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VIAGGIO NELLE REALTÀ MUSICALI
BRESCIANE
IL DIBATTITO SULLA MUSICA A BRESCIA NEL PRIMO DOPOGUERRA
CULTURA POPOLARE E AVANGUARDIA
di GIANFRANCO PORTA
Dopo la pausa determinata dalla mobilitazione di
tutte le energie del partito per la "battaglia elettorale", che vede i
socialisti bresciani aumentare i loro voti nonostante la scissione
comunista e un'offensiva generalizzata degli avversari, l'attività
dell'Università Proletaria riprende il 30 maggio 1921 con un concerto
vocale organizzato nella sala Apollo di palazzo Martinengo "per
festeggiare la splendida vittoria" e il ritorno da S. Marino, dove era
stato costretto a rifugiarsi per sfuggire all'ennesima condanna, del
segretario della Camera del Lavoro Domenico Viotto, portato trionfalmente
in Parlamento dai lavoratori bresciani.
Una cronaca pubblicata su "Popolo e Arte", il periodico mensile del Gruppo
Socialista Amici dell'Arte, ricostruisce l'atmosfera e l'andamento di
questa "lezione con esemplificazioni" sul tema Attraverso le espressioni
musicali di una leggenda. Dopo l'ormai abituale introduzione di Gherardo
Ugolini, che illustra al "foltissimo pubblico di operai" il Faust di
Goethe, sottolineando in particolare la "forza di suggestione artistica"
esercitata dall'”episodio immortale degli amori di Faust e di Margherita"
sul cuore e sull'ispirazione dei musicisti, il soprano Maria Ugolini, il
tenore Giuseppe Gianola e il baritono G. Marchisoli, accompagnati al
pianoforte da Francesco Capretti, "al quale il pubblico rivolse
entusiastiche acclamazioni per la sua perizia di (...) esecutore",
interpretano brani della Dannazione di Berlioz, del Faust di Gounod e del
Mefistofele di Boito. L'uditorio "attentissimo", riferisce la rivista,
"dimostrò di apprezzare in special modo La canzone del re di Thule e
Perduta è la mia pace della Dannazione di Faust, cantata con gusto, con
misura e con bellissima voce dal soprano Maria Ugolini".
La polemica sugli spazi musicali
Di pari passo con l'organizzazione di proprie iniziative il GSAd'A e
I.U.P. rivendicano la democratizzazione degli spazi musicali, conducendo
una vivace polemica contro la gestione dei teatri bresciani.
"Il teatro Grande - scrive Ugolini - è proprietà comunale; ma chi vi
comanda, chi lo considera come una dependance del suo palazzo è il vecchio
conte Valotti, il presidente della deputazione teatrale". Questa è "una
specie di stato maggiore di arricchiti e blasonati, con l'aggiunta di uno
sparuto rappresentante della maggioranza bloccarda (la coalizione di
liberaI-moderati, popolari e zanardelliani che amministrava la città,
n.d.r). Il segretario, l'avv. Feroldi, la sola persona intelligente non
del tutto priva di competenza artistica è un moderatucolo d'antico stampo
e non può che scattare agli ordini del padrone, il famoso Valotti che è a
questo posto evidentemente per la sua professione di conte e di
proprietario di stabili.
Neppure i palchettisti, i quali, perché fortuitamente possiedono la chiave
di una "casella" del teatro settecentesco, gestiscono il teatro attraverso
la deputazione ritenendosi per diritto divino i soli arbitri
dell'edificio, vedono di buon occhio la dittatura assolutamente personale
del nobile feudatario!
C'è, è vero, qualche nuovo ricco, che vorrebbe detronizzarlo; ma non può
ed è costretto a mordere i freni. Come spodestare il vecchio Valotti che
non è un uomo, ma una istituzione? Intanto il nostro massimo teatro,
costruito dai lavoratori e da artisti i cui discendenti sono ammassati
solo in piccionaia, è tagliato fuori dalla vita moderna, ed è posto dentro
un cordone proibitivo di prezzi e di privilegi. E si permette che gente
senza competenza, forte solo del blasone e della proprietà, in una città
di 100 mila abitanti, in massima parte lavoratori, gestisca il teatro che
deve rispondere a un bisogno sociale di cultura e che un vecchio sire vi
spadroneggi come se nell'anno 1921 non fosse già passata, almeno, la
rivoluzione francese".
