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INTERVISTA A EMANUELE SEVERINO
IL FILOSOFO E LA MUSICA
di Renzo Baldo
Che ha a che fare Emanuele Severino con la musica? Beh, ci ha avuto e ci
ha a che fare. Cominciamo col ricordare, per esempio, che all'interno
dell'arco della sua speculazione filosofica più volte il tema "musica" fa
una sua non trascurabile comparsa. Segnaliamo, per chi voglia affrontarne
la lettura, il capitolo secondo, "Il grido", ne "Il parricidio mancato"
(ed. Adelphi) e, nel recentissimo "Il giogo" (sempre Adelphi), la seconda
sezione dell'ultimo capitolo, il dodicesimo, "La parola degli eroi".
Però, lo confessiamo, l'idea di portare Emanuele Severino sulle pagine del
nostro giornale, tramite quello strumento persecutorio che è l'intervista,
ci è balenata sotto tutt'altra spinta. Se è vero, come qualcuno sostiene,
che la casualità è la matrice del mondo e che le occasioni che essa offre
vanno subito sfruttate, ebbene, questa intervista è, fra tutte quelle che
abbiamo accumulato nella successione dei numeri di Brescia Musica al fine
di individuare qualche aspetto delle tessere e dei frammenti di cui si
compone il mosaico musicale bresciano, certo la più "occasionale" fra
tutte. Essa nasce, infatti, dal casualissimo ritrovamento di una partitura
per pianoforte, che un nostro redattore ha scovato fra gli scaffali zeppi
di musica della pianista Roma Ferrari, un manoscritto dei primi anni
quaranta, firmato Emanuele Severino, intitolato I pensieri delle Parche.
Un pezzo denso di scrittura strawinskiana, di irruenza fonica percussiva e
di taglienti intrecci tematici. Come sottrarsi alla curiosità di sapere da
qual mai retroterra sbucasse fuori? Rinunciare alla tentazione di
telefonare all'autore di quel lontano trascorso giovanile per chiedergli
di dirci qualcosa sul suo rapporto con la musica, allora e oggi?
Allora un esuberante enfant-prodige che si arrampicava con entusiasmo
sulle scogliere della musica contemporanea; e oggi? tra Eschilo e
parmenide, tra “l'essere" e il "niente", tra Nietzsche e Heidegger, nello
sforzo - come dice un risvolto di un suo libro - di "scalzare la fede
nell'esistenza del divenire", che frequentazione ha con la musica il
"filosofo" che usa soggiornare tra le più ardue strutture del pensiero
teoretico?
Professor Severino, quando Le abbiamo telefonato per annunci arie il
ritrovamento di una sua partitura per pianoforte, ci ha risposto, tra il
sorpreso e il divertito, che tutto si sarebbe aspettato tranne che di
essere interpellato, e minacciato di intervista, sulla sua attività di
compositore di musica, un'esperienza di anni ormai lontani, rimasta
dispersa su carte che nemmeno Lei sa dove possano essere finite. Ma che
cosa Le ricordano quelle pagine? quei pentagrammi ormai scoloriti dal
tempo? da cosa nasceva quella inclinazione?
In questi casi si usa dire "peccati di gioventù", ma sarebbe
banale. È stata infatti una viva e stimolante esperienza. La vostra
telefonata mi ha fatto ripensare a quegli anni quaranta, (i miei anni,
all'incirca, fra i dodici e i venti), all'entusiasmo con cui mi buttavo
sulla musica e sulla carta pentagrammata, per riempirla di note. Mi ha
fatto ripensare all'atmosfera, all'ambiente, alle persone che frequentavo:
il Maestro Luigi Manenti, che mi avviò alla composizione, organizzando e
dando ordine a una sorta di impulso originario che mi portava a scrivere
musica, a coordinare i suoni fra loro; la casa di Roma Ferrari, dove è
stata eseguita la composizione che avete ritrovato (ricordo anche, tra
l'altro, una serata con un programma di musiche di musicisti bresciani,
Togni, Margola, Manenti e, si licet, anche mie).
La partitura che è stata ritrovata, dunque, non è stato l'unico suo
impegno di composizione.
