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CRITICA ALL'EDUCAZIONE MUSICALE
di Giuseppina La Face Bianconi
Il convegno internazionale “Educazione
musicale e Formazione” promosso dal Centro La Soffitta del Dipartimento di
Musica e Spettacolo, dal «Saggiatore musicale» e dall’Ufficio Scolastico
Regionale per l’Emilia Romagna ha uno scopo ambizioso, per il quale si
sono mobilitati musicologi, etnomusicologi, pedagogisti, pedagogisti della
musica, esperti di didattica, psicologi, antropologi, musicisti. Grazie al
concorso di tante intelligenze il convegno intende aggiornare e ridefinire
il ‘modello’ dell’Educazione musicale, intende cioè discutere le funzioni
formative della disciplina, il suo statuto, la sua collocazione
all’interno delle Scienze dell’educazione, i paradigmi di confine che la
connettono alle altre discipline, le pratiche nelle quali essa si
estrinseca. Non è certo la prima volta che si intreccia un simile dialogo:
ma forse mai prima d’ora i musicologi avevano maturato una così forte
consapevolezza di quanto sia importante la trasmissione del sapere
musicale. (Parlo dei musicologi intesi come categoria, non di singoli
studiosi: le eccezioni confermano la regola.) In questa presa di
coscienza, essi da un lato chiedono ai colleghi delle altre discipline –
ai pedagogisti in primis – di svolgere una funzione maieutica e
catalizzatrice; dall’altro, invitano i colleghi che negli anni passati
hanno riflettuto sull’Educazione musicale a contribuire al dibattito
apportando la loro esperienza e competenza (la lista degli invitati, come
vedete dal programma, è assai nutrita). È bene infatti che il tanto lavoro
fatto dagli addetti venga sottoposto ad una verifica scientifica
incrociata, al fine di conservare il buono ed eliminare ciò che può
apparire superato e magari improduttivo.
Il convegno, nell’indicare alcune
linee-guida per la riflessione pedagogico-didattica musicale del prossimo
futuro, si riconnette perciò all’elaborazione concettuale virtuosa che è
già stata svolta. Alludo in particolare – oltre agli studi pionieristici
di Marco De Natale e ad alcuni scritti della prim’ora di Carlo Delfrati –
al modello delle strutture disciplinari, assai fertile, elaborato negli
anni ’80 da Maurizio Della Casa, focalizzato sul concetto di ‘comprensione
musicale’: da esso converrà muovere, sia per perfezionarlo, sia
eventualmente per semplificarlo o viceversa per arricchirlo. Il modello di
Della Casa, presentato in un libro importante uscito vent’anni fa,
Educazione musicale e curricolo, rappresenta un contributo di
altissimo livello, ma è stato troppo presto collocato in secondo piano, a
favore talvolta di una prassi didattica caratterizzata da riferimenti
teorici perlopiù impliciti e scarsamente elaborati. Noi reputiamo che il
modello di Della Casa costituisca tuttora un punto di riferimento
insostituibile per riformulare un progetto sensato di Educazione musicale.
L’Educazione musicale, noi crediamo, è
disciplina essenziale alla formazione del cittadino, ossia a quel processo
del formare/formarsi, dare/darsi forma che, com’è noto, è dinamico,
autoregolativo, fatto di ristrutturazioni e aggiustamenti continui. In
quanto disciplina, l’Educazione musicale chiede perciò che se ne
definiscano lo statuto, i linguaggi, gli oggetti e i metodi, che se ne
segnino i paradigmi di confine, e che si eviti ogni confusione dannosa con
campi magari nobilissimi – come l’animazione e la musicoterapia – che, pur
intrattenendo rapporti con la musica, non per questo si identificano
sic et simpliciter con l’Educazione musicale.
