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1919: LA RIVISTA “POPOLO E ARTE”,
DIRETTA DAL BRESCIANO GHERARDO UGOLINI
UNA GENEROSA BATTAGLIA PER LA MUSICA E IL TEATRO
di Gianfranco Porta
Nel panorama della stampa socialista italiana del
primo dopoguerra un posto di rilievo, anche se ancora non adeguatamente
studiato, occupa "Popolo e Arte. Rivista mensile di cultura proletaria"
edita a Milano dal Gruppo socialista "Amici dell'Arte"
Nei nove numeri del periodico diretto dal bre-sciano Gherardo Ugolini
(aprile - dicembre 1921) è possibile cogliere i tratti di un discorso che,
per quanto frammentario, ha un'intima coerenza e nel quale la
preoccupazione pedagogica si sposa con l'ambizione di leggere le diverse
espressioni dell'arte non soltanto in chiave storico critica ma anche in
riferimento alle modalità e alle caratteristiche della loro fruizione.
Il primo intervento riguardante la musica è affidato a Giacomo Orefice
che, nel numero di apertura ne ripercorre la storia e analizza il ruolo
che essa può svolgere nell'elevazione culturale di un vasto pubblico.
Il carattere di "arte popolare" della musica, egli scrive, se talora si
appanna e smarrisce, "riappare però, e si riafferma" nei momenti decisivi
della sua evoluzione: "da Palestrina, che libera il canto ecclesiastico
dai ceppi della scolastica medioevale, per fame l'interprete dei
sentimenti più puri, ispirati dalla visione dell'ultra terreno; a
Beethoven, che tronca lo stile galante e aristocratico di Haydn e di
Mozart, per dare alla musica la passione dell'umanità; a Wagner, che
sconvolge la tradizione barocca dell'opera, riservata al virtuosismo dei
cantanti e alla soddisfazione di un pubblico ristretto e corrotto, per
abbracciare nella sua vasta concezione tutta la verità della
rappresentazione teatrale".
L'opera e l'educazione del popolo
Dopo aver passato in rassegna i diversi generi - "la musica sacra; la
musica da camera (istrumentale, o musica pura, e vocale); e la musica
teatrale, o l'opera" - Orefice rileva come "d'ordinario" il popolo mostri
un interesse pressoché esclusivo per quest'ultima, ciò per la
manifestazione "inferiore", in quanto "subordinata ad altri elementi che
le attribuiscono un carattere definitivo, e la inceppano nella sua più
libera espansione".
Ora, sostiene l'articolista, riferendosi ai rapporti di forza più
favorevoli alle organizzazioni operaie (nelle elezioni amministrative del
novembre 1920 i socialisti avevano conquistato 2.022 comuni e 26 consigli
comunali, risultando maggioranza assoluta in tredici comuni capoluoghi di
provincia) e alla nuova consapevolezza culturale, è necessario che il
popolo allarghi i propri orizzonti e rivolga l'attenzione non solo
all'opera, che pure ha svolto e deve continuare a svolgere un'importante
funzione "educativa", ma anche ai generi musicali ritenuti "meno
popolari". La musica religiosa, scrive Orefice, "gli parlerà di
un'idealità superiore" la stessa "che ha ispirato le sublimi concezioni di
un Palestrina, di un Bach, di un Pergolesi, di Haendel..."; quella da
camera - "pura perchè monda da ogni contatto con elementi d'altra natura"
- gli offrirà "le soddisfazioni più intime le gioie più vere, come tutto
ciò che si eleva, tutto ciò che ha virtù di sciogliersi da ogni vincolo
con-tingente, per ascendere verso un'idealità superiore".
