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PROFILI DI MUSICISTI A BRESCIA
UN’ALTRA DIGNITÀ ARTISTICA
ISIDORO CAPITANIO
di FULVIA CONTER
Per un ritratto attendibile della figura e l'opera
di Isidoro Capitanio bisognerebbe avere lo spazio di un libro, nel quale
raccogliere, oltre alle notizie biografiche precise e all'analisi delle
opere, le memorie dei molti che ancora ne ricordiamo le parole, i gesti,
gli atteggiamenti. Parlare di Capitanio significa esplorare il passato
recente a Brescia, in pratica andare alla fonte dei musicisti locali
attivi: compositori, esecutori, insegnanti,
Perciò, dato che il nostro excursus è forzatamente limitato, forniamo una
biografia essenziale e, per quanto riguarda le composizioni, ci riferiamo
a quelle da noi direttamente conosciute, studiate o ascoltate e che
rappresentano solo una parte della sua produzione sacra.
Figlio d'arte, Isidoro Capitanio nacque a Brescia 1'8 settembre 1874; suo
padre, Guglielmo, era pianista, compositore ed organista e maestro di coro
fu il fratello di Isidoro, Vincenzo (1882-1960).
Il celebre Paolo Chimeri gli fu maestro di pianoforte, Gaetano Mascardi di
organo, studiò composizione con Mapelli e Mattioli nel 1911 conseguì il
diploma in composizione al Conservatorio "Martini" di Bologna.
Capitanio fu insegnante di armonia, solfeggio, pianoforte complementare,
pianoforte principale (cattedra che ottenne nel 1929) e, finalmente,
direttore (per il solo anno scolastico 1942-43) dell'allora Civico
Istituto Musicale "Venturi".
Queste sono le denominazioni odierne degli insegnamenti citati, ma allora?
Capitanio iniziò la sua carriera di docente al "Venturi" nel 1900,
vincendo il concorso bandito per il "solfeggio cantato" (disciplina che
continuò ad insegnare fino al 1923-24; nel '28 tale incarico fu assegnato
a suo fratello Vincenzo), ma nel 1905 già impartiva lezioni di pianoforte
complementare e di "elementi d'armonia" che divenne "armonia
complementare" solo nel 1924.
Come s'è detto, nel '28 ottenne la cattedra di pianoforte principale,
accanto a quella di Paolo Chimeri, il quale praticamente da sempre
insegnava al "Venturi", gratificato nella qualifica di "docente gratuito".
Aprendo una parentesi, se scorriamo la lista dei docenti fino al primo
trentennio del nostro secolo, vediamo quanta differenza esista con
l'ordinamento dell'attuale Conservatorio: allora un maestro insegnava
veramente un po' di tutto, dalla sua disciplina principale a quelle
complementari; spesso doveva fare il bibliotecario o il "conservatore di
strumenti". In quegli anni, con 12-15 persone effettive si studiavano
quasi tutti gli strumenti, designati con definizioni all'antica, come
"strumenti di legno" (ma proprio tutti!), "di ottone". Molto curato era il
solfeggio. Non c'era la cattedra di composizione, ma a quanto pare i
famosi "elementi d'armonia" doveva essere una specie di corso di
composizione condensato.
Tornando alla biografia di Capitanio, si può dire che il maestro, pianista
per passione e vocazione, confidò soprattutto all'organo le sue grandi
interpretazioni, fra le quali spiccavano quelle libere, le improvvisazioni
alla maniera antica che costituivano un forte richiamo per i suoi
estimatori. Nel 1895 era organista a Casalbuttano (posto vinto mediante
concorso), poi fu titolare di alcuni dei principali organi di Brescia: a
S. Alessandro, S. Giovanni, ma la gente amava andarlo ad ascoltare nella
Chiesa di Sant'Agata, dov'era maestro di cappella rimanendovi fino al
1942, l'anno in cui fu colpito da paralisi. Capitanio eccelleva come
pianista da camera: scorrendo i vecchi programmi dei concerti cittadini si
ritrovava il suo nome nelle formazioni di Duo, di Trio e di Quintetto.