Impostare un modello disciplinare
dell’Educazione musicale presuppone due consapevolezze: (1) la musica è
essenzialmente cultura, sapere reticolare, interdisciplinare, capace
d’illuminare gli altri saperi, dai quali, a sua volta, riceve
continuamente luce; (2) il termine ‘musica’, usato spesso in senso
univoco, è invece polivoco, comporta diverse accezioni e diversi
significati. Perlomeno due. Da un lato indica il ‘fare’, ossia la musica
eseguita con lo strumento o con la voce; dall’altro si riferisce
all’‘opera musicale’, ossia ad un oggetto di conoscenza – antico o
contemporaneo, vicino o remoto da noi, in ogni caso radicato nella storia
e nella cultura – che può essere penetrato e compreso mediante l’ascolto
consapevole. Un’Educazione musicale ben strutturata terrà conto del
conoscere e del fare, e si proporrà l’obiettivo generale di condurre alla
‘comprensione musicale’: ossia, nell’accezione di Della Casa, a
focalizzare il brano musicale, coglierne la struttura, riferirlo al
contesto di produzione e fruizione, comprenderne le funzioni, intuirne le
relazioni con gli altri saperi, scoprirne il ‘senso’. Ciò equivale a
rendere il cittadino partecipe della cultura tout court, non solo
di quella musicale. In questo processo, la disciplina esplica tutte
le sue potenzialità formative: sviluppa cognitività e metacognitività,
sollecita l’atteggiamento critico, raffina la sensibilità e il gusto,
favorisce la partecipazione emotiva e, nel contempo, il controllo delle
emozioni, rafforza il senso di appartenenza ad una tradizione e insieme il
rispetto per le altre culture. La ‘comprensione musicale’ non ha dunque
nulla a che spartire – come giustamente è stato detto – con «l’aneddoto,
il pezzullo descrittivo, lo stereotipo dell’ispirazione romantica», il
raccontino nozionistico e banalizzante: essa si riferisce alla ‘lettura’
del testo – solo musicale, o collegato ad altri linguaggi, il verbale, il
visivo, il gestuale –, alla capacità di coglierne le svariate implicazioni
culturali. La musicologia, da almeno trent’anni a questa parte, ha fatto
chiarezza su questo punto. Non occorrerà ribadirlo; basti pensare a Carl
Dahlhaus.
Occorrerà invece dire che lo sviluppo
virtuoso della disciplina Educazione musicale è stato rallentato da due
fenomeni: da un lato, dal prevalere di luoghi comuni irriflessi,
convinzioni ingenue, elaborazioni concettuali deboli; dall’altro, dalla
mancanza di un nesso vigoroso fra l’elaborazione dei contenuti
disciplinari attuata dalla musicologia e la riflessione
pedagogico-musicale. S’impone pertanto oggi una critica dei punti deboli,
una pacata ma ferma pars destruens, per procedere più speditamente
e con maggiore energia alla fase di costruzione e ri-costruzione. Occorre
individuare i vicoli chiusi per poter meglio tracciare le strade maestre.
Evidenzierò dunque dapprima alcune debolezze che incrinano la disciplina,
nell’ambito della formazione e nell’ambito
dell’insegnamento-apprendimento.
La
formazione
Ogni disciplina ha un’intenzionalità
formativa: sviluppa abilità mentali, aspetti della personalità, promuove
atteggiamenti, favorisce modelli comportamentali. È dunque proprio la sua
«specificità» – il suo modo di procedere, il suo linguaggio, il suo
contenuto di pensiero – a indurre un «abito mentale» che contribuisce al
processo educativo nel suo complesso. L’Educazione musicale non fa
eccezione, ed esercita la sua funzione formativa sul piano cognitivo,
affettivo, sociale: proprio perché la musica esplica la sua azione in
tutte queste dimensioni. Sono almeno cinque le funzioni formative
principali che, a nostro avviso, l’Educazione musicale svolge:
(1) funzione cognitivo-culturale:
perché stimola il processo di rappresentazione simbolica della realtà, in
particolare delle forme in movimento, sviluppa la capacità di pensiero e
promuove la partecipazione all’immenso patrimonio culturale musicale,
attraverso la conoscenza di tecniche, linguaggi, stili, opere;
(2) funzione critico-estetica:
perché spinge al recupero dell’esteticità, orienta il soggetto entro un
universo sempre più saturo di messaggi sonori, permettendogli di valutare
e scegliere, raffinando il gusto, e perciò combattendo i «rischi
dell’alienazione, della frammentazione, e della standardizzazione
cognitiva e immaginativa», nonché evitando la discriminazione sociale che
deriverebbe dal delegare l’educazione estetica alla famiglia e
all’ambiente extra-scolastico;
(3) funzione affettiva: perché
induce il soggetto, nel rapporto con l’opera d’arte, a confrontarsi con la
formalizzazione simbolica delle emozioni e a decentrarsi rispetto ad esse;
(4) funzione linguistico-comunicativa:
perché consente al soggetto d’imparare a comunicare e ad esprimersi con il
linguaggio musicale, sia nel senso della recezione (ascolto e lettura),
sia nel senso della produzione (esecuzione e composizione);
(5) funzione identitaria: perché
spinge il discente a prendere coscienza della propria tradizione
culturale, ma nel contempo, grazie agli apporti dell’etnomusicologia, lo
induce alla conoscenza e al rispetto delle altre tradizioni e delle altre
culture; pertanto questa funzione, ancora più delle altre, si lega alla
funzione culturale e si colora fortemente di socialità ed eticità.
