Come è possibile la citazione
nella marcia di un inno politico che nasce in Francia nel 1888? La musica
de L’Internazionale è stata composta da Pierre Dugeyter e la prima
edizione a stampa viene pubblicata a Lilla nel 1894. Sulla coincidenza fra
l’inno e la marcia si possono fare varie ipotesi: a) la marcia di Petrali
giunge a conoscenza di Dugeyter; b) sia Petrali, sia Dugeyter si ispirano,
in tempi e modi diversi, a un tema preesistente; c) la partitura della
marcia di Petrali che oggi conosciamo è una copia autografa posteriore al
1888 e il tema de L’Internazionale viene inserito in sostituzione del trio
originario. La terza ipotesi è la meno probabile, perché risulta poco
comprensibile l’inserimento di un inno socialista in una marcia scritta in
omaggio alla città di Bergamo, quasi certamente proprio nel 1872 (lo
stesso anno dell’esecuzione di Ponchielli) quando Petrali ritorna a
Bergamo quale insegnante dell’istituto musicale e organista nella basilica
di S. Maria Maggiore.
Fra i tre quesiti irrisolti che ho indicato, quest’ultimo è certamente il
più difficile e “intrigante”, come oggi si usa dire. Ci proverò ancora a
risolverlo, in ricordo di Roberto.
Questa non è una conclusione
Leydi ha donato le sue poderose collezioni (seimila volumi, diecimila
dischi, oltre mille nastri magnetici e 650 strumenti musicali) al Centro
di dialettologia e di etnografia (Dipartimento dell’educazione, della
cultura e dello sport - Divisione cultura) della Svizzera Italiana, con
sede a Bellinzona (http://www.ti.ch/decs, decs-cde@ti.ch).
Ancora una volta la nostra cara Italia (proprio uno strano paese!) ha
fatto una pessima figura. Nessuna istituzione, tra quelle cui Leydi ha
dedicato anni di lavoro appassionato, si è mossa adeguatamente per offrire
una degna sistemazione a una raccolta che contiene materiali di valore
imprescindibile per la storia della musica italiana. Ci resta la magra
consolazione che i suoi tesori siano finiti in Svizzera, dove saranno
certamente oggetto di accurata catalogazione e conservazione, ai fini
dell’utilizzo da parte degli studiosi interessati.
Ci sarà modo e tempo per valorizzare adeguatamente la figura e l’opera di
Roberto e produrre una documentata biografia. È necessario preliminarmente
il catalogo accurato delle sue collezioni e l’ordinamento delle sue carte.
Sono sicuro che non mancheranno le sorprese e piano piano, anche
raccogliendo le testimonianze dei tanti studiosi che lo hanno frequentato,
si verrà delineando un “ritratto” più nitido e completo. I rischi più
grossi, in questo mondo globalizzato che consuma rapidamente tutto e
tutti, sono quelli dell’indifferenza e dell’oblio. Darò il mio piccolo
contributo perché ciò non avvenga.
Dicono i giornali che Roberto Leydi sia “scomparso” a Milano il 15
febbraio 2003, ma non è proprio così. Questo è un banale dato anagrafico.
Per me, e per tanti altri suoi amici, allievi ed estimatori, Roberto è
presente più che mai, nella mente, nel cuore, nel nostro lavoro di studio
e ricerca. Ci ha trasmesso la sua passione contagiosa e la sua onnivora
curiosità: sono virus dai quali non ci si libera più.
Grazie, Roberto, e scusami per il finale un po’ struggente e caramelloso.
Lo sapevo fin dall’inizio che sarebbe finita così, ma un po’ di pathos
ogni tanto non guasta.
Le pubblicazioni di Roberto Leydi
L’elenco ha un valore indicativo, senza pretese di completezza. Sono
esclusi i numerosissimi contributi apparsi su giornali, riviste e atti di
convegni, nonché i libretti allegati ai dischi e CD delle collane «I
Dischi del Sole» e «Albatros».
- Ascolta Mister Bilbo! Canzoni di protesta del
popolo americano, Milano, Il Gallo, 1954 (con Tullio Kezich).
