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UN CICLO DI TREDICI PUNTATE, ALLA
RADIO VATICANA
MUSICA E RIVOLUZIONE FRANCESE
ALLA RICERCA DI NUOVE PROSPETTIVE
DI INDAGINE MUSICOLOGICA
di Maurizio Bignardelli
Quando si guarda al connubio tra musica e
rivoluzio-ne, fra le fasi "calde" della storia e la produzione
artistico-musicale, il compito più arduo è quello di districare i
complessi rapporti che intercorsero tra ideologie rivoluzionarie e
poetiche artistiche, fra spinte ideali e realizzazioni istituzionali.
Da un lato i generi musicali appaiono come estrinsecazioni di esigenze
funzionali diversificate (la canzone legata alla pedagogia rivoluzionaria,
la marcia funebre connessa alla celebrazione mitica degli eroi della
rivoluzione, gli inni espressione della coralità e dell'azione
collettiva), dall'altro la coesistenza di generi-guida (opérà,
opérà-comique) consente una completa saldatura con la retorica musicale
tradizionale e più in voga.
Il sincretismo fra generi musicali sacri e militari si attuò completamente
nelle cornici liturgico-celebrative delle feste rivoluzionarie. Sarebbe un
sottovalutare i problemi musicali connessi alla storia pensare che le
forme musicali sacre uscirono indebolite dal processo rivoluzionario. Anzi
è vero tutto il contrario: fra il 1780 e il 1790 videro la luce una serie
di capolavori che segnarono la storia della musica, dalle messe di Haydn
ai suoi oratori, alle messe ed al Requiem di Mozart, alla "Missa pro
defunctis" di François Joseph Gossec.
Gossec deve il suo apprendistato musicale alla Chiesa cattolica; fu il
curato di Pestiau che lo raccomandò alle canoniche perchè lo accogliessero
come ragazzo del coro. Fece in seguito parte della cantoria di Saint
Pierre e frequentò la cantoria di Anversa dove apprese, con il maestro di
cappella, il violino, l'armonia e la composizione. Il futuro direttore
della Guardia Nazionale, direttore dei complessi bandisti ci militari,
musicista rivoluzionario per eccellenza e massone scrisse uno dei
capolavori del genere sacro durante la fase rivoluzionaria. La "Missa pro
defunctis" non è un'eccezione; nella sua sterminata produzione spiccano
per lo stesso genere l'oratorio "La Natività" (1775), la "Messa dei Vivi"
(1813), ben tre "Te Deum" ed oltre 30 mottetti.
La "Missa pro defunctis" risale al 1760, ed è composta da ben 25 numeri
musicali divisi in 5 parti nella cornice formai è ampia ed imponente di un
Requiem per soli, coro e orchestra.
Gossec era un finissimo orchestratore, la cosiddetta "colonna d'armonia"
massonica si travasava nella funzione liturgica. La funzione più antica ed
accettata dalla tradizione liturgica riservava ai fiati l'onere del pedale
armonico, di tipo organistico, con grandi accordi tenuti. Altrove però
archi, fiati e timpani assolvono ad un'altra e più importante funzione:
quella di amplificare la solennità e l'atmosfera del testo sacro come nel
caso di "Mors stupebit".
Qui l'orchestra sottolinea la gravità del momento drammaturgico ma anche
la terribilità dell'evento sacro e la paura umana di fronte alla morte.
L'ottavo brano musicale ("Tuba Mirum") destò una forte impressione nel
pubblico grazie alla strumentazione che utilizzava tre tromboni uniti a
quattro clarinetti, quattro trombe, quattro corni e otto fagotti nascosti
in lontananza in un luogo della chiesa, alla maniera organistica. Gossec
raggiunse punti di altissima tensione drammatica nel "Pie Jesu", intriso
di doloroso patetismo con una fuga dalle possenti linee architettoniche
sulla parola "Amen", ed in "Lux perpetua", anch'essa una fuga dal
rigorismo esasperato e per questo straziante. Queste due fughe aderiscono
alla classica cornice formale del Requiem, la chiusa del "Dies irae".
La possibilità di fondere totalmente generi musicali apparentemente
incongruenti con interventi solistici su testo latino intercalati da
accompagnamenti orchestrali di stampo militare realizzati con complessi di
soli fiati non era una novità in Gossec.
Ma già prima di lui la pratica era abbondantemente stata sperimentata
dagli organisti virtuosi come Benigne Balbastre e l'abate Vogler.
Il loro variopinto repertorio era un florido assemblaggio di canzoni
d'osteria che si mutavano in canti di Natale, improvvisazioni su famosi
temi operistici o variazioni estenuanti su motivi patriottici, per la
gioia di un pubblico eterogeno e per il 70% analfabeta che all'interno
delle chiese parigine era sempre pronto a fruire la musica come in agone
spettacolare. Proprio gli organisti si piegarono a facili effetti
descrittivi (come il "rombo dei cannoni" realizzato con accordi dissonanti
con avambracci e pugni chiusi) pur di primeggiare ed avere più pubblico
possibile cui titillare l'ingenua fantasia.