Le conseguenze di tale conduzione, denuncia Ugolini, sono sotto gli occhi
di tutti, ma si preferisce continuare in una pratica ottusa e meschina che
non solo impedisce l'uso della sala persino alla Società dei concerti ed
esclude il grande pubblico dall'accesso, ma finisce per penalizzare anche
gli artisti più insigni. "Il maestro Toscanini è venuto (...) a Brescia
con la sua orchestra meravigliosa e ha tenuto due concerti al teatro
Grande naturalmente ad esclusivo beneficio dei pescecani locali. Il
secondo concerto poi ebbe luogo per le poltrone vuote". Noi, scrive
Ugolini, "ci limitiamo a constatare" che pure nella nostra città l'arte è
"un privilegio borghese", che "solo ai capitalisti è dato di goderla" e
che "si preferisce offrire a Toscanini un teatro deserto piuttosto che
aprire i battenti al popolo per la sua cultura musicale".
In questa situazione e data l'impossibilità di disporre, se non a prezzi
troppo elevati, del teatro Sociale, i cui gestori "rappresentano invece
l'avvento della borghesia, il capitale in luogo del blasone", gli "Amici
dell'Arte" rilanciano la proposta di costruire un Teatro del Popolo e
preparano per questo un progetto da presentare al Comune.
Sensibilità politica e vocazione pedagogica
Al di là della circostanziata denuncia della gretta politica seguita dai
responsabili dei teatri cittadini Ugolini ritorna in diverse occasioni sul
tema a lui caro delle manifestazioni, che si rivolgono programmaticamente
ad un uditorio popolare.
"A Brescia - egli scrive - vi sono varie società che tendono alla cultura
del popolo (chi non tende alla cultura del popolo?). Una grande
associazione munita di ingenti capitali e presieduta da commendatori, da
senatori e da altre personalità del censo e del blasone, la cosiddetta
"Pro cultura", ha già dato quest'anno due concerti molto frequentati con
tentativi di popolarizzare la musica classica strumentale; in quanto a
quella vocale - rileva con evidente sarcasmo - si è limitata a far sentire
al popolo dei brani inediti e dal più straordinario interesse artistico e
culturale come “Voi lo sapete o mamma” del Mascagni, oppure “Mi chiamano
Mimi” e “Vissi d'arte, vissi d'amore” del Puccini. Esiste anche la società
corale “A. Bazzini” che si è lanciata nella via della redenzione culturale
del popolo mediante concerti all'aria aperta anch'essa con audizioni
speciali di “Vissi d'arte, vissi d'amore” seguito dall'Andrea Chenier e
confortato di cori", Tutte queste società "mostrano un assai scarso
rispetto verso il cosiddetto popolo specie quando credono di assolvere al
loro compito facendogli riudire in edizioni economiche le solite
scempiaggini del teatro moderno senza nemmeno un'ombra di illustrazione.
Noi della D.P. sprovvisti come siamo di mezzi, privi dell'appoggio della
stampa borghese cerchiamo che i nostri concerti non abbiamo soltanto lo
scopo di divertire ignobilmente la plebe, ma di interessare l'élite
proletaria ai problemi dell'arte, a capire il carattere fino ad oggi
ignoto di certe forme musicali, a scoprire più larghi orizzonti per il
godimento dello spirito. Non abbiamo i mezzi è vero e dobbiamo sfruttare
sempre gli stessi elementi. Ma ci rivolgiamo ad un uditorio pieno di buona
volontà di imparare mentre evitiamo con ogni cura di cadere nel banale e
nel piccolo borghese, nell'atto di preparare i nostri programmi".
Nell'impegno di Ugolini, che si segnala non solo come animatore del Gruppo
Socialista Amici dell'Arte e dell'Università Proletaria di Brescia, ma
come una delle voci più autorevoli e impegnate del movimento nato a Milano
sul finire del 1919, la sensibilità politica si sposa con una spiccata
vocazione pedagogica. "Per portare il pubblico alla comprensione estetica
di una suonata non bisogna limitarsi a farla eseguire, anche bene. Bisogna
avere la pazienza di individuarne i temi, descriverli, indicarne il
carattere, confrontarli tra loro, seguirne lo sviluppo (...). Nostro
compito - egli sostiene - è di volgarizzare la musica da camera (...)
procedendo come se l'uditore non possedesse alcuna cognizione musicale".