Tutte queste funzioni interagiscono, ed
è essenziale che, nel processo formativo, mantengano un equilibrio. È
possibile che alcune distorsioni che affliggono l’Educazione musicale
derivino proprio da un’insufficiente riflessione sulle funzioni formative
della disciplina. A scorrere la letteratura pedagogico-musicale italiana,
si ricava spesso l’impressione che l’accento primario sia stato
posto sulla funzione linguistico-comunicativa, esaltata da un lato,
ma nel contempo interpretata riduttivamente e deprivata di riferimenti
articolati e puntuali alle teorie semiotiche. Si insiste genericamente
sulla musica come ‘linguaggio’, ma non si chiarisce cosa sia tale
linguaggio, quale la sua specificità semantica, come realmente funzioni
nei vari contesti storico-culturali, né come possa contribuire al processo
di formazione. Ora, se è pacifico che la musica è un linguaggio e serve
all’espressione e alla comunicazione, sia in senso recettivo, cioè
all’atto dell’ascolto e della lettura, sia in senso attivo, cioè all’atto
della produzione, è altresì vero che l’enfasi acriticamente posta, a mo’
di slogan, sulla funzione linguistico-comunicativa comporta per forza di
cose, nell’Educazione musicale, la sopravvalutazione del produttivo sull’epistemico,
del ‘fare’ sul ‘conoscere’. Questa posizione non è dichiarata apertamente,
ma è irriflessamente condivisa, ed emerge anche negli scritti di
coloro che, disegnando il sistema complessivo d’idee, indirizzano lo
sviluppo delle discipline scolastiche. Un sintomo si coglie perfino nel
Documento dei Saggi del 1997: «I riferimenti storici e ambientali alle
diverse espressioni musicali acquisteranno senso e diventeranno patrimonio
dei giovani solo se ad essi non verrà negata questa possibilità di
intendere le arti sonore come luogo del saper essere e del saper fare»
(peraltro non è scontato quale significato il testo attribuisca a saper
essere). Un frutto recente di questo processo, condiviso in
egual misura dalla sinistra e dalla destra, lo si vede negli OSA, dove il
sintagma ‘Educazione musicale’ è stato sostituito dal lemma ‘Musica’: che,
nell’accezione corrente, è ipso facto più sbilanciato sul ‘fare’, e
mette in ombra il ‘sapere’.
L’enfatizzazione acritica e
l’interpretazione riduttiva della funzione linguistico-comunicativa
comportano due conseguenze. Da un lato si distorce la funzione affettiva,
dall’altro scade il concetto di creatività. Che la musica sia potente
suscitatrice d’emozioni, e che possa nel contempo costruire il simulacro
della vita emozionale, è risaputo. Ma va anche detto che il suo potenziale
emotivo e la sua facoltà di rappresentazione della vita affettiva non si
esplicano necessariamente in maniera immediata: la musica, come
l’arte in genere, reclama un percorso conoscitivo perché il suo messaggio
affettivo si sveli in tutta la sua forza e si trasmetta in tutta la sua
complessità. Enfatizzare sic et simpliciter una funzione
linguistico-comunicativa deprivata di riferimenti teorici alla semiotica
musicale, e velare quella cognitivo-culturale, comporta il rischio di
valorizzare ciò che è immediatamente fruibile, immediatamente
coinvolgente, immediatamente emozionante. In pratica, si è indotti
a prediligere o la musica familiare al soggetto, dunque già inglobata nel
suo mondo sentimentale ed affettivo, o la musica caratterizzata da
struttura semplice e ripetitiva, quindi “facile” da padroneggiare, poiché
non comporta sforzo: e così, in pratica, ne risulta sminuita, a livello
della formazione, proprio la stessa funzione linguistico-comunicativa.