Sarà proprio il coltissimo abate Vogler, teorico, didatta, musicologo,
compositore, virtuoso-organologo, maestro di cappella, allievo teologo di
padre Vallotti a Padova, nonchè protonotario apostolico e cameriere del
papa che imbonirà i rivoluzionari piegando il suo "monstrum" organario,
"l'orchestrion" ad ogni sorta di ludi musicali (marcette rivoluzionarie,
descrizioni di favolose battaglie).
L'abate Vogler realizzò nel 1791 un altro capitolo sincretico di storia
musicale; con le variazioni sull'aria di Marlborough per fortepiano e
orchestra le forme musicali alte e basse di articolano in una "ars
combinatoria", una sorta di "contaminatio" ora colta ora popolare.
Il "pastiche" assemblava un larghetto (il Tema) seguito da un allegro
marziale (una marcetta), un allegro scherzando, un minuetto di stile
"ancien régime", un "allegro affettivo e sensibile", un "carillon", un "larghetto
mistico ecclesiastico", un allegro burlesco, ancora una canzone popolare
(la carrozza), un larghetto patetico in minore, un allegretto "gentile con
eleganza", una marcia (la caccia), un capriccio (fuga, molto vivace,
larghetto, allegro, Les adieux). Mai centrifugato musicale fu più
variegato!
Nella musica strumentale appare più evidente lo iato fra l'assunzione del
motivo preesistente e le successive elaborazioni in forma virtuosistica.
Le peculiarità del mezzo strumentale condizionano l'aspetto compositivo e
la cornice formale. Ricreare il tema noto sul fortepiano o sul violino
equivale per il compositore-virtuoso alla concentrazione sulle specificità
del linguaggio strumentale che ne esce rafforzato dal punto di vista della
ridondanza musicale.
Meno evidente invece è la comprensione della ricreazione metamorfica degli
stessi assunti di base nella tradizione popolare.
La ricreazione infinita in ambito popolare genererà un serbatoio talmente
vasto di varianti testuali e musicali da rendere arduo qualsiasi approccio
classificatorio. Sono già state catalogate oltre 35.000 canzoni
riconducibili al periodo rivoluzionario ma l'indagine non rende appieno la
complessità sociologica del fenomeno.
Una canzone non è un resoconto fedele: essa è per tutto il periodo
rivoluzionario un mezzo di propaganda politica destinata a colpire
l'uditorio, con un vasto apparato retorico e l'autore non si preoccupa
affatto della veridicità dei fatti. La canzone è una forma di riscrittura
popolare della storia, nel senso che ritrae gli umori del popolo, il suo
grado di tensione sociale. Chi aderiva a questo processo creativo in
maniera attiva era il musicista rivoluzionario (come Méhul, Gossec,
Devienne, Sarrette) che sentiva come un proprio dovere militante
l'acculturazione musicale delle masse. Nel travaso dall'ideologia
massonica alla prassi musicale rivoluzionaria i musicisti prima menzionati
erano protesi a realizzare istituzioni d'insegna d'insegnamento o di
diffusione musicale che gli potessero assicurare una funzione stabile
remunerativa. La rivoluzione offriva ampie prospettive: in primo luogo la
speranza di poter sviluppare e consolidare la propria arte senza essere
sottoposto a costrizioni estetiche da parte della committenza,
L'animazione di Società di concerti oltre a garantire indipendenza
creativa e finanziaria favoriva l'indebolimento dei legami di dipendenza
dall'aristocrazia.
Fu la Loggia Olimpica, una estrinsecazione pubblica dell'ordine
liberomuratorio, che commissionò la cantata "Anfione" a Cherubini e le
sinfonie parigine a Franz Joseph Haydn, due musicisti massoni.
Con “l’opérà-comique" "Il Congresso del Re" (1794), per la prima volta
assistiamo all'abbandono, almeno per un istante, dell'individualismo del
creatore, della sua "unicità". L'opera fu creata collettivamente da 12
compositori fra cui spiccano Gretry, Daylarac, Méhul, Cherubini, Devienne,
Kreutzer. C'era un programma di rivendicazioni professionali alla base di
ogni gesto. La partecipazione al funzionamento delle istituzioni
dell'insegnamento garantiva ai bandisti una paga militare, ai professori
di conservatorio uno stipendio, ma oltre a ciò le commissioni private
erano scarse, la musica per le feste un dovere civile (e dunque le
commende non pagate) ed i compositori insistevano a gran voce per ottenere
il riconoscimento sul diritto di proprietà delle loro opere, il moderno
"diritto d'autore", che di fatti venne stabilito per legge un decreto del
19 luglio 1793.
