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RONALD JOHNSON

OSPITE A BRESCIA DELLA "ISIDORO CAPITANIO"

DUE MONDI A CONFRONTO

di Carlo Bianchi
 

All’inizio del mese di Giugno il M° Ronald Johnson ha condotto, qui a Brescia, uno stage con la Banda cittadina “Isidoro Capitanio”. Varie prove, dunque, incontri con gli strumentisti e con il direttore della Banda Sergio Negretti. Il tutto suggellato da un applaudito concerto diretto dallo stesso Johnson, il 12 giugno ad Agnosine [dove?].

La presenza di Johnson, apprezzato insegnante di musica per fiati all’Università dello Iowa (USA), è stata anche occasione per una chiacchierata sulla realtà bandistica italiana, a confronto con quella degli Stati Uniti.

M° Johnson, oltre allo stage appena concluso con la “Isidoro Capitanio”, in questi ultimi anni Lei ha avuto diverse esperienze con Bande del nord Italia. Che idea si è fatto della nostra cultura bandistica? Quali sono le principali differenze rispetto a quella americana?

“Si tratta di mondi diversi, in effetti. La prima cosa che ho notato, nelle Bande che ho diretto qui in Lombardia, è la ristrettezza del repertorio. Per capire questa situazione bisogna fare un passo indietro nel tempo. Fino al 1960 circa, negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, la musica per Banda era costituita da piccole marce e trascrizioni di brani classici o di musica pop. Era il tempo in cui io ero studente: si suonavano pout-pourri di questi generi. Dal 1960 la situazione americana ha iniziato a cambiare, con la progressiva formazione di un repertorio specifico per le orchestre di fiati. Ciò si deve principalmente all’emergere di compositori contemporanei, ma anche alla rivalutazione di opere per fiati di compositori ‘classici’ del recente passato, come Hindemith e Stravinskij. Più tardi, dagli anni Ottanta lo stesso fenomeno si è verificato per nazioni come l’Inghilterra, la Germania, l’Ungheria, il Giappone… Quando sono venuto in Italia per la prima volta, quattro anni fa, mi sono accorto di come l’Italia sia rimasta fuori da questo processo di aggiornamento. Non solo rispetto agli Stati Uniti, ma anche rispetto al resto d’Europa. Qui da voi i pezzi moderni e specifici per Banda sono solo una piccolissima parte, e nella maggior parte dei casi vengono suonati un sola volta e poi messi da parte. Il vostro repertorio è ancora per gran parte lo stesso di cinquant’anni fa e di conseguenza è limitato. Le tradizioni delle vostre processioni di paese, con le musiche tradizionali, non devono certo essere abbandonate, perché sono un prezioso legame con la popolazione, ma non si può rimanere legati solo a questo. Anche perché in tal modo le Bande suonano più o meno tutte le stesse cose. A mio giudizio, non è opportuno. Perché mai la Banda di Borgosatollo deve suonare gli stessi pezzi di quella di Sondrio o di Desenzano o di Brescia? Eppure le Bande sono diverse, sono diversi i direttori, gli ambienti.

Quindi come si potrebbe avviare un rinnovamento del repertorio bandistico anche in Italia?

“Un consiglio che potrei dare è quello di promuovere riunioni fra i direttori di Banda in cui si possa conoscere il l’attuale repertorio bandistico mondiale. La banda deve rispecchiare l’attualità del mondo musicale, farsi portavoce dei compositori. In Italia invece, mancando la cultura del repertorio specifico e contemporaneo, la figura del compositore per Banda è molto sottovalutata. Una cosa che mi ha stupito delle Bande italiane è che gli strumentisti suonano sempre da fotocopie, quasi mai da parti originali. Questa è una mancanza di rispetto per la figura del compositore, che viene danneggiato dalla riproduzione non autorizzata della sua musica.”

Fin qui il problema del repertorio. E come giudica i direttori italiani, per come li ha conosciuti?

“I direttori italiani hanno spesso carenze tecniche. Si tratta ancora di una conseguenza della ristrettezza del repertorio, perché se non ci si confronta con un certo tipo di musica non si possono migliorare le proprie capacità. Inoltre per i direttori in Italia, purtroppo, non ci sono organi associativi, quindi non ci sono possibilità di lavori coordinati e di confronto. Ho notato spesso invece una competizione ‘negativa’, quasi litigiosa fra i direttori italiani. L’approccio dei direttori americani è più ‘funzionale’, diciamo così. Sia chiaro, non voglio affermare che gli Stati Uniti hanno soluzioni per tutto e che da noi i problemi non esistono. Dico però che noi portiamo i direttori a confrontarsi fra loro e a migliorare traendo vantaggio dalle reciproche esperienze, mentre in Italia simili opportunità mancano.”

Anche relativamente a questo, quali possono essere le soluzioni?