Del resto "quale educazione si potrebbe pretendere da un popolo come il
nostro, la cui preparazione estetica non è stata tenuta in nessuna
considerazione?"
Conferenze e concerti
La polemica contro le semplificazioni demagogiche dei sedicenti fautori
dell'istruzione popolare e l'impegno (che deve misurarsi con difficoltà,
resistenze o incomprensioni anche all'interno della sinistra) a creare le
condizioni per far conoscere ed apprezzare la grande arte, non sono
soltanto elementi propagandistici di battaglia politica. Tutto il lavoro
dell'Università Proletaria, nei "concerti" come nelle visite guidate e nei
cicli di conferenze - basti qui ricordare le lezioni sull'Iliade e
l'Odissea, sul teatro di Eschilo e sul mito di Prometeo tenute da Augusto
Monti, professore di latino e greco al R. Liceo Arnaldo - va in questa
direzione. Almeno per quanto riguarda le attività musicali, sono
costretti. a riconoscerlo, sia pure a malincuore, anche gli avversari.
Quando la nota violinista Adele Mazzucchelli Bignami, presente ad una
delle "serate" tenute in Sala Apollo, "ammirata dalla qualità del pubblico
e del suo entusiasmo", si offre di suonare gratuitamente per l'Università
Proletaria, anche i giornali "borghesi" sono costretti a rompere il
silenzio cui, come abbiamo visto, fino a quel momento si erano
rigorosamente tenuti.
"Ebbe luogo venerdì e sabato 1 e 2 luglio nella sala Apollo del palazzo
Martinengo - riferisce ai suoi lettori "La Sentinella" - un concerto di
“musica da camera” con cenni illustrativi per dare, mediante esempi,
un'idea della musica strumentale pura (il “trio” n. 3 op. Il di L.
Beethoven, la celebre “sonata per pianoforte e violino” di G. Martucci,
“uno scherzo” di Goens e un allegro di Saint Saens per violoncello) e
della musica vocale (tre antiche arie della scuola napoletana del
Pergolesi, del Sacri e del Giordani detto Giordaniello, e tre lieder di F.
Schubert: “Stupore” e “Ultima speranza” dal “Viaggio d'inverno” e la
famosa, per quanto poco nota a Brescia, “Margherita all'arcolaio”).
Come sintesi di tutta la evoluzione musicale dai primi ritmi di danza
attraverso la musica sacra, quella strumentale e quella vocale pura, in
ultimo fu eseguito un brano di musica teatrale: il “re di Thule” e l'”aria
dei gioielli” del Faust di Gounod, poiché al teatro sbocca naturalmente la
musica nelle sue varie forme avvivate dalla funzione scenica.
La violinista signora Adele Mazzucchelli Bignami, specialmente nella
superba sonata di G. Martucci, suscitò grandi ovazioni per la sua arte
squisita, castigatissima eppure calda e trascinante. Il violoncellista
Gino Vatrini fece cantare con grazia e con passione il suo strumento e
dette prova di una grande virtuosità tecnica. Il soprano Maria Ugolini
miniò con sicura interpretazione stilistica e con felice duttilità di
mezzi vocali le antiche liriche italiane e specialmente nei lieder di F.
Schubert, dove è così profondo il sentimento della natura, e nell'aria dei
gioielli del “Faust” di Gounod spiegò una bella voce dolcissima e calda
dando prova di ottimo intuito coloristico. Sedeva al pianoforte
instancabile e accurato accompagnatore il signor Francesco Capretti".
L'Arte e i lavoratori
La documentazione in nostro possesso non consente di sapere se e quali
altri incontri musicali siano stati organizzati nei mesi seguenti. Per
quanto l'attività dell'Università Proletaria proseguisse regolarmente, non
dovettero mancare, oltre alle difficoltà derivanti dal crescente
isolamento delle organizzazioni socialiste, problemi di ordine logistico e
finanziario connessi all'acquisto di una nuova sede destinata ad ospitare
le diverse associazione (cooperative, mutualistiche, culturali, del tempo
libero) di ispirazione classista.
