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VIAGGIO NELLE REALTÀ MUSICALI
BRESCIANE
LA BANDA DI BORGOSATOLLO COMPIE OTTANT’ANNI
di GIANNETTO VALZELLI
La scuola è dentro uno scantinato pieno di leggii,
le pareti adorne di attestati promemoria manifesti. Dalla primavera
all'autunno la porta rimane aperta, e così nel respiro della campagna
sommersa dal silenzio della notte - la sala evoca quella magia del mare
che crediamo racchiusa in una conchiglia. Nel gioco di una cassa di
risonanza i suoni si esaltano, ci chiamano. Qui sta di casa Orfeo, colui
che muove alberi e rupi e (di la dal mito, impersonando la musica)
ammansisce le fiere sussistenti in fondo al nostro esistere.
Questi, che guardo entrare alla spicciolata con gli strumenti ben tenuti
negli astucci (quasi frequentassero un conservatorio) non divariano per
niente dai ragazzi di Milano o di New York. Jeans e scarpe da ginnastica,
maschi e femmine - figli per lo più di operai e di artigiani - hanno
un'età media inferiore ai vent'anni, e in mezzo a loro (alle prese col suo
bombardone) non ci sta che un pensionato, uno solo di numero. Di 47 che
sono in tutto a comporre il complesso, difficilmente fanno scendere il
ruolino di marcia al di sotto delle 33/34 presenze, mantengono fede a se
stessi attraverso un ammirevole stato di coesione e di grazia, di volontà
e di entusiasmo. Potrebbero - la sera, come tanti altri coetanei -
disperdersi fra strada e piazza, finire a bighellonare in sale-giochi o in
qualche bar, per poi essere travolti dai tentacoli del vizio nel gran
casino di discoteche e dintorni. Adesso dicono che l'adolescente degli
anni Novanta è conformista e consumista e già disoccupato, mammone eppure
disilluso e smarrito al pari di un vecchietto. freddo quanto surgelato,
assai poco scalpitante; ma mi sa che, ancora una volta, inchieste del
genere sulla situazione dei minorenni (seppure condotte all'insegna del
Censis) restano confinate nel ventre molle della Roma paninara o della
Napoli maradonistica. Tutto il mondo è paese, salve però le dissonanze o
inversioni di tendenza.
E se a qualcuno fa comodo soffermarsi all'Italia scollata per eccesso o
difetto, accade pure di riscontrarne un'altra non marcia né intristita né
fraudolenta, ma serena ma fresca ma sana - d'una sanità di fondo morale,
quale è dato di leggere nella bellezza e fierezza di certi visi all'acqua
e sapone - tenuta lontana per istinto e coscienza dalle funeste letargie
della droga. Fortunatamente è Italia anche questa di una borgata dal nome
opimo e giocondo, dove la Banda è sinonimo di compagnia dialogo amicizia,
luogo deputato alla crescita (civile nel contempo che fisica) di una
giovinezza che vuol dire modo di essere, filosofia della vita imbastita
non di fatuità e demenze ma di concretezza, attaccamento, devozione. Lo
dice l'episodio del ragazzo che il pomeriggio giunge a casa in congedo
dalla naja, e la sera stessa - la sua prima sera di libertà - riapproda
col saxofono alla scuola, nello scantinato di via Leonardo da Vinci,
perché la musica è anche un ritorno alle radici, una dolcezza ormai
entrata nel sangue come il primo amore, la morosa.
Nella loro materia - legno e ottone - gli strumenti attingono
emblematicamente alla luce del giorno e all'arcano della notte, si sposano
nell'ardore e nella consumazione. Gli ottoni sfavillanti (corni flicorni
trombe) e i legni o metalli vellutati (flauti clarinetti saxofoni)
rigenerano in sé il midollo di un linguaggio che non si àncora a nessuna
parola, trascende la convenzione stessa delle note che formicolano sullo
spartito, è quella inesausta potenzialità che ha il privilegio di farsi
comunicazione universale nel tocco e nel flusso dei sentimenti. Tutto si
affida a una sorta di rito prolungato - una reiterata dichiarazione
d'amore - il bacio di labbra che danno vita. Gli strumenti si accordano al
fiato umano (come nell'antica espresssione biblica che dice "éfata!") e
così nell'aria si ripete il miracolo della creazione.
Ogni corpo musicale ha la sua genesi e la sua evoluzione, quel che in
altri campi può diventare appiglio per un discorso biologico. Magari lo si
avverte in una risonanza (l'eco di un concerto in piazza, il giro di boa
di una processione) e allora capita che nel riaffiorare di un gesto - il
modo stesso di brandire la bacchetta - insieme alla fisionomia vengono a
precisarsi la scaturigine di un repertorio, il senso e la valenza di uno
stile, le propensioni di uno o dell'altro Maestro direttore.
In Piero Coccoli - ricordo -l'empito dell'autodidatta ingenerava un
giubilo viscerale e insieme religioso. La sua era la Banda, ossequente
alla grande tradizione ottocentesca, che scendeva dal palco del melodramma
per invadere quell'arcaico quadrivio in cui si è storicamente strutturato
Borgosatollo con un fremito di selva scossa dal vento ma percossa anche da
un irrefrenabile pathos. Pareva che il Dio dell'Antico Testamento dovesse
riconoscersi - gonfiandosi i suonatori come mantici - nella commistione di
cupe robustezze con certe grandiosità tipiche dell'organo alla cui
tastiera il Coccoli si era esercitato. Quell'intronare di liturgica
ascendenza, per sussulti di grancassa e tonfi di tromboni
d'accompagnamento, andava a infrangersi a ridosso del campanile o infilava
spiragli di vicoli ed orti in un amen sorprendente di pacificazione dentro
la quiete della circostante natura.