“Puntare su convegni ed esperienze comuni, magari invitando ospiti dall’estero. Ho notato che già, talora, viene invitato il tal direttore straniero per fare stages, come nel mio caso, ma sono sempre cose troppo rapide, e una volta invitata una persona la volta successiva si punta su un'altra: c’è troppa fretta di cambiare. Bisognerebbe invece fare affidamento su pochi direttori che abbiano la possibilità di venire in Italia con più costanza. In Giappone, ad esempio, le Bande sono così buone proprio per questo motivo. Decidono in modo ponderato su chi invitare, e per diverse volte all’anno questo o quel direttore − o direttori, al massimo due o tre − si ferma nella città di turno per esperienze formative che possano far crescere la Banda locale. Un'altra cosa che mi sento di suggerire è la partecipazione ai concorsi, che sono un banco di prova soprattutto per i direttori. Spesso le Bande italiane non ci vanno. Lo scopo di un concorso non è tanto di arrivare a un buon piazzamento o addirittura a vincerlo, ma quello di mettersi alla prova e di ascoltare gli altri per imparare. In America abbiamo anche molti festivals non competitivi, che servono per mettere a contatto i principianti e gli amatori con i professionisti, con Membri della giuria che oltre a giudicare lavorano insieme alle Bande. Sarebbe auspicabile che i festivals non competitivi si diffondessero anche da voi”

E lei crede che la realtà italiana sia pronta a fare questi passi?

“Credo di sì, perché in questi ultimi anni ho visto le Bande italiane in continua crescita. Una possibilità in più al giorno d’oggi è poi sicuramente legata a internet, ai contatti che si possono trovare con tutto il mondo.”

Come giudica gli strumentisti delle nostre Bande?

“Il livello è buono. In Italia ci sono ottimi strumentisti, come da noi, come in altre nazioni europee. L’unica differenza è che noi ne abbiamo di più, e per tutte le sezioni dell’orchestra di fiati. Questo fa sì che le nostre siano Bande con un sound completo, mentre qui spesso manca la quantità di strumenti per ottenerlo. Come posso avere un autentico sound da Wind-Band se non ho abbastanza fagotti, oboi o corni?”

Ci dica, com’è la cultura bandistica degli Stati Uniti? Qual è la sua diffusione sociale? Qual è il rapporto delle Bande con la cultura americana in generale?

“Rispetto all’Italia, ripeto, è un mondo totalmente diverso. Principalmente perché negli Stati Uniti la Banda esiste solo nelle scuole e il lavoro del direttore non è finalizzato tanto all’attività concertistica e all’intrattenimento, ma all’istruzione degli allievi. Le vostre invece sono Comunity Bands: Bande legate allo strato sociale da cui provengono. All’inizio del Novecento gli Stati Uniti non avevano tradizioni, dovevano necessariamente appoggiarsi alla tradizione delle Bande di comunità e dei direttori che provenivano dall’Europa, italiani, spagnoli, tedeschi. Dagli anni Venti-Trenta ha tuttavia preso piede l’idea di trasferire l’attività musicale bandistica nelle scuole, e questo ha causato la progressiva scomparsa delle Comuniy Bands e delle Bande di professionisti che vivevano solo per il concertismo, come la Banda di Sousa. In questo modo, in America abbiamo perso il legame fra Banda e popolazione. Molte città avevano Banda di comunità che ora sono scomparse o si trovano solo per superficiali intrattenimenti estivi. Viceversa le Bande delle scuole, nei conservatori, nelle università, con gli anni hanno potuto costantemente migliorare raggiungendo uno standard qualitativo molto elevato”

Le risorse economiche quindi provengono dalla scuola.

“Sì, interamente. Non dobbiamo chiedere soldi al pubblico o al sindaco della città. Ci sono le sovvenzioni statali. Nelle scuole superiori sono poi moto importanti le associazioni dei genitori degli studenti, che organizzano viaggi, concerti e procurano soldi con varie iniziative.”

Nella sua università dello Iowa quanti sono gli studenti di musica?

“Circa 375. Sono tenuti ad un certo percorso formativo, a sostenere un certo numero di esami, allo studio individuale e quello d’insieme, all’esibizione in pubblico. Un’altra grossa differenza rispetto alle Bande italiane è che le nostre continuano a cambiare organico, man mano che gli studenti finiscono il loro percorso e cedono il posto ai nuovi iscritti. Da voi invece ci sono strumentisti che suonano sempre nella stessa Banda anche per trent’anni.”

Se da voi le Bande concertistiche, come Lei diceva, non esistono più, dove possono trovare occupazione gli studenti che hanno finito la scuola, il conservatorio o l’università?

“Possono entrare nelle orchestre sinfoniche, nelle Bande militari, o in piccoli ensemble di fiati. Oppure diventare a loro volta insegnanti. Anche se non abbiamo più le Bande concertistiche e di comunità, le opportunità non mancano. Certo, sinceramente per noi la morte delle Bande di comunità non è stata una cosa positiva. In Italia non avete Bande nella scuola, ed è una grave mancanza, ma la Banda di comunità è una ricchezza di cui potete andare fieri, che non dovete perdere…”.