Ciò legittima un ascolto di tipo
proiettivo, non riflessivo, non critico. Un ascolto in cui la musica,
«conglobata nel mondo interiore dell’ascoltatore, agisce come un campo
aperto di stimoli in risposta ai quali prendono forma emozioni, esperienze
personali, scene, fantasie», in cui non c’è posto per il decentramento,
per la distinzione fra «il soggetto che ascolta e un oggetto sonoro
riconosciuto come ‘altro’ da sé, col quale si instaura un confronto e un
dialogo». La fruizione proiettiva trova il suo terreno d’elezione nei
pezzi brevi, anzi brevissimi, ma risulta del tutto inadeguata per
penetrare brani più impegnativi, quali una Sinfonia, una Sonata, una Fuga,
ossia musiche complesse nel costrutto, ampie nelle dimensioni, elaborate
nel linguaggio tecnico: in casi come questi, in assenza di una
“familiarità” maturata dal discente nell’ambiente “non formale” di
provenienza, la fruizione proiettiva difficilmente s’innesca, e rimane
travolta, dopo poche battute, nel crollo dell’attenzione. Per questa via,
il patrimonio storico, e ancor più la musica contemporanea d’arte, che a
questo patrimonio dialetticamente si ricollega, restano fatalmente esclusi
dal bagaglio culturale dei nostri ragazzi, nonostante gli sforzi dei
docenti. Date tali premesse, è facile immaginare come, per converso, resti
mortificata anche quella «regolazione degli affetti» che discende, per
l’ascoltatore, dalla consapevolezza e comprensione delle dinamiche
emotive, oggettivate e presentificate nell’opera musicale. Il soggetto,
infatti, per rapportare al proprio mondo emotivo, ristrutturandolo, le
emozioni differenziate e varie che la struttura musicale «ipostatizza» e
«formalizza», deve focalizzarle, analizzarle, elaborarle, affidandosi a
processi di tipo cognitivo e metacognitivo. Una certa pedagogia musicale,
incapace di additare questa via, si rifugia invece nell’esaltazione della
musica come attivatrice d’emozioni, fino a proclami estremi. Leggo qualche
passo còlto a volo: «…musica che fa viaggiare, volare, che ci fa sentire
meglio, che fa andare in estasi, che ipnotizza, che fa perdere la ragione;
quando la musica fa perdere il controllo, fa sballare, fa andare in
cortocircuito, in tilt; musica che eccita, che fa girare la testa, che dà
le vertigini»; «tutte le musiche sono pratiche d’estasi…». In questa
concezione, l’Educazione musicale coinciderebbe dunque con le pratiche
d’estasi o con la manifestazione scomposta di emozioni purchessia.
L’interpretazione grossolana della
funzione linguistico-comunicativa, con la conseguente distorsione della
funzione affettiva, comporta un corollario preoccupante, ossia la
banalizzazione inflattiva del concetto di ‘creatività’, concetto peraltro
basilare nella riflessione pedagogica, psicologica, estetica,
antropologica. La creatività – che è «elemento strutturante del pensiero
nelle sue molteplici ramificazioni»; che si nutre di tecniche e dati
acquisiti, rielaborati e ristrutturati di continuo da un pensiero
flessibile e costruttivo; che è capacità di trasformare la realtà
attraverso la ricomposizione di «logica e fantasia, ragione e
immaginazione» – diventa, in certi scritti di pedagogia-musicale, una
«qualità», «uno stato di coscienza», che si esercita in esperienze
gratuite, in contesti estemporanei e casuali. La creatività si stempera in
una soffusa tinta New Age, schiva accuratamente il riferimento a modelli,
si estrinseca in un’attività morbidamente casereccia, e arriva a toccare
limiti paradossali. Si legga come viene affrontato ad esempio, in un testo
recente, il campo ambiguo e complesso delle sinestesie musicali.
