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FARENHEIT 451

A PROPOSITO DI UNA NUOVA PUBBLICAZIONE SULL’ARMONIA CLASSICA

di Antonio Giacometti

Il motivo che ha indotto lo scrivente a titolare il presente contributo coll'indicazione di una temperatura (chi ricorda l'omonimo film di Truffaut?) è la sua consolidata convinzione che l'unico modo per smuovere l'ormai compromesso status del nostrano insegnamento armonistico e delle sue conseguenti implicazioni analitiche, sia quello di fare un bel falò e di bruciarvi dentro tutta la specifica trattatistica novecentesca, colpevole in gran parte del generalizzato impigrimento mentale della classe insegnante vecchia e (ahimè!) nuova e della sclerosi che in Italia colpisce tuttora la ricerca in questo campo di studi.
Esagerato? Forse sì, ma del resto la storia insegna che l'iconoclastia è stata sempre il principium moti dei più radicali rinnovamenti, ed inoltre basta rivolgere qualche domanda ad un “bravo” allievo di Armonia Complementare (e, perchè no?, anche di Armonia Principale!) per rendersi conto di quali disastrosi risultati sortiscano le anti - o non - pedagogie, in varia misura imperanti nei nostri Conservatori, risultati che potrebbero essere pressapoco di questo tipo:
“Rossi, il presente dell'indicativo, Bianchi, il passato del congiuntivo, Azzurri, l'imperfetto dell'indicativo, Neri, il presente del condizionale..., e così via in una specie di gymkhana del verbo, dove i paradigmi dei vari tempi fluivano rapidi, senza intoppi,. rivelando negli alunni una grande padronanza dei tempi e dei modi dei verbi regolari ed irregolari (siamo in una quinta classe).
Ad un certo punto fermai il maestro, rosso in volto e soddisfatto, e gli chiesi il permesso di poter fare io una domanda ai suoi ragazzi. Ne fu lietissimo.
Rossi, - dissi - ho visto che sei bravissimo nei verbi, e allora costruiscimi una frase dove sia usata la prima persona singolare del futuro anteriore del verbo andare. - Silenzio e stupefazionc generale.
La domanda era forse un po' malignetta. Dinanzi al silenzio e allo sgomento generale, feci delle domande più facili, chiedendo di render vive nel discorso forme verbali più semplici, ma l'esito non fu diverso: silenzio degli alunni, impaccio del maestro (da Lingua e grammatica, di L. Adami, p. 57, Firenze, 1959).
Se si provasse a sostituire, nel brano riportato, verbi, tempi e modi con specie di accordi, rivolti e risoluzioni naturali ed eccezionali, ci si sentirebbe di colpo trasportati in una classe di Conservatorio, tanto affine è il gusto per il morfologismo astratto che spesso vi predomina. L'imbarazzo del povero Rossi è tal quale quello che ci vien fatto osservare assistendo ad un esame di armonia, allorché un candidato, richiesto di improvvisare un passaggio modulante, annaspa alla ricerca della tale o tal altra soluzione prevista prestigiosamente dagli schemini (ovvero “trucchi”) di cui la sua povera testa è imbottita!”.
Con questo aneddoto, ricavato da un suo articolo apparso sul n. 4/1969 della “Rassegna musicale Curci”, Marco De Natale riempiva: non casualmente lo spazio vuoto di una pagina della rivista “Musica Domani” (n. 58, Gennaio 1986, Ricordi), sulla quale venivano enunciate le linee per un progetto di sperimentazione per un corso di Teoria e Analisi musicale presso il Conservatorio G. Verdi di Milano, a tutt'oggi realizzato solo in poche classi causa la “squisita” disponibilità (?) culturale e didattica che sono soliti palesare i nostri insegnanti “parrucconi” (quelli che credono fideisticamente nell'infallibilità dei dogmi) o “risentiti” (quelli che nella scuola si sentono frustrati e che risolvono quindi facilmente i loro problemi non insegnando) o...
