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VIAGGIO NELLE REALTÀ MUSICALI BRESCIANE

LA MUSICA DI BANDA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

di PIETRO RIGHINI
 

In occasione della pubblicazione del disco “Musica della Rivoluzione Francese” il noto musicista e fisico del suono prof. Pietro Righini ci ha inviato da Torino questo suo intervento.

Non è recensione, ma comincio col presentare un "micro-solco" edito nel 1986 dalla Associazione Filarmonica "I. Capitanio" Banda Cittadina di Brescia. Si tratta di un importantissimo documento storico-musicologico che riporta in luce musiche d'epoca risalenti al tempo della Rivoluzione Francese, composte per banda e coro da autori di alto valore per celebrare momenti del grande evento che cambiò la faccia politica e sociale del mondo.
Ecco il contenuto di questa eccezionale novità discografica:
Facciata A:
Charles Simon Catel, Ouverture in Do minore per strumenti a fiato (1793);
François Joseph Gossec, Te Deum per coro e strumenti a .fiato (1790).
Facciata B:
Luigi Cherubini, "Hymne Funebre sur la mort du Generai Hoche", per coro e strumenti a .fiato (1797).
Diretta dal Maestro Giovanni Ligasacchi, autore delle trascrizioni.
Coro Polifonico "La Rocchetta" di Palazzolo sull'aglio, diretto dal Maestro Renzo Pagani.
Le opere di Gossec e di Cherubini, eseguite a Parigi nell'ultimo decennio del secolo XVIII, non hanno avuto da allora altre esecuzioni. Con l'attuale edizione discografica non dobbiamo però pensare a riesumazione di cose che vissero lo spazio di un mattino, ma rimessa in luce di valori autentici, anelli finora trascurati, o ignorati, di una catena che arriva fino a noi. Attraverso le maglie di questa catena possiamo vedere più chiaramente nell'interno di situazioni che furono tappe decisive del divenire dell'arte della strumentazione. Il merito della conquista di questa fetta di verità musicologica va tutta al Maestro Giovanni Ligasacchi, per la sua tenacia in un lungo lavoro di ricerca presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e per aver giustamente intuito i tipi di sonorità che erano propri di strumenti allora in pieno uso, ma poi abbandonati perché sostituiti da altri più o meno affini come timbro e come tessitura, ma tecnicamente adatti a prestazioni di più larga applicazione. Le innovazioni più importanti introdotte nell'organico bandistico dipesero dall'invenzione dei "pistoni", ideati nel1815 dal cornista H. Stolzel di Vienna e portati a perfezione in collaborazione col fabbricante F. Bluhmel. Con l'invenzione dei pistoni e successivamente con quella dei "cilindri ruotanti" gli "ottoni" conquistarono il "cromatismo" e i voluminosi e scomodi "serpentoni" furono abbandonati. Seguirono la invenzione dei "Saxofoni" (1840) e quella dei "Flicorni".
Nel corso di mezzo secolo l'organico della banda cambiò struttura e, cosa importantissima, cambiò pure la qualità del suono. La sonorità della banda di oggi non è quella della banda francese al tempo della Rivoluzione, e della portata di questa differenza se ne può avere conto attraverso l'analisi acustica dei pochi esemplari che restano degli strumenti scomparsi. Per valutare bene la situazione può essere utile considerare la struttura della banda francese di allora.
Ecco l'organico della "Musica della Guardia Repubblicana di Parigi" nel periodo 1790-1800: Clarinetti 30, Flauti 10, Fagotti 18, Primi corni 6, Secondi corni 6, Serpentoni 8, Trombe 4, Tromboni 3, Tube curve 2, Buccine 2, Timpani 2, Tamburo turco 2, triangoli 2, Gran Cassa 2. È a questo organico strumentale che Catel, Gossec e Cherubini dedicarono le composizioni che il maestro Ligasacchi ha trascritto per la banda moderna, ma è al tipo degli strumenti scelti e al modo di usarli, ricavando impasti sonori del tutto particolari, che è dovuto il pregio di queste trascrizioni.
Bisogna riandare col pensiero al tempo della Rivoluzione Francese per capire cosa poteva rappresentare allora un'imponente formazione di strumenti a fiato che con la potenza del suono portava la musica fuori dagli ambienti privilegiati, per offrirla alla gente nelle vie e nelle piazze della città. E che si trattasse di non effimera presenza lo dimostrano i nomi e la fama di coloro che operarono come compositori, come maestri e come strumentisti in quell'incomparabile complesso musicale a cui si aggiungeva un coro altrettanto qualificato. Oltre ai nomi dei tre compositori già citati, aggiungiamo quelli di Devienne, Lefévre, Ozi, Duvernoy, Méhul, Kreutzer, ecc..