Riferendosi all’acqua – la letteratura musicale fornisce innumerevoli
esempi di come la musica semantizza le qualità dell’elemento liquido,
esempi che sarebbe facile e fruttuoso utilizzare per promuovere attività
laboratoriali di composizione e di improvvisazione – il testo di pedagogia
musicale recita: «Sperimentare modalità di interazione tra il suono del
proprio strumento e l’acqua, per esempio immergere la campana di
strumenti a fiato nell’acqua mentre si sta suonando…»; oppure,
per il tragitto sinestesico audio-olfattivo, notoriamente raro:
«L’intervento di modifica dell’ambiente può avvenire attraverso l’uso di
essenze, candele, incensi, profumi. Particolare attenzione dovrà essere
conferita al dosaggio per evitare di perdere il controllo generando puzze
insopportabili, a meno che questo non sia proprio l’obiettivo
desiderato dal gruppo». La «sperimentazione» perde tutta la nobiltà
acclarata dalla riflessione di Dewey Piaget Bruner Vygotskij e si tramuta
in un gioco pretestuoso che elude ogni riferimento storico-culturale; il
‘fare’ diventa creativo in quanto ‘fare’; l’estemporaneità e il casualismo
vengono eretti a parametri di riferimento metodologico. Nel campo della
produzione musicale, le conseguenze di un tale concetto di ‘creatività’
possono essere serissime: il ‘far musica’, nobilitato – in quanto «puro e
semplice fare» – dalla patente di «manifestazione creativa», si può
ridurre in sede didattica «all’intrattenimento degli allievi negli spazi
break dell’insegnamento ufficiale», all’evasione New Age, o all’imitazione
della pop star di turno, e quindi alla riproposizione di modelli
consumistico-televisivi. Col che il vero scopo, a scuola, del ‘fare’ – di
essere cioè uno strumento indispensabile alla ‘comprensione musicale’,
perché consente di ‘agire’ dall’interno strutture evidenziate in sede
d’ascolto – può risultare vanificato. Un vicolo chiuso, senza uscita.
Apprendimento-Insegnamento
Una funzione linguistico-comunicativa
impoverita a livello della formazione determina conseguenze tangibili nel
campo dell’apprendimento-insegnamento, soprattutto per quel che riguarda
la ‘comprensione musicale’. Nel modello di Della Casa la comprensione
musicale si articola su vari livelli: quello delle strutture
fonico-espressive, quello dei significati, quello pragmatico-contestuale,
quello delle relazioni col sistema musicale. I piani non sono separati, ma
rimandano circolarmente l’uno all’altro: dei quattro, il più infido è
quello relativo ai significati. La musica, si sa, è carente di
denotazione, ossia non rinvia in maniera referenziale ad una realtà
esterna. Ciò nonostante, essa non è un’arte ‘a-semantica’: ci parla
dell’uomo e del mondo, così come ogni altra arte, ma, certo, il suo
significato «non ha carattere continuo, discretizzabile,
gerarchico-composizionale, mono-planare». La significazione musicale ha
invece carattere «multiplanare», risulta cioè dall’intersecarsi di vari
fattori e dall’interazione di piani differenti: non s’identifica con i
tratti minimi della musica – un certo intervallo, una certa linea
melodica, un certo ritmo, una certa agogica – e si evidenzia in maniera
nebulosa, areale; pur nutrendosi di riferimenti analogici alla sfera della
sensorialità, investe livelli superiori, esige conoscenze allargate,
sguardi disciplinari e interdisciplinari, invoca percorsi ermeneutici:
proprio come la significazione pittorica, teatrale, letteraria.
La funzione linguistico-comunicativa,
esaltata e al tempo stesso rattrappita, e la funzione affettiva distorta
mal si adattano a ciò. Se la musica è linguaggio, che parla
immediatamente, la significazione non può che coincidere, da parte
sua, con la risposta affettivo-emotiva immediata del soggetto: essa
è determinata dal livello culturale di partenza, e non reclama alcun
percorso conoscitivo ulteriore. L’apprendimento resta bloccato alla
dimensione del “che cosa ti viene in mente all’ascolto di questa musica?