Nella primavera del 1922 il Gruppo Socialista Amici dell'Arte che, dopo
l'iniziale identificazione con l'Università Proletaria, aveva scelto la
strada dell'autonomia, desiderando essere un organismo agile di battaglia
politica (nel nuovo consiglio direttivo erano intanto entrati - a conferma
di un sempre più stretto collegamento con le organizzazioni proletarie -
rappresentanti della Camera del lavoro, della Mutua operaia e del
Consiglio provinciale delle cooperative), organizza un "grande concerto
strumentale" nel salone di Palazzo Zoppola, al numero 33 di via Marsala,
sede della Casa del Popolo inaugurata il Primo Maggio di quell'anno. La
scelta non risponde a criteri di pura opportunità ma vuole, nelle
intenzioni del GSAd'A, attento alla dimensione simbolica dell'evento,
segnare, come il rituale del corteo, delle bandiere e dei discorsi
ufficiali nel giorno dell'apertura ai lavoratori, la natura della nuova
sede operaia. "La nostra Casa del Popolo non sarebbe che una vuota e
inutile sovrapposizione di pietre su pietre - scrive Gherardo Ugolini - se
non vi dessimo una vita con la cultura generale e con l'Arte. Nella CdP
ciascuno di noi deve trovare un poco della sua rigenerazione (...) nelle
forme più varie. La resistenza e la cooperazione per la redenzione
economica, la cultura per la formazione dell'intelligenza, l'Arte per il
cuore e per lo spirito". Il nesso inscindibile tra i due momenti era già
stato richiamato da Ugolini all'apertura del secondo "anno accademico"
delle Università Proletarie. "Non saremmo socialisti - aveva scritto in
quell'occasione - se non considerassimo la cultura come la conquista più
sana, più indispensabile del proletariato: ma nello stesso tempo non
saremmo Amici dell'Arte se a tale conquista non arrivassimo insieme con le
lottanti falangi di lavoratori che mirano alloro definitivo riscatto.
Poiché lo sbandamento nella miseria e la sconfitta poli-tica dell'operaio
sono anche la debacle della vita dell'Arte nel popolo".
"Un contromondo globale"...
Il concerto alla Casa del Popolo fornisce l'occasione per ribadire gli
scopi del sodalizio che si propone di "premere su organismi economici e
culturali del proletariato perché la produzione dell'artista (...) venga
tutelata, ricompensata, esaltata, in mezzo al popolo". È questa - si
afferma - "opera antiborghese per eccellenza, in quantoché è solo dalla
redenzione economica del proletariato che deve venire l'emancipazione
dell'Arte. Dove l'attività politica del proletariato si manifesta in modo
più consapevole, là è sentito il bisogno di dare all'arte il suo giusto
valore".
La scelta degli esecutori, il Quartetto Francesconi, e del programma (1.
Quartetto in fa di Dvorak; 2. Notturno e Scherzo di Borodin; 3. Quartetto
slavo di Glazunov) conferma, ancora una volta, il rigore a cui il gruppo
informa la propria attività. La presentazione del concerto è curata in
ogni dettaglio: "Brescia nuova" pubblica una sintetica scheda degli autori
e presenta gli esecutori come "operai dell'arte: ma operai perfetti,
finiti, specializzati fino al virtuosismo", "proletari" che vivono "del
loro lavoro", sostiene che "onorando gli artisti coscienziosi che hanno
faticato tutta la loro esistenza per avvicinarsi alla perfezione, onoriamo
il lavoro, il lavoro che è l'unica legge del mondo, il lavoro su cui
riposa il nostro diritto". Il pieno successo della manifestazione è
interpretato come una nuova "prova della sensibilità estetica" del
proletariato bresciano," capace di elevarsi alla vette supreme dell'Arte
da cui fino ad ora è stato ingiustamente tenuto lontano".
Accurata è pure la cronaca della serata che trova ampio spazio sulle
colonne del giornale socialista. "Il quartetto Francesconi ha assolto il
compito suo - riferisce il settimanale - con quella eleganza e felice
elasticità di interpretazione nei ritmi, con quella fine e potente
coloritura, con quella tersa chiarezza di ogni particolare, per cui non
c'è difficoltà che non si semplifichi, non c'è oscurità che non si traduca
tosto meravigliosamente evidente agli uditori. Dopo il celebre e popolare
quartetto di Dvorak il pubblico numerosissimo dimostrò il suo pieno
consentimento con una formidabile ovazione che sorprese grandemente i
quattro distinti esecutori i quali trovarono nell'anima popolare la più
ricca risonanza alle loro evocazioni. Il finissimo e passionale notturno
di Borodine, la tavolozza scintillante del quartetto slavo di Glazounow,
trasportarono gli uditori in un mondo incantato, in cui l'anima si esalta
e si fortifica per le battaglie di domani".