Infine, prima di accennare al compositore, parliamo del didatta e, se
possibile, dell'uomo. Franco Margola scrisse: "Esigente con i suoi allievi
lo era ancor più con se medesimo e, durante le lezioni che impartiva agli
allievi-compositori, passava spesso l'intero periodo della lezione sopra
una sola riga, magari anche sopra una sola misura di contrappunto. Ne
usciva sempre una vera arte polifonica, trasparente, perfetta". Le sue
lezioni di pianoforte erano dettate da una tale conoscenza della tecnica e
dei significati di ogni frase da mettere in crisi o stupire ogni allievo,
dal quale Capitanio esigeva chiarezza, granitura, perfezione (Bach e
ancora Bach, Mozart, Clementi, Schumann, Beethoven, Liszt erano gli autori
fondamentali) e capacità di analisi.
Durante le lezioni parlava di tutto, faceva esempi letterari, specialmente
danteschi; per far capire un concetto ricorreva alla citazione d'interi
brani d'opera o faceva riferimento alle sue amate stelle (il suo hobby era
l'astronomia). Rideva raramente, soprattutto ironizzava, talvolta con
amarezza; ci pare di capire che fosse un timido e un passionale.
Queste componenti temperamentali composite e contradittorie si individuano
nell'analisi delle sue musiche. Da un lato Capitanio dimostra un rigore e
una sapienza contrappuntistica quale raramente si trova in un artista del
'900, e i suoi maestri ideali si possono cercare in Gabrieli, Palestrina,
Bach e anche in Monteverdi. Attesta il Margola di averlo udito più volte
improvvisare fughe e fugati a quattro voci con la massima disinvoltura. Ma
da questi schemi nei quali Capitanio sembrava quasi autocostringersi,
l'altro versante della sua personalità quella lirica oppure violentemente
armonica, emerge a contrastare l'impianto precostituito: così dalle sue
opere spirano l'inquietudine, la ricerca, il desiderio d'evasione.
Ad esempio, Capitanio era verdiano (sul suo pianoforte verticale da studio
c'era anche un piccolo busto di Verdi), ma era affascinato da Wagner.
Perciò adorava il "Tristano" e "Otello"; se da una parte sembrava seguire
l'aforismo di Verdi "Torniamo all'antico e sarà un progresso", dall'altro
le sue armonie sono frutto di cromatismi; spesso la tonalità impallidisce,
piegata da ardite alterazioni, e diviene oscillante, contrastata.
Di "Alta dignità artistica" definisce il Margola la produzione di
Capitanio, così personale, così tormentata che può essere presa a
significare quale fosse la posizione di un artista che la sua epoca la
conosceva fino in fondo, e non la contraddiceva, la viveva. Con una
differenza rispetto ai romantici la viveva con umiltà, modestia, orgoglio,
e forse con un fondo di paura. Quella stessa paura che spinse Capitanio a
non andarsene da Brescia (e sì che fuori avrebbe di sicuro ottenuto
riconoscimenti ben più importanti di una generica stima), dando tutto se
stesso, come in una specie di confessione incompresa dai più, al suo
organo. Qui improvvisava e diventava epico, schumanniano, franckiano.
Lui che poteva fare scherzi musicali con i canoni, come gli antichi
maestri fiamminghi, si commuoveva per un ingenuo e straziante tema di
Schubert, per un "Warum" di Schumann. Attentissimo a ciò che accadeva nel
mondo musicale, studiava e cercava di applicare gli stilemi, le scale di
Débussy, tentava di ricreare, a suo modo, le atmosfere di Ravel o di
Puccini.
Analizzava Liszt, comprendendone l'essenziale genialità, non vedendolo
soltanto quale precursore di Wagner, ma come l'autentico messaggero della
nuova musica.
La sua attenzione per l'armonia lo portò persino, durante un viaggio
all'estero (per il collaudo di un organo) a seguire un gruppo di tzigani,
per osservare da vicino come potessero realizzare i loro accompagnamenti
aiutati unicamente dall'istinto.
Solo una parte della produzione di Capitanio fu edita (e oggi é
introvabile). Gli inediti, le musiche sacre, la non copiosa musica
teatrale, sinfonica e da camera, pensiamo sia tutto sparso in città,
presso le biblioteche dei molti ex-allievi, e qualcosa c'è anche nella
Biblioteca del Conservatorio.
Crediamo che a molti interesserebbe leggere, udire queste composizioni,
per ritrovare le particolarità dell'arte di Isidoro Capitanio, ma anche
qualcosa di se stessi. |