D'altra formazione Giuseppe Sottini, per essere cresciuto nelle aule del
"Venturi" scegliendo quel clarinetto che ha la funzione del violino
nell'orchestra. E la sua non sembra neanche una Banda, tanto arriva magica
sicura leggera - su ali di compostezza, si direbbe in punta di piedi -
come un'onda gaia di vibrazioni, gli accordi sfrondati di retorica e però
le note portate tutte ben piene, perché in ogni strumento (va ripetendo)
deve esserci una educazione al rapporto prima che alle affinità elettive,
uno studio sotteso all'unità espressiva come amalgama e dunque una ricerca
di singola intensità nel contesto di quel miracolo che si chiama fusione
all'unisono. Infatti, la gente è presa di per se da una sensazione nuova,
si fa sulla strada come se uscisse incontro a se stessa a conoscersi e a
sondarsi, ad ascoltare qualcosa in cui -col piacere che comporta la musica
- misura l'armoniosa giustezza del proprio corpo, quel timbro
straordinario di felicità che è scoprirsi vivere.
Sembra un paradosso, eppure non lo è: la Banda sta forsanche per uscire
dallo scenario di piazze e vie - l'ambiente dove finora si è prodigata -
aspira ad esibirsi nell'eleganza ovattata (e l'acusticaperfetta) dei
teatri e delle sale da concerto. I
Dall'aperto al chiuso, si tratta di compiere una conversione di metodo,
ribaltare una consuetudine, rompere un cliché. In un mondo che cambia
vertiginosamente, insomma, anche la Banda - qui da noi e dappertutto -
tende a nobilitarsi rinnovandosi, perciò idealmente si colloca in altri
spazi, vuole sentirsi alitare in faccia il calore e la benevolenza del suo
pubblico.
In realtà, come istituzione, era rimasta ferma a più di un secolo fa,
condannata per un verso a pestar l'acqua nel mortaio delle marce ritmanti
il passo ai reggimenti, persa per l'altro nel vezzo delle iterazioni di
cavatine intermezzi rapsodie desunte dalle opere di Rossini Verdi
Leoncavallo. Invece, oggi, la pur sempre popolare Banda cerca di se
un'immagine che la proietti nel futuro, gratificandola di un patrimonio
culturale da consolidare attraverso un repertorio appositamente scritto da
grandi compositori moderni. Diciamo addio all'imperversare di enfasi
ampollosità magniloquenze, è in atto una sorta di rivalsa che - con
l'impegno stesso dei giovani esecutori – implica tanta professionalità in
chi li istruisce alla misura e al rigore per una intelligente e attenta
musicalità.
E allora assume un senso preciso il fatto che, a Milano, Filippo Cuscito -
in veste di direttore -proceda a ribattezzare la "Civica Banda" con la più
pertinente denominazione di "Orchestra a fiati del Comune".
È anche curioso e importante sapere che da Brescia, ogni tanto, qualcuno
si muove per un viaggio alle fonti, una perlustrazione del materiale
originale. L'Olanda non è solo il paese dei mulini a vento e dei tulipani.
Il Festival mondiale delle Bande si tiene a Kerkrade, tra le colline del
Limburgo (Giovanni Ligasacchi, l'estroso direttore della "Cittadina", ci
va dagli anni Sessanta) ed è li che il Maestro Sottini ha trovato pane per
i suoi denti.
Sono autori. molto in voga da quelle parti (Scheffer, Van Lijnscooten,
Waigner, Van Oelft) ma per lo più americani (Stuart, Walters, Morissey,
Barnes, Huggens) con qualche boemo (Fucik) e brasiliano (Llano) che
entrano in repertorio tra l'Haendel dei "Fuochi d'artificio" e il classico
brano dei "Pagliacci". Ma non si pensi alle sinfoniette estenuate e
scipite, di sottofondo, nelle atmosfere sonnacchiose di ristoranti
corsari. C'è da rimboccarsi le maniche davanti all"'American Folk Sui te"
di Walters, le "Variazioni su un tema coreano" di Barnes, le "Reflections
on this Time" di Huggens. Lavorare stanca - diceva il Pavese poeta -
lavorare sopra una partitura costa camice di sudore, ma porse a un
complesso riesce di portare in programma (si fa per dire) il disagevole
"Concerto per pianoforte e fiati" di Igor Stravinskij, non gli pare già di
toccare il cielo col dito?
Forse nel flauto (così caro alle colorazioni di Debussy e Ravel) il
tecnico elettronico Remo Pelizzari va perseguendo il filo delle armonie
pìtagoriche. Nel clarinetto (quel clarinetto che Barney Bigard ha indotto
alle più sensuali fioriture del jazz) l'idraulico Giuseppe Chiaf versa il
suo istinto di mozartiana chiarezza. Non potendo citare tutti i 47
dell'insieme, li nomino per quel che li accomuna - quanto a dedizione e
spirito di sacrificio - ed effonde in simpatia il loro ardore.
Incontrandoli, ho sentito che il minuetto e lo swing coesistono e, nel
vecchio e nel nuovo, la musica rigenera se stessa. Bravi ragazzi, avanti!
Tra di voi si mantiene giovane, questa Banda che ha ottant'anni.
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