Questa ennesima iniziativa - l'ultima in campo musicale prima della crisi
definitiva del sodalizio e della cessazione di ogni attività determinata
dall'offensiva fascista che sfocia nella "marcia su Roma" consente di
individuare i modelli a cui il GSAd'A guarda. Noi - scrive Gherardo
Ugolini su "Brescia nuova" commentando il concerto tenutosi in Palazzo
Zoppola - seguiamo "col più profondo interesse lo svolgersi delle
manifestazioni culturali dei nostri compagni comunisti francesi. I
programmi che essi svolgono nei loro concerti sono i nostri. Anche là,
“Glazounow” (il direttore dei teatri sovietici), “Borodine” (il magnifico
popolare musicista russo), Mozart, il povero e divino maestro, la cui vita
non fu che genio, dolore e necessità...". In particolare sono le "feste
del Popolo" organizzate a Parigi da Doyen e Marguerite a costituire un
punto di riferimento.
D'altro canto Ugolini conosceva, come dimostra una sua cronaca di viaggio
pubblicata su "Popolo e arte", la situazione viennese. Nell'ex capitale
dell'impero asburgico, divenuta laboratorio di un socialismo nel quale
processo diffuso dal basso e movimento culturale d'avanguardia tendevano
insieme alla realizzazione di "un contromondo globale", i concerti per i
lavoratori erano pratica diffusa nell'antico Teatro imperiale ribattezzato
"Opera del Popolo" e ci si preparava a varare l'"orchestra sinfonica
operaia" alla cui direzione sarebbe stato chiamato Anton Webern.
Il referente Wagner
Referente comune a gran parte di queste iniziative è Richard Wagner. Ciò
che il compositore tedesco aveva teorizzato in una celebre opera, Die
Kunst und die Revolution (L'arte e la rivoluzione), era diventato, sul
modello della socialdemocrazia tedesca, obiettivo qualificante della
politica culturale perseguita dal GSAd'A. Non a caso la manchette di
"Popolo e Arte" riporta la classica formulazione wagneriana "lo scopo è
l'uomo forte e bello: la rivoluzione gli darà la forza, l'arte la
bellezza" e il nome del "maestro" ritorna di frequente nelle pagine della
rivista. La centralità di Wagner è del resto evidente, in diversa misura,
nelle manifestazioni musicali direttamente promosse dalle associazioni
operaie.
Quando a Parigi si organizza un grande concerto con cori di centinaia di
voci infantili in favore degli affamati della Russia, le bandiere delle
organizzazioni proletarie che hanno aderito alla manifestazione fanno il
loro ingresso nella sala Wagram ai "solenni accordi" del Parsifal.
Venendo all'Italia non è certo casuale che la prima uscita programmata dal
Comitato per la Cultura operaia di Torino, nucleo originario dell'Istituto
di Cultura proletaria, "sezione del prolet-Cult internazionale di Mosca"
sia un concerto wagneriano al teatro Regio.
Recentemente Alfred Pfoser in un intervento sulla "cultura della festa
proletaria" ha sottolineato come nelle teorie wagneriane vadano ricercate
anche le premesse per quella "estetizzazione della politica", per quella
"tendenza a trascurare il carattere combattivo nelle monumentali
dimostrazioni e feste social-democratiche a favore del momento estetico,
religioso e psicologico, e il cui risultato doveva essere la conciliazione
di arte e popolo". Più di tali aspetti, riferibili - comunque -
soprattutto alla realtà e all'esperienza del movimento operaio tedesco e
austriaco, vale forse la pena di osservare che questa matrice culturale
costituirà uno dei tramiti del passaggio di Ugolini all'impegno militante
in campo cattolico, deve svolgerà fino alla morte un ruolo di rilievo. Ma
questa è un'altra storia.
Qui, come conclusione di una cronaca necessariamente sommaria, vale la
pena di sottolineare l'interesse di una vicenda culturale e politica che
si segnala come uno dei momenti più originali e meno conosciuti della
storia del movimento operaio bresciano, non solo per il tipo di problemi
che pose sul tappeto ma anche per le concrete risposte che seppe dar loro.
Risposte che appaiono tanto più degne di attenzione se si considerano la
povertà dei mezzi e le difficoltà politiche con le quali questa esperienza
dovette misurarsi.
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