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IL SUONO E LA VITA PRENATALE
di Claudio Paganotti e Adalgisa Caraffini
In passato, si pensava che il feto fosse una “massa
psichicamente indifferenziata” e che solo dopo la nascita, il neonato
imparasse ad usare i propri organi di senso. Attualmente, questa
concezione statica è stata sostituita da una dinamica, secondo la quale il
feto durante la vita intrauterina dispone di sensi operanti e vive
esperienze sensoriali. Quindi, l’utero è un luogo sonoro, nel quale il
feto matura la propria capacità di udire, di interagire e di rispondere.
Il feto sente prima per via tattile, attraverso i pori della pelle, poi
dal 6° mese di gestazione anche per via uditiva. Infatti, l’apparato
uditivo completa la sua maturazione tra il 2° ed il 5° mese di gravidanza,
perciò dopo il 6° mese il feto ha la capacità di ascoltare per tutto il
tempo.
Il feto percepisce sia i suoni interni del corpo materno, che i suoni
esterni dell’ambiente circostante.
Tra i suoni interni emerge il battito cardiaco materno, che viene
percepito dal feto a 72 decibel. In termini di paragone ricordiamo che 10
dB corrispondono al fruscio delle foglie, 30 dB alla conversazione
normale, 70 dB al traffico cittadino, 110 dB alla motocicletta in corsa.
Quindi il battito cardiaco materno risulta così forte da mascherare gli
altri rumori, sia quelli materni (gastrointestinali e respiratori) che
quelli esterni.
Il battito cardiaco materno induce degli effetti benefici sui neonati,
infatti, quelli che ne ascoltano la registrazione, mostrano segni di un
miglior benessere (riduzione del pianto, incremento di peso), rispetto ad
altri che non sono sottoposti allo stesso ascolto. In uno studio condotto
da L. Salk, ad un gruppo di neonati venne fatto sentire il battito
cardiaco materno a 72 battiti al minuto. Furono registrate le loro urla,
misurate le quantità di latte che succhiavano e l’incremento del peso
corporeo, quindi i risultati vennero confrontati con un gruppo di neonati
che non potevano avvalersi di tale ascolto. Questi ultimi urlavano quasi
il doppio rispetto ai primi e nonostante la quantità di latte fosse uguale
per tutti l’aumento di peso era inferiore. Quando il battito cardiaco fu
accelerato a 128 battiti al minuto, tutti i neonati iniziarono a urlare,
dunque a funzionare non era un suono qualsiasi, ma quello che il bimbo si
era abituato ad ascoltare nell’utero materno. Questa esperienza
costituisce una prova della sensorialità fetale: infatti, se il feto non
avesse percepito il battito cardiaco quando era nell’utero, e se questa
esperienza non fosse significativa, una volta nato non avrebbe reagito a
tale ascolto con evidenti segni di benessere.
La voce materna si colloca a metà tra i suoni interni e quelli esterni,
dato che viene percepita sia come suono esogeno che endogeno, attraverso
la trasmissione ossea e gli organi interni. La voce materna giunge al feto
più deformata rispetto alle altre voci, in quanto scompaiono le componenti
armoniche più acute.
Il feto non riconosce le singole parole, ma percepisce i tratti prosodici,
rappresentati da altezza, intensità, timbro, durata dei suoni emessi. Sono
questi, infatti, i fattori che danno significato ad una frase parlata. In
pratica quando si parla il veicolo di trasmissione del significato è dato
dalla musica del linguaggio, per cui il feto anche se non discrimina le
parole, ne può percepire il suo significato più profondo. Attraverso la
voce si può stabilire una comunicazione tra madre e feto. Per questo si
consiglia alla madre e anche al padre di parlare e di cantare rivolgendosi
al nascituro.
M. L. Aucher ha dimostrato che, mentre la voce materna, più acuta, risuona
nella metà superiore del corpo del feto, affinando la sua coordinazione
senso-motoria, la voce paterna, più bassa, stimola la parte inferiore del
corpo del feto facendo di lui un camminatore precoce ed instancabile. Se
padre e madre parlano e cantano spesso al feto, la carica affettiva dei
loro messaggi risveglierà in lui un sentimento di fiducia nella vita,
creando i primi legami madre-figlio-padre.
F. Fornari sostiene che se si ripete spesso al nascituro, con tono calmo e
disteso la frase ieri-oggi-domani, lo si condiziona a tali parole e al
loro ritmo tanto che, quando nascerà se gli verranno ripetute nello stesso
ordine e intonazione, quando piangerà, si calmerà rapidamente, mentre lo
stesso effetto non si verificherà se le parole verranno ripetute secondo
un ordine diverso pur mantenendo lo stesso tono.
Anche A. Tomatis sottolinea l’importanza della voce materna come veicolo
dei sentimenti della madre. Il feto, infatti, percepisce più facilmente la
voce materna, più acuta, rispetto alle altre, dato che nell’organo di
Corti si sviluppano prima le cellule ciliate responsabili della percezione
delle frequenze più acute. Si instaura così fin dai primi mesi, un dialogo
indispensabile come lo sono le sostanze nutritizie.