Ma la legge venne disapplicata e nessun compositore potè in effetti
sfuggire al rapporto con editori ed impresari che gestivano la macchina
teatrale ed il circuito privato-musicale. E così malgrado gli strumenti
legislativi attivati i musicisti politicizzanti dovettero corteggiare
proprio quell'aristocrazia decaduta che ora gestiva il nuovo salotto di
stampo borghese. Questo era l'unico mezzo rimasto a rivoluzione ultimata
per ottenere una qualunque diffusione fuori dal ristretto numero degli
addetti ai lavori e degli allievi del Conservatorio.
L'ardore rivoluzionario si tradurrà in una corposa letteratura didattica,
diretta filiazione della politica pedagogica. Questa nuova versione
musicale scaturita dalla fluttuazione del gusto riproporrà gli abiti
professionali del "concertista-virtuoso" che ancora non aveva ottenuto il
riconoscimento sociale che meritava. Gli studi da concerto sono il
"surrogato domestico" dell'emulo del concerto vero e proprio, gli
amatori-dilettanti alimentano il mercato editoriale nella versione
semplificata da eseguirsi al riparo delle comode mura domestiche.
Il professore di conservatorio, un tempo ex-concertista-virtuoso non
riscattato socialmente, stabilisce un rapporto paritetico con il suo
destinatario. Il musicista rivoluzionario diviene egli stesso parte
integrante di questa nuova borghesia di successo. La regola del mercato
muta con gli ultimi anni della rivoluzione: la diffusione della cultura
musicale tramite l'Istituzione pubblica ha notevolmente ampliato i
fruitori del prodotto musicale, la pratica dell'insegnamento rende lo
studio della musica differenziato: gli allievi del conservatorio
diventeranno i futuri professionisti della musica, mentre ai borghesi
acculturati toccherà il compito della creazione e dell'incremento delle
società di concerti. Comincia la circolazione della letteratura didattica:
Metodi, Studi, Esercizi. Finalmente amatori e dilettanti possono ricrearsi
l'illusione del ludo musicale tramite la letteratura cameristica
espressamente "tagliata" sulle loro possibilità tecniche.
Si è schiusa la crisalide rivoluzionaria: dall'impegno politico alla
mistica rivoluzionaria (festa dell'Essere Supremo), dall'apparato
simbolico musicale dei rituali di loggia al rallentamento delle tensioni
ideologiche e politiche. Con l'involuzione ed il trapasso storico che ne
scaturirono anche la musica seguirà la stessa sorte.
Dal dispiegamento di forze collettive oceani che, rinforzate nel
gigantismo orchestrale militare da percussioni, sistri, serpentoni e
piatti (cui ammiccavano i futuri Berlioz e Spontini), tutte le forme
musicali teatrali e strumentali furono coinvolte in una progressiva
deideologizzazione che sfocerà in uno scollamento totale fra officiante e
fedeli, fra corifeo e coro. Il deputato del popolo, la madre di famiglia,
i guerrieri, le voci bianche non sostituiranno più i solisti di canto, il
"Canto Nazionale" di Méhul per tre orchestre e tre cori eseguito nella
festa rivoluzionaria del 14 luglio 1800 non esprime più le influenze
massoniche ed il credo di virtù, fratellanza, umanità, ragione, carità. La
marcia funebre diviene un genere polivalente: la stessa opera servì a
Gossec il 20 settembre 1790 per commemorare i morti di Nancy, il 4 aprile
1791 per i funerali di Mirabeau e nel luglio dello stesso anno per
celebrare il trasferimento delle ceneri di Voltai re al Pantheon. I generi
ideologici si rivelano strumentali e facilmente riciclabili per funzioni
diverse.
Per Voltaire Serrette copiò gli strumenti militari romani direttamente
dalla colonna traiana, si fecero costruire degli strumenti scenografici
come la "tuba corva" e la "buccina" che dovevano precedere il carro
funebre con musicisti in antico costume romano.
La musica rivoluzionaria sentiva il bisogna di un'autocelebrazione: Parigi
come l'impero romano. Anche nell'operà accadde la stessa cosa con l'opera
"Orazio Coclide".
L'impegno politico di alcuni musicisti, il credo misteriosofico, la
creazione di specifiche istituzioni nate sotto il segno della rivoluzione,
il rapporto con i committenti e la nuova editoria sorta con il diritto
d'autore, le rivendicazioni professionali di segno moderno, sono il segno
storico della trasformazione operatasi nella realtà strutturale del
mercato musicale, pur sempre orientabile, elastico e mai rigido.
L'oscillazione completa del mercato musicale è il vero "punto dolens"
degli studi sulla musica nella rivoluzione francese: troppi luoghi comuni,
mistificatori, hanno occultato la poliedrica conformazione del libero
mercato, ed i legami di dipendenza reciproca che ne scaturirono con
l'epoca napoleonica. |