A titolo di curiosità diamo qualche notizia su alcuni aspetti organizzativi della Musica della Guardia Repubblicana di Parigi, di cui fu animatore e comandante Bernard Sarrette, al quale si deve, assieme ai suoi collaboratori, compositori e strumentisti, l'incomparabile merito della fondazione del Conservatorio di Musica di Parigi. Bernard Sarrette, Capitano Maggiore, Stipendio 3.500 lire; François Gossec, luogotenente, Maestro di musica, 2500 lire; J. X. Lefévre, Maestro Assistente e clarinetti sta, 1500 lire; L. Cherubini, Insegnante di I classe, 850 lire. La retribuzione era comprensiva sia per la presenza attiva nella Musica della Guardia Repubblicana, sia, dal momento della istituzione, per l'opera didattica svolta al Conservatorio.
Nella parte interna della busta che contiene il disco, si legge una concisa descrizione dell'ambiente e della società in cui fiorì il nuovo corso musicale. È una lettura utile non solo perché la storia è sempre immagine di vita, ma anche perché aiuta l'ascoltatore a crearsi una particolare attesa musicale. Il testo è a firma dello stesso Ligasacchi e ciò avvalora una volta di più il suo impegno di trascrittore. Non si dovrebbe mai parlare a livello critico della musica del passato senza entrare nel limite del possibile nella realtà e nello spirito dell'epoca. Ma c'è di. più, perché l'ascolto del disco rivela possibilità di uso degli strumenti a fiato che, oltre ad offrire inconsuete e pregevoli immagini sonore, invitano ad un esame critico di ciò che si intende in Italia ne. per repertorio bandistico e di ciò che si continua a fare come pratica della strumentazione. Le buone eccezioni purtroppo non fanno ancora testo. A questo punto il discorso si fa difficile, ma bisogna tirarlo avanti.
L'intensificarsi degli incontri di studio e di lavoro, dovuto in parte notevole alla apprezzabilissima opera che svolge l'ANBIMA, ha messo in luce i Iati positivi e negativi di una situazione che, bisogna riconoscerlo, è molto difficile da coordinare. Nel campo delle attività bandistiche operano molteplici complessi, con notevolissime differenziazioni di organico, di mezzi economici e di finalità musicale e tutti hanno diritto di vivere secondo. i mezzi di cui dispongono e secondo i loro scopi. Si va dalle piccole formazioni da "strapaese" alle grandi bande composte da professionisti della musica. È chiaro che il discorso "difficile" riguarda i grandi complessi e quelli più o meno affini come scopo operativo e come fonte economica di vita. Se c'è di mezzo la mano pubblica il discorso deve essere ancor più rigoroso, senza tuttavia incidere su] modo di essere dei complessi di pura marca dilettantistica: questi, caso mai, seguiranno poco a poco col tempo per naturale trascinamento dei confratelli maggiori.
Capita purtroppo, non come "rara avis", di ascoltare esecuzioni bandisti che dove imperano trascrizioni di musica orchestra]e che definire maldestre è immeritata benevolenza. Ma la croce non va caricata solo sulle spalle dei maestri, perché questi il più delle volte sono vittime di una scuola musicale che da almeno un cinquantennio ha dato poco o niente di ciò che riguarda l'arte della strumentazione bandistica, come se ]a banda fosse un ricordo senza ritorno. Ed ora eccoci qua con una ANBIMA che conta circa 120000 iscritti che operano in complessi piccoli e grandi sparsi in tutto il Paese, nelle città, nei paesi, nelle campagne, richiamati da quel dono ineffabile che è il “far musica insieme”.
Si può dire che ciò che resta della vecchia scuola bandistica poggia su basi corrose da] tempo, con modi di strumentazione legati a concezioni operative valide quando la funzione della banda era quella di portare gratuitamente un po' di musica nella piazze delle città e dei paesi, più come accostamento verso larghi strati della popolazione che come pretesa di arte. Opera di indiscutibile merito alla quale dobbiamo pensare con gratitudine, ma che con l'espansione dei mezzi di conoscenza (grammofono, radio, TV, registrazione su nastro magnetico, maggiore e più facile fruizione delle attività concertistiche e del teatro lirico) ha finito per attenuare o rendere inutile il suo primitivo significato. Se un tempo quel tipo di attività bandistica era emblema di quello che si doveva fare, oggi (parliamo sempre di complessi di notevoli pretese musicali) lo è per ciò che non si deve fare. L'organico della banda, sempre che sappia adeguarsi al meglio che si fa nel contesto europeo, ha in sé un patrimonio così ricca di "colori" strumentali da invogliare il compositore a valersene per dar vita alla sua inventiva. È una forza che deve uscire dallo stato potenziale in cui si trova e che può e deve portare in piena luce il suo valore. Ma, ecco il punto, cosa è che si deve fare? La via è semplice se si guarda dal lato giusto, ma diventa difficile se non si sa, o non si vuole pensare al domani.
Nuova scuola, maestri bene aggiornati, organici rinnovati, nuove concezioni di strumentazione, nuovo e originale repertorio, insomma, nuova banda senza palle di piombo ai piedi. A voi giovani maestri il compito di portare degnamente la banda verso il 2000!