che cosa hai sentito, vissuto, pensato durante l’ascolto?”, quindi
relegato alla fruizione meramente proiettiva dell’oggetto musicale. Ne
consegue l’idea, per il discente, che la musica attenga soltanto alla
sfera del personale, dell’immediato, dell’effimero. Questo tipo di
approccio semantico deriva dalla volgarizzazione della teoria della
‘competenza comune’, che, propugnata da Gino Stefani, negli anni passati
ha fornito a un vasto settore della didattica musicale in Italia un
orizzonte di riferimento. Tale teoria, che già di suo non è una
teoria pedagogica, viene convertita dagli epigoni di Stefani in prassi
didattica: il percorso d’apprendimento si appiattisce sulla vaga
«invenzione dei codici» e legittima ogni genere di risposta
linguistico-emotiva estemporanea; col che la lettura del testo musicale
nei suoi tanti strati risulta compromessa, giacché la correlazione fra i
tratti strutturali della musica e i campi di significato raccolti in base
alle risposte è inficiata dal soggettivismo e dal contingente. Quel che il
lessico pedagogico-didattico definirebbe ‘prerequisiti degli allievi da
cui muovere per la costruzione della conoscenza’ viene ipostatizzato in
quanto tale. Le conseguenze sono pesanti: gli obiettivi del percorso
d’apprendimento non han ragione d’essere, e con gli obiettivi viene
defenestrata la categoria pedagogico-didattica fondante del ‘cambiamento’;
qualsiasi contenuto diventa eguale a qualsiasi altro, anzi sono più adatti
quelli rudimentali, immediati e consumistici, perché su di essi si
esercita con più semplice evidenza questo tipo di approccio semantico; il
rapporto con la cultura storica fatalmente si affievolisce. In breve, la
didattica della musica si ritrova sganciata da ogni riferimento al
discorso pedagogico-didattico generale, si dichiara soddisfatta di ciò che
il soggetto già conosce, non addita la mèta cui tendere. Legati alla
situazione contingente, gli «oggetti di conoscenza» non si tramutano
necessariamente in «strumenti» per ulteriori conoscenze: si dissipa,
perciò, la possibilità del transfer.
L’applicazione riduttiva della teoria
di Stefani emerge in parecchi strati della pubblicistica
pedagogico-musicale che ad essa si è ispirata: la quale spesso confonde
concettualmente le motivazioni manifeste dell’allievo con il percorso
d’apprendimento; mostra indifferenza rispetto al savoir savant
musicologico elaborato in anni e anni di ricerca metodologico-disciplinare;
non affronta le problematiche relative al ‘sapere didattico’, ossia alla
trasmissione dei contenuti disciplinari; privilegia metodiche non congrue
agli stadi di sviluppo psico-culturale avanzato; occulta il rapporto fra
contenuti, obiettivi didattici, fini educativi. Va detto che alcune
pubblicazioni recenti, anche nella scia di Stefani, sembrano mostrare una
lodevole inversione di rotta, perlomeno nel campo dei contenuti:
occupandosi, ad esempio, delle problematiche relative alla comprensione
della forma musicale. Ma, a maggior ragione, occorrerà nel futuro
riferirsi al savoir savant musicologico per evitare errori di
sostanza, che si rifletterebbero in maniera disastrosa sul savoir à
enseigner.
A livello di
apprendimento-insegnamento, lo sganciamento dell’Educazione musicale dal
quadro di riferimento pedagogico-didattico ha poi innescato una seconda
conseguenza rilevante, cui accenno in breve. Per superare il vuoto
concettuale di una disciplina sprovvista di fondamenti pedagogici robusti,
si è identificata talvolta l’Educazione musicale con altre discipline o,
più precisamente, con singole metodologie elaborate in altre discipline.
Un caso emblematico è quello della Psicologia della musica. Farò un solo
esempio. In numerose pubblicazioni, lo psicologo Michel Imberty,
coniugando ricerche di psicologia sperimentale e suggestioni del discorso
psicoanalitico, si è occupato di semantica psicologica della musica: ha
cioè verificato il modo con cui i soggetti descrivono a parole gli effetti
suscitati in loro dalla musica. Ha somministrato frammenti di letteratura
musicale illustre, chiedendo ai soggetti di scegliere definizioni
presentate in una lista già pronta, lasciandoli però liberi di usare
aggettivi a propria scelta. La raccolta degli aggettivi – più di un
migliaio –, il loro raggruppamento, la loro interpretazione, consentono ad
Imberty di avventurarsi in un discorso sulla musica come «simbolica del
tempo» e sullo stile come «struttura temporale» codificata e decodificata
in base a processi mentali complessi.
Ora, con uno stupefacente
cortocircuito, càpita che la metodologia di Imberty venga trasferita di
peso all’interno dei processi di apprendimento-insegnamento, come se si
trattasse di una metodologia didattica: si propinano agli studenti
frammenti di musica, li si induce a produrre associazioni aggettivali
libere – così decontestualizzata, la semantica di Imberty porta acqua al
mulino della ‘competenza comune’ –, e su questa base si chiede loro di
definire lo stile del brano. L’Educazione musicale si riduce allora agli
indovinelli sui frammenti, non affronta l’opera musicale in quanto vettore
di un senso complesso e reticolare, non induce il discente a smontarla e
rimontarla, né tanto meno assegna al docente la responsabilità di
segmentarla secondo le leggi musicali e percettive per renderla idonea ai
processi di apprendimento: in breve, l’Educazione musicale si tramuta in
un gioco futile, dato che il frammento musicale, così assolutizzato, è
deprivato di ogni senso intellettuale, culturale, storico. Un gioco triste
che ripropone, in chiave didattica, il vecchio Musichiere o la più
recente Sarabanda della TV. Ancora un vicolo chiuso.