I nati prematuri, che di solito soffrono per il distacco dalla madre,
presentano segni di una crescita migliore utilizzando il cosiddetto
cordone ombelicale sonoro. Questo è costituito da una musicassetta
contenente la registrazione della voce della madre, del padre e di musica
dolce, che la madre aveva ascoltato spesso e con piacere durante la
gravidanza. Facendo sentire tale musicassetta, i nati prematuri rispondono
abbozzando sorrisi, distendendo gli arti e addormentandosi più
tranquillamente, inoltre si sviluppano meglio e, se malati, guariscono più
rapidamente. I prematuri, invece, che non usufruiscono di cassette simili,
di solito assumono come suono rassicurante il rumore dell’incubatrice, e a
casa, spesso strillano finché non si procura loro la registrazione dei
suoni sentiti in ospedale.
Il feto percepisce anche i suoni provenienti dall’ambiente esterno, anche
se attutiti dalla parete addominale e dal liquido amniotico.
Uno studio condotto dopo la 27° settimana di gravidanza, ponendo un
microfono nel collo uterino, ha mostrato una attenuazione sonora dai 19 ai
42 dB per i suoni compresi nella fascia dai 200 ai 400 Hz prodotti con
un’intensità di 100-110 dB. Secondo altri, invece, l’attenuazione è
maggiore: 40-50 dB per i suoni di 110 dB. Nonostante ciò, durante la
gravidanza è sempre preferibile evitare rumori troppo forti e continui.
Il feto ascolta e reagisce ai rumori della vita quotidiana, dal televisore
al telefono, dalla voce materna alla musica. In base al numero dei decibel
il feto risponde con motivazioni diverse. Al passaggio di un autocarro
(100 dB) muove braccia e gambe; al suono di una voce (50 dB) si modifica
il battito cardiaco. Nel caso di una voce familiare il suo cuore decelera,
mentre se sconosciuta accelera.
M. Clements ha studiato le reazioni del feto alla musica: così Brahms e
Beethoven lo agitano, mentre Vivaldi e Mozart, soprattutto le opere
giovanili, lo calmano. La musica rock lo scatena: durante i concerti rock
alcune gravide sono state costrette a lasciare la sala per i calci
insopportabili del loro nascituro. Quindi è bene che la gravida ascolti
musiche armoniosamente strutturate e strutturanti e scelte in base alle
reazioni del feto.
Le moderne tecnologie (ecografia, doppler) permettono l’osservazione dei
movimenti, del respiro e del battito cardiaco del feto, consentendo
inoltre di valutare le reazioni ai suoni. Si è notata, infatti, una
maggiore reattività del feto alle frequenze medio-alte e agli stimoli più
forti. Inoltre diminuendo la frequenza e l’intensità dei suoni il feto
reagisce in modo diversificato (più attivamente in stato di sonno attivo,
meno attivamente in quello di sonno quieto), al contrario aumentando la
frequenza e l’intensità reagisce indipendentemente dallo stato in cui si
trova. Lo stesso modo di reagire si verifica anche nei neonati.
Tramite il suono, dunque, il feto inizia a conoscere il mondo e ne ha un
ricordo tanto che, da neonato, preferisce i suoni che ha già sperimentato
durante la vita intrauterina, come il battito cardiaco, le storie, le
canzoni e le ninnananne cantate dalla madre in gravidanza. Il neonato ama
molto la voce materna tanto che per ascoltarne la registrazione, altera il
suo modello di suzione, la durata e le pause.
È stato anche dimostrato che musiche fatte ascoltare ripetutamente al feto
venivano poi riconosciute dal neonato che dava segni di gioia nel
riascoltarle.
Questi dati confermano, quindi, che il primo sviluppo del sistema nervoso
avviene già alle prime settimane di gravidanza, che gli stimoli vengono
trasmessi al cervello, percepiti e depositati nella memoria e che quindi
il feto può memorizzare ed apprendere.
A proposito dell’importanza dell’esperienza sonora fetale per lo sviluppo
cognitivo e musicale del neonato, uno studio condotto da D.J. Shether ha
fornito risultati interessanti. Bambini tra i due e i cinque anni, esposti
nella vita prenatale ad una certa stimolazione musicale, sono in grado di
fare discorsi organizzati e articolati, sanno memorizzare canzoni lunghe e
cantano in modo espressive.
Altri bambini identificano i suoni e li ripetono in modo creativo, altri
desiderano improvvisare canzoni proprie; molti cantano a memoria un buon
numero di canti, alcuni ricordano i nomi degli strumenti e li suonano
correttamente anche se li vedono a distanza di due tre mesi, altri ancora
spesso suonano cantando. La musica prenatale, quindi, stimola fortemente
il loro sviluppo sia musicale che cognitivo. |