Si vede dunque come il problema sia sempre lo stesso: libri ammuffiti, cervelli ammuffiti, editoria bloccata; niente domanda, niente offerta! In tal modo un'inenarrabile quantità di testi stranieri di ieri e di oggi, intelligenti ed innovativi la loro parte, rimangono intradotti e misconosciuti ai più, che continuano a preferire le soluzioni comode tipo “basso armonizzato” o “analisi accordale”, né si pongono soverchi problemi sul ruolo che il loro insegnamento dovrebbe ricoprire nella formazione globale del futuro musicista e sulle strategie didattiche da seguire per non rendere vani (oltreché noiosi e demotivati) gli anni destinati allo studio di questa materia.
Di fatto, degli harmonici libri che si trovano attualmente in commercio e che ancora vengono comunemente adottati in sede scolastica, basta scorrere l'indice generale per poterne a prima vista rilevare alcune patenti lacune di contenuto e d'impostazione:
a) forte tendenza descrittivistica, con particolare cura rivolta ad una classificazione morfologica dell'accordo;
b) formutismo stereotipo, che può toccare talvolta punte maniacali e grottesche, come nel caso dei succitati “schemini” modulativi;
c) profondo convincimento che un'efficace didattica dell'armonia debba forzatamente trascurare le dimensioni ritmica e melodica, con le quali, invece, l'armonia stessa mostra nella realtà compositiva forti interconnessioni strutturali.
S'intuisce con ciò come simili tendenze siano parimenti lontane e da ambiti prassico-operativi di tipo concreto, quali potevano un tempo costituire l'apprendistato armonistico del basso continuo, e da approcci metodologici di tipo funzionale, attraverso i quali si vorrebbe giungere all'individuazione di una “logica” armonica e del ruolo che in essa ricoprono i diversi costrutti accordali; così che, in nome di una mai motivata astrazione (o astrattezza) didattica, la dimensione compositiva viene comunque lasciata ai margini (paradossalmente anche entro quei confini scolastici che le riconoscono istituzionalmente il crisma di “materia principale”), sia sotto il profilo analitico, volgarizzato in forma di stolide etichettature appiccicate agli accordi di “semplici brani pianistici d'autore”, sia sotto il profilo creativo, umiliato da ibride infarciture di bassi armonizzati con note di abbellimento.
E se a tutto questo s’aggiunge l'incosciente consuetudine, peraltro statalmente legalizzata in sede d'esame, di abolire l'aspetto percettivo-auditivo dai processi d'apprendimento delle strutture verticali, il quadro risulta completo e disperante e permette il fiorire, ai suoi margini, di un sempre più considerevole numero di pubblicazioni “in proprio”, gestite da quegli aspiranti alla cattedra conservatoriale, che per comprovare la loro idoneità all'insegnamento non si fanno scrupoli nel generare orridi Frankenstein, rappattumando da vecchi testi regolette e formulari e cercando in qualche modo di conferir loro un aspetto organico.
È in un siffatto contesto che s'inserisce il recente volume di Marco de Natale L'armonia classica e le sue funzioni compositive (Ricordi 134052), la cui portata innovativa ci sembra non possa venir trascurata, neppure dalle più retrive forze della conservazione scolastica.
Già il titolo rivela un drastico mutamento d'impostazione metodologica; il richiamo alle “funzioni compositive” sgombra infatti subito il campo da pericolose tendenze astrattive per lasciare il posto ad una continua verifica in termini reali e concreti degli argomenti che si vengono via via affrontando sia sul piano percettivo e creativo (riconoscimenti auditivi ed applicazioni compositive), sia sul piano dell'analisi, anch'essa non lasciata al caso e all'intuizione del momento, ma didatticamente ordinata per temi e guidata con intelligenti quesiti.