- Eroi e fuorilegge nella ballata popolare
americana, Milano, Ricordi, 1958.
- Marionette e burattini. Testi dal repertorio
classico italiano del teatro delle marionette e dei burattini, Milano,
Collana del Gallo Grande, 1958 (con Renata Mezzanotte Leydi).
- Musica popolare e musica primitiva. Guida breve
alla conoscenza degli stili musicali spontanei, Torino, Eri, 1960.
- Camillo Benso conte di Cavour, Milano, Trevi,
1961.
- Il melodramma italiano. Un documentario critico,
con 200 illustrazioni, sull’avventura italiana del più borghese
spettacolo del mondo.
- Ascesa e caduta dell’opera in musica da Bellini a
Menotti, Milano, Trevi, 1961.
- La musica dei primitivi. Manuale di etnologia
musicale, Milano, Il Saggiatore, 1961.
- Sarah Vaughan, Milano, Ricordi, 1961 (in parte
ripreso nel fascicolo omonimo della serie «I grandi del Jazz», n. 32,
Milano, Fabbri Editori, 1979).
- Canti sociali italiani. Vol. I. Canti giacobini,
repubblicani, antirisorgimentali, di protesta postuinitaria, contro la
guerra e il servizio militare, con 270 canzoni e 53 musiche, Milano,
Edizioni Avanti!, 1963 (i volumi successivi non vengono realizzati).
- Osservazioni sui canti d’argomento religioso non
liturgici, con esempi di ricerca in alcune località della Valle Padana,
«Strumenti di lavoro / Archivi del mondo popolare», n. 1, Milano,
Edizioni del Gallo, 1965 (con Annabella Rossi).
- Gli inni e le preghiere cantate dalla Fratellanza
giurisdavidica (Lazzarettisti) del Monte Amiata, Milano, 1966.
- Dizionario della musica popolare europea, Milano,
Bompiani, 1970 (con Sandra Mantovani).
- Le trasformazioni socio-economiche e la
comunicazione orale tradizionale, in Le trasformazioni socio-economiche
e la cultura tradizionale in Lombardia, a cura di Roberto Leydi,
«Quaderni di documentazione regionale», n. 5-6, Milano, Regione
Lombardia - Assessorato alla Cultura, 1972, pp. 149-249.
- Il folk music revival, Palermo, Flaccovio, 1972
(a cura, in collaborazione con Sandra Mantovani e Bruno Pianta).
- I canti popolari italiani. 120 testi e musiche,
Milano, Mondadori, 1973 (in collaborazione con Sandra Mantovani e
Cristina Pederiva).
- La canzone popolare, in Storia d’Italia. Vol. 5.
I documenti. 2, Torino, Einaudi, 1973, pp. 1181-1249.
- I balli del carnevale di Bagolino (con Cristina
Pederiva) e Per la conoscenza della musica popolare bresciana, in
Brescia e il suo territorio, a cura di Roberto Leydi e Bruno Pianta,
«Mondo popolare in Lombardia», n. 2, Milano, Silvana Editoriale d’Arte,
1976, pp. 45-74 e 285-341.
- Quattro strumenti popolari italiani: organetto,
launeddas, piffero, violino, Como, Nani, 1976.
- Per la conoscenza della musica popolare
bergamasca, in Bergamo e il suo territorio, a cura di Roberto Leydi,
«Mondo popolare in Lombardia», n. 1, Milano, Silvana Editoriale d’Arte,
1977, pp. 261-342.
- Appunti per lo studio della ballata popolare in
Piemonte, in «Culture musicali», a. 1, n. 1, settembre-dicembre 1977.
- Il gelso e la vanga e Per la conoscenza della
musica popolare comasca, in Como e il suo territorio, a cura di Roberto
Leydi e Glauco Sanga, «Mondo popolare in Lombardia», n. 4, Milano,
Silvana Editoriale d’Arte, 1978, pp. 25-176 e 467-530.
- La zampogna in Europa, Como, Nani, 1979.
- Le ricerche sulla musica popolare cremonese e
Musiche popolari raccolte in territorio cremonese e già edite in varie
opere, in Cremona e il suo territorio, a cura di Roberto Leydi e Guido
Bertolotti, «Mondo popolare in Lombardia», n. 7, Milano, Silvana
Editoriale, 1979, pp. 743-768.