Pars
construens
Ho accennato solo ad alcuni dei punti
problematici nella riflessione pedagogico-musicale e nella prassi
didattica odierne. Molti ne devo tralasciare, per non sottrarre altro
tempo all’avvio del convegno. Mi limiterò dunque ad indicare
brevissimamente la pars construens che ci attende: questo convegno
vuol essere un primo passo in tal senso, e dimostra quest’intento
chiamando i pedagogisti e i musicologi a lavorare gomito a gomito, o
addirittura a quattro mani, come capita per tre relazioni collocate nella
seduta di sabato pomeriggio. Una strada maestra difficile, in salita, che
però additiamo con fiducia.
Punto di partenza obbligato – è
l’argomento di oggi pomeriggio – sarà la riflessione puntuale sulle
funzioni formative dell’Educazione musicale: la cognitiva, la
critico-estetica, l’affettiva, l’identitaria, oltre, è ovvio, la
linguistico-comunicativa, che va ripensata in tutta la sua ricchezza.
Occorrerà equilibrare le funzioni e impedire che l’una sopraffaccia
l’altra. L’identitaria, ad esempio, è assai delicata: la musica, come si
sa, identifica i gruppi, ma non è detto che col connotarli li unisca, può
anche dividerli. Nel momento attuale, che vede sempre più pressante la
sfida dell’interculturalità, occorrerà da un lato analizzare e riconoscere
le varie culture musicali, comprenderle nelle loro peculiarità e nei loro
scambi, nelle zone di confine e di sovrapposizione, evitando di porle
tutte nel limaccioso calderone della cosiddetta World Music; dall’altro,
occorrerà valorizzare il patrimonio di conoscenze storicamente consolidato
della cultura europea e occidentale, e adeguarlo alle esigenze culturali
del mondo contemporaneo. E ciò perché lo scambio sia fertile e arricchente
e non scada nella confusione, nell’indistinzione, e porti quindi alla
perdita dell’identità: nostra ed altrui.
Bisognerà poi discutere i
contenuti, i linguaggi, i metodi della disciplina (ed è il tema della
sessione di domani mattina); bisognerà riflettere sui contributi che la
Didattica, la Psicologia dell’apprendimento, la Psicologia dello sviluppo,
la Psicologia della percezione e l’Antropologia offrono alla corretta
impostazione della disciplina (sarà l’argomento della seduta di venerdì
pomeriggio). Occorrerà verificare come la cultura musicale può interagire
con le altre aree del sapere, con la linguistico-letteraria, con
l’artistica, con la storico-filosofica, con la logico-matematica (ne
parleremo sabato mattina). E ci si dovrà chiedere con quali metodologie e
in quali pratiche didattiche si possa meglio estrinsecare il potenziale
formativo della disciplina. A questo proposito, nell’ultima sessione del
convegno – quella in cui più strettamente si manifesterà la collaborazione
in atto tra l’Ufficio Scolastico Regionale e il corso di laurea DAMS –,
affronteremo tematiche come l’individualizzazione e la personalizzazione,
il curricolo, il lavoro di gruppo, il laboratorio. Toccheremo solo in fine
il punto più nevralgico di tutti, ossia la Didattica della produzione e
dell’ascolto.
Alle problematiche dell’ascolto e della
produzione intendiamo dare molto più spazio nelle prossime occasioni,
dedicandovi incontri appositi. Inizieremo dall’ascolto, momento fondante
di ogni didattica: per i giorni 1-2 dicembre 2005 è indetto a Venezia un
seminario di studio promosso dalla Fondazione Ugo e Olga Levi e dal
«Saggiatore musicale». È un appuntamento al quale spero molti di voi
vorranno partecipare per continuare il discorso che apriamo oggi a
Bologna. Nell’interesse della cultura musicale e dell’educazione dei
nostri giovani concittadini. |