È possibile cogliere qui in filigrana - in altre pagine di "Popolo e Arte"
il rapporto è più esplicito e diretto - una piena sintonia di accenti con
il socialismo gradualista, impegnato a costituire, in un minuto e paziente
lavoro quotidiano, le condizioni per il riscatto proletario, a conquistare
per le masse operaie e contadine non solo una dignità economica e sociale
ma anche culturale. Lo stesso sviluppo della riflessione porta Orefice ad
esplicitare le valenze politiche del proprio discorso.
Uno strumento d'elevazione
"I concetti di aristocrazia e di democrazia", egli avverte, non possono
essere schematicamente applicati alla musica. "Arte democratica per le sue
origini, per la sua evoluzione, per la sua funzione sociale", essa è
"essenzialmente aristocratica per i suoi ideali, come tutto ciò che tende
al migliore, all'ottimo, alla perfezione. Il popolo non deve, quindi,
attendere che la musica scenda a lui; deve, invece, ascendere lui verso la
musica, ricercandone ed esigendone le forme più nobili, gli ambienti più
propizi alle sue manifestazioni".
Rivendicazione politica ed impegno personale si saldano a questo punto in
una concezione largamente comune ai collaboratori di "Popolo e Arte", una
concezione che per ragioni culturali e ideologiche sarà oggetto di critica
da parte del gruppo ordinovista e delle avanguardie artistiche della
sinistra italiana studiate da Umberto Carpi.
Lo stesso estensore dell'articolo sente del resto la necessità di chiarire
che il "concetto di elevazione non è in alcun modo contraddittorio ai
concetti di eguaglianza e di giustizia, che forniranno le basi della nuova
società", di cui si intravede come ormai prossima la costituzione, ma ne
costituisce al tempo stesso il presupposto e l'inveramento.
"La musica - egli afferma - esprime in sè tutti i sentimenti che animano
la natura umana. Essa canta la gioia e il dolore, canta la vita e la
morte; ma canta soprattutto l'amore, genesi eterna dell'universo", quell'amore
che, "già nel suo aspetto di natura (...), è la prima forma di rinuncia
all'egoismo individuale" e "assurge in musica alle più vaste
significazioni ideali". In opere come la "IX Sinfonia" di Beethoven o il
"Parsifal" di Wagner la musica "si fa" consolazione del dolore umano,
esprime "l'amore come sentimento universale. E fondendo in un'unica
emozione il cuore degli uomini più diversi, delle genti più lontane, essa
ci appare - qual'è veramente - l'arcano simbolo di una fraternità, che
abbia virtù di stringere in un solo vincolo la grande famiglia umana".
Nella lettura di Orefice, certo suggestiva ma non esente da ingenuità e
forzature, la musica oltre che esperienza estetica, strumento e simbolo di
educazione personale, è rivelazione della sostanza più intima e profonda
della natura umana, conferma ed incitamento per l'aspirazione a costruire
un mondo dal quale ogni egoismo e meschinità siano banditi nel nome di una
solidarietà reciproca tra gli uomini, prefigurazione ideale di una società
giusta e armoniosa.
La musica da camera
In piena sintonia con queste posizioni si colloca un articolo di Gherardo
Ugolini sulla musica da camera. "Nata nella penombra dei discreti
convegni, tra pochi e distinti innamorati dell'arte pura", scrive il
direttore della rivista, proprio "perchè ridotta al godimento di pochi",
essa è sconosciuta al popolo che "nella sua stragrande maggioranza non sa
neppure che esistano forme d'arte così squisitamente complete come la
sonata per pianoforte o il quartetto per archi" e si appaga del teatro -
dramma musicale o operetta - che raccoglie in sè "completate dalla
finzione scenica e dal contributo letterario del libretto che dà loro un
programma, tutte le qualità della musica pura in tutte le sue combinazioni
strumentali e vocali", ma in cui "la musica interviene come elemento
subordinato che sottolinea o commenta la rappresentazione invece di essere
solo essa una rappresentazione".