- Guida allo studio della cultura del mondo
popolare in Emilia e in Romagna. I. I canti e la musica strumentale,
Bologna, Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della
Regione Emilia-Romagna, 1982 (a cura, con Tullia Magrini).
- Musica popolare a Creta, Milano, Ricordi, 1983.
- Strumenti musicali popolari in Sicilia, Palermo,
Edikronos, 1983 (con Febo Guizzi).
- Le musiche liturgiche tradizionali. Documenti,
testi e materiali, Venezia, Stamperia di Venezia, 1984 (in
collaborazione con Bonifacio Baroffio).
Il Barbapedanna, in Milano e il suo territorio, a cura di Franco Della
Peruta, Roberto Leydi e Angelo Stella, «Mondo popolare in Lombardia», n.
13, vol. II, Milano, Silvana Editoriale, 1985, pp. 97-108.
- Strumenti a plettro nella musica popolare
italiana, in 1a Rassegna nazionale di strumenti a pizzico, Catalogo
della mostra, Brescia, Vannini, 1985.
- Strumenti musicali e tradizioni popolari in
Italia, Roma, Bulzoni, 1985 (a cura, con Febo Guizzi).
- Repertorio dei documenti sonori bergamaschi
contenuti nei nastri del Fondo Roberto Leydi, «Quaderni dell’Archivio
della cultura di base», n. 8, Bergamo, Sistema Bibliotecario Urbano,
1986 (a cura).
- Guida allo studio della cultura del mondo
popolare in Emilia e in Romagna. 2. Lo spettacolo, Bologna, Istituto per
i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna,
1987 (a cura, con Tullia Magrini).
- Diffusione e volgarizzazione, in Storia
dell’opera italiana, a cura di Lorenzo Bianconi e Giorgio Pestelli,
parte 2a - I Sistemi, Torino, Edt, 1988, pp. 301-392.
- Dal «fatto» alla canzonetta. I cantastorie pavesi
contemporanei, in Pavia e il suo territorio, a cura di Roberto Leydi,
Bruno Pianta e Angelo Stella, «Mondo popolare in Lombardia», n. 14,
Milano, Silvana Editoriale, 1990, pp. 655-694 (con Ignazio
Macchiarella).
- Le tradizioni popolari in Italia. Canti e musiche
popolari, Milano, Banca Provinciale Lombarda, 1990.
- L’altra musica. Etnomusicologia. Come abbiamo
incontrato e creduto di conoscere le musiche delle tradizioni popolari
ed etniche, G. Ricordi & C. - Giunti Gruppo Editoriale, 1991.
- Gli strumenti musicali e l’etnografia italiana
(1881-1911), Lucca, Libreria Musicale Italiana, 1994 (a cura, con Febo
Guizzi).
- Cante’ bergera. La ballata piemontese dal
repertorio di Teresa Viarengo, Vigevano, Diakronia, 1995 (a cura).
- Canzoni popolari del Piemonte. La raccolta
inedita di Leone Sinigaglia, Vigevano, Diakronia, 1998 (a cura, in
collaborazione con Lidia Benone, Elena Bergami e Ignazio Macchiarella).
- Gelindo ritorna. Il Natale in Piemonte, con una
nota di Umberto Eco, Torino, Omega, 2001.
- Guida alla musica popolare in Italia: 1. Forme e
strutture, 2. I repertori, Lucca, Libreria Musicale Italiana, 2001 (a
cura).
- Quattro canzoni della Resistenza: le loro origini
e le loro vicende, in Canzoni e Resistenza, Atti del convegno di studi.
Biella, 16-17 ottobre 1998, a cura di Alberto Lovatto, Torino e
Borgosesia, Consiglio regionale del Piemonte e Istituto per la storia
della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella
e Vercelli, 2001, pp. 215-259.
- Tanti fatti succedono al mondo. Fogli volanti
dell’Italia settentrionale dell’Otto e del Novecento, Brescia, Grafo,
2001 (con Paolo Vinati).
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