Non solo. Il libro, evidente raggiungimento didattico di una ricerca dei fondamenti psicogenetici del simbolismo musicale inaugurata dall'autore col decisivo contributo teorico Strutture e forme della musica come processi simbolici (Morano, 1978), ha l'indubbio merito di presentare il fenomeno armonico sotto molteplici aspetti, da quello locale ed autoriflessivo che chiama in causa componenti fisico-acustiche e psico-percettive, a quello sintattico e funzionale (metodi di “riduzione schenkeriana”) e d'interazione con la dimensione orizzontale, cioè nell'esame puntuale dei processi compositivi di costruzione fraseologica ed architettonica, tanto diacronicamente, attraverso l'individuazione dello sviluppo storico della concezione armonico-tonale e delle sue valenze culturali e semantiche.
Si tratta insomma di “vedere l'armonia come campo di relazioni sonore complesse, piuttosto che come sede di ossificati costrutti accordali. E va da sé che proprio la complessità offrirà la possibilità d'intendere (interpretare) volta a volta il proprium dell'armonia nel contesto compositivo”. Così Marco de Natale verso la fine dell'Introduzione, laddove, poco più avanti, chiarisce con lucidità anche le implicazioni educative del suo lavoro (pp. 10-11):
“ ... Gli è che il richiamo ai fattori psichici connessi alle proprietà primarie e secondarie degli accordi, alla intuizione-comprensione della struttura armonica chiama in campo capacità apprezzative del soggetto senziente, capacità in qualche modo sintoniche con quelle generatrici del processo compositivo.
In sede pedagogica tali capacità s'identificano con la descrizione di planimetrie formative dell'intelligenza e della sensibilità musicale del discepolo. Per tale via ci si apre a un progetto educativo che nelle responsabilità è ben più ampio del “piegar la mano” del giovane musicista ( ... ).
Per queste ed altre motivazioni, che si comprenderanno appieno solo leggendolo e studiandolo, questo libro costituisce a nostro avviso un passo obbligato per tutti coloro ai quali stia a cuore il problema del rinnovamento pedagogico-musicale. Un possibile rischio è forse che qualcuno s'arrenda anzitempo di fronte ad un linguaggio, spesso apparentemente complesso ed intricato, ma in realtà sempre espressione diretta di contenuti intellettuali di altissimo livello, la cui scoperta non può non costituire motivo di soddisfazione per ogni musicista che voglia allargare i propri orizzonti culturali, mentre d'altro canto gli insegnanti potrebbero lamentare l'assenza di armonizzazioni pratiche (“bassi”!!!), senza considerare il fatto che una simile impostazione non ammette aggiustamenti di alcun tipo, esigendo invece un radicale mutamento del proprio atteggiamento mentale, che da passivo deve farsi attivo e problematizzante.
Non a caso è lo stesso autore, sempre nell'Introduzione (p. Il), a chiedere il concreto contributo dei lettori:
“ ... l'indubbia novità della trattazione ( ... ) non può esaurirsi nei limiti di proposte ragionevolmente contenibili nel presente volumetto. La stessa densità delle proposte che si succederanno mostrerà il bisogno di dilatarne, approfondirne, addirittura perfezionarne o correggerne i termini metodici. A tal fine non è solo da confidare in ciò che chi scrive potrà fare con altre, successive pubblicazioni; è piuttosto da sperare nel solidale impegno di altri, di quanti ai presupposti cui ci si richiamerà e alle conseguenze che si lascerà intravedere apporteranno (od opporranno) lo sforzo critico della verifica, una verifica da compiere con la più ampia ricognizione di reperti della letteratura musicale”.
Ecco, forse bruciando senza pietà quanto esiste tuttora in commercio, come inizialmente auspicato, si faciliterebbe a fortiori questa importante svolta culturale, perché si eliminerebbe la scelta. Ma la capacità di scegliere è una delle più caratterizzanti (e qualificanti) facoltà dell'uomo, e noi siamo sinceramente convinti che, presentandosene finalmente l'opportunità, i nostri musicisti sapranno operare con intelligenza le proprie scelte. Speriamo di non venire smentiti.