Sono proprio queste caratteristiche che hanno fatto la fortuna del
melodramma. "Esso - scrive Ugolini, la cui attenzione è rivolta non solo
alla dimensione estetica o allo sviluppo storico ma alla circolazione e
alle concrete possibilità di godimento delle manifestazioni musicali - ha
tolto la musica da un mondo misterioso, intimo, quasi sovrumano, alle
evocazioni dei piccoli ambienti prelatizi e aristocratici, alle chiese e
agli oratori, ne ha associato il sacro linguaggio alle vicende del dramma,
sul teatro per un uditorio sempre meno ristretto, sempre meno
privilegiato".
Mentre nell'opera "la musica è divenuta l'ancella della parola e della
situazione psicologica", incarnandosi "nei diversi personaggi" e nelle
diverse situazioni, "la sonata anonima, il quintetto, la sarabanda, il
preludio, il quartetto per archi rompono luminosamente soli le tenebre del
silenzio e cantano quello che noi intendiamo senza alcuna suggestione,
senza alcuna cornice o guida che sia fuori di ciò che è l'essenza medesima
della musica".
Quale pedagogia
I concerti di musica da camera, rileva Ugolini, sono "i meno costosi" e
per certi versi "i più facilmente organizzabili". Ma come far comprendere
e apprezzare ad un pubblico non educato il valore estetico di una sonata?
La semplice esecuzione, per quanto accurata, non appare sufficiente. Il
problema, per chi si propone di portare la grande arte al popolo, è quello
di "individuarne i temi, descriverli, indicarne il carattere,
confrontarli". A tal scopo può essere utile intendere la "musica pura"
come "danza o preghiera": una chiave di lettura che sarà largamente usata
nel corso delle manifestazioni musicali promosse dall'Università
proletaria di Milano e di Brescia.
È lo stesso Ugolini, del resto, a rendere esplicite le valenze
pratico-pedagogiche del suo discorso, allorchè richiama la necessità di
procedere nell'opera di "volgarizzazione" della musica da camera, "come se
l'uditorio non possedesse alcuna cognizione musicale". Considerazione
quest'ultima, ma sarebbe più corretto parlare di constatazione, che gli
consente di denunciare le condizioni di abbandono e minorità culturale in
cui si traduce la marginalità sociale di tanta parte della popolazione.
Se l'obiettivo dichiarato è quello di educare al bello, di fornire gli
strumenti per una presa di coscienza al tempo stesso culturale e politica,
nei concerti promossi dalle associazioni operaie si dovranno evitare i
brani "irti di artificiosi superamenti (sic) tecnici", che hanno il solo
effetto di stupire, facendo "trattenere il respiro come davanti ad un
esercizio acrobatico senza contenuto spirituale" e si risolvono in una
inutile "passerella per i virtuosi".
L'intervento di Ugolini, che si segnala come una delle più compiute e
coerenti proposte elaborate dal movimento socialista italiano sul versante
dell'educazione musicale, appare meno convincente, viziato com'è da una
sorta di determinismo culturale, laddove passa ad illustrare gli effetti
di una più diffusa conoscenza della musica da camera. Il popolo, più
consapevole e preparato, scrive l'esponente socialista, la cui scrittura
solitamente piana si fa improvvisamente nebulosa ed evanescente, sarebbe
indotto "pretendere dai compositori del dramma di non perdere di vista
l'origine misteriosa e sublime di ciò che oggi invece viene spesso
adoperato come una droga qualsiasi per condire i prodotti del melo-dramma
industriale".
Le funzioni sociali del teatro
Posizioni come quelle che, per il loro carattere paradigmatico, abbiamo
ampliamente riferito non possono limitarsi all'analisi al fenomeno
musicale in sè ma esigono un allargamento della riflessone alle
caratteristiche e al funzionamento delle strutture teatrali e dei luoghi
deputati all'ascolto della musica. Un tema questo al quale riserva la
propria attenzione Guido Marangoni, esponente socialista di primo piano,
studioso d'arte e autore con Carlo Vambianchi di un volume sulla Scala
edito dall'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo.
Partendo dall'assunto che il teatro "nelle sue forme e drammatiche e
musicali", adempie ad "una grande missione di elevazione (...) di cultura
e di diletto del popolo" e che questa funzione in epoca classica "era
parte integrante o della religione o del reggimento civile", egli
ripercorre le tappe che l'hanno progressivamente trasformato in occasione
di divertimento esclusivo dei nobili e delle classi privilegiate.
Le stesse tipologie costruttive dei teatri, - scrive Marangoni - come
dimostra il contrasto "doloroso ed umiliante" tra le "accolte di popolo
all'aria aperta" dell'antichità e i teatri moderni "dove i figli non
possono stare e nelle ore notturne si assiste pigiati in un ambiente
spesso malsano, in un'atmosfera irrespirabile" - sono funzionali al
pubblico "per il quale l'azione scenica [viene] rappresentata" e ai
compiti che allo spettacolo sono attribuiti.
Dopo la grande stagione greca e romana, dopo i "mistères" medioevali, che
si rappresentavano nelle piazze e davanti alla chiese, con l'Umanesimo e
il Rinascimento si assiste al recupero della classicità e gli architetti
ambiscono "a costruire di nuovo come gli antichi". Così, alla fine del
Cinquecento, Palladio progetta il Teatro Olimpico di Vicenza, "miracolo
d'architettura e d'abilità prospettica e scenografica".
Ma "rimpicciolito" e costretto in uno spazio chiuso, il teatro, che
nell'antichità era costruito per il popolo, perde le sue caratteristiche
originarie.
Sul finire del Seicento si crea "un nuovo tipo di sala, dove gli
spettatori [sono] disposti sulle pareti verticali in più ordini di palchi
o nella platea orizzontale", un modello al quale ci si attiene fino alla
me-tà dell'Ottocento e che codifica rigidamente, visualizzandole, le
gerarchie sociali. Nel teatro della Scala uno degli esempi più alti di
questo canone costruttivo, il popolo rimane "quasi completamente escluso"
e “l'assoluta distinzione dei posti toglie allo spettacolo le sue alte
funzioni sociali", riducendolo a svago di "piccolo numero di persone senza
rispondenza viva con la grande anima della massa".
Democratizzare gli spazi musicali
I tempi sono però maturi, scrive Marangoni, per un radicale cambiamento.
Con le conquiste di più ampi margini di democrazia, "con la diffusione
della cultura e del gusto per l'arte", il popolo non accetta più di essere
tenuto ai margini della vita sociale e culturale, "tende a riprendere i
suoi diritti" e vuole partecipare a quella "magnifica espressione di
civiltà" che è il teatro. Si tratta pertanto di superare le forme ed i
caratteri da esso storicamente assunti e di costruire sale nelle quali, in
sintonia con la nuova consapevolezza sociale, le gerarchie siano abolite.
I modelli a cui si guarda, rivelatori delle ascendenze ideologiche e dei
riferimenti culturali di una riflessione comune al pensiero socialista non
solo italiano, sono il teatro wagneriano di Bayreuth, costruito a
gradinate, secondo il modello classico, il riattamento effettuato in
Germania da Max Reinhardt di un grande circo a teatro e alcuni progetti,
dei quali per altro non si forniscono notizie precise, pubblicati in
riviste tecniche specializzate.
Il discorso di Marangoni si spinge qui ben oltre i confini tracciati dalla
Società Artistica Cooperativa per il teatro del Popolo, istituita nel 1920
dalla Lega dei Comuni socialisti con lo scopo di diffondere la cultura a
mezzo dell'arte teatrale, ma prefigura una ambiziosa politica, in cui
passato e futuro sembrano trovare una loro sintesi progressiva, ricca di
suggestioni e di implicazioni politiche, un progetto destinato ben presto
a subire le pesanti repliche della storia. |