No, tutt'altro, ho scritto molte cose, specie per pianoforte e per
strumenti a fiato. Anzi, dopo la vostra telefonata mi son dato da fare per
vedere se riuscivo a ripescarle, ma non le ho trovate, chissà dove sono
finite. Ho trovato soltanto una Suite per strumenti a fiato, del 47 - 48,
per flauto, oboe, corno inglese, clarinetto, fagotto, tromba in si
bemolle, pianoforte "a guisa di timpani", una ampia composizione, che è
stata anche eseguita in pubblico.
Il pianoforte come strumento a percussione. Abbiamo ragione di
pensare che il suo punto di riferimento era Strawinski?
Si, ero imbevuto di fonica e di formule strawinskiane, ma forse
soprattutto bartokiane.
Ma chi l'aveva avviato alla musica?
Mio fratello, che aveva otto anni più di me, era un ottimo
pianista. Io lo ascoltavo volentieri, e poi, quando potevo, mi mettevo
anch'io al pianoforte, e "componevo". Mi ha sempre attirato, fin da
ragazzino, il mondo dei suoni, mi attirava il combinarsi dei rapporti
sonori. Sopra di noi abitava il Maestro Guastalli, l'insegnante di mio
fratello, che deplorava quel mio modo di suonare, e mi esortava a studiare
regolarmente, ma io ostinato preferivo combinare suoni. Ho anche, per la
verità, negli anni successivi, studiato con una certa regolarità, ma non
sempre con continuità. Sono rimasto, così, un modesto pianista.
Lei però ha continuato a suonare, ho visto sul leggio del suo
pianoforte le Sonate di Mozart.
Sì, però mi è rimasta soprattutto l'inclinazione a sentire lo
strumento come luogo di un personale impatto, in altre parole il piacere
della improvvisazione, che ancora adesso mi attrae fortemente.
Ma alla composizione, con quel "taglio" strawinskiano-bartokiano,
come ci è arrivato?
Oltre all'insegnamento di Luigi Manenti, che si muoveva in un
ambito abbastanza vicino a quelle esperienze e sensibilità musicali,
ascoltavo dischi e, soprattutto, musica trasmessa per radio. Ricorderà
certamente anche Lei quale è stata l'importanza della radio tra gli anni
'30 e '40, quando comparvero nelle nostre case quelle scatole gracchianti
...
Ricordo bene. I dischi erano pochi e costosi, le radio, imprecise ed
incerte nella ricezione, portavano però per la prima volta possibilità di
informazioni musicali fino ad allora, specie in provincia, assolutamente
inattingibili. Del resto credo che non solo allora, ma anche oggi, un
ascolto attento e calibrato delle trasmissioni radio costituisca base
fondamentale per una educazione musicale.
Ebbene da quell'ascolto, unito alla lettura di alcune partiture,
avevo assimilato un entusiasmo fonico che mi pulsava nella testa e che
riversavo nella scrittura di molte pagine musicali, oltre che nel piacere
della improvvisazione sulla tastiera del pianoforte.
Lei ha citato Luigi Manenti. Ha avuto altri contatti con persone
dell'ambiente musicale bresciano?
Ricordo l'avvocato Grassi, presidente della Società dei Concerti,
che mi ascoltò suonare alcune mie pagine per pianoforte. Ma voglio
ricordare anche quello che poi divenne mio suocero, Francesco Mascialino,
eccellente strumentista di clarinetto e oboe e dotato di una notevole
cultura musicale, che mi aiutò a entrare nei segreti degli strumenti a
fiato. È stato, fra l'altro, il librettista delle opere di Manenti.
Oggi che impressione le fa a riguardare le sue composizioni?
Troppo "piene", manca il "silenzio". Mi divertivo molto, troppo, a
combinare suoni, ritmi e timbri. D'altra parte, ripensandoci ora, ero
proprio immerso, avevo proprio assimilato una delle caratteristiche della
cosiddetta musica moderna, l'assenza o, quanto meno, l'annebbiarsi della
Stimmung (N.d.r.: si può tradurre con "sensibilità", "atmosfera", "stato
d'animo").
A questo punto mi consenta, allora, di chiederLe più
specificatamente il suo parere sulla musica d'oggi. Non senza prima
ricordarLe alcune frasi che si trovano in un suo scritto, dove si legge
che oggi "la scissione fra musica e società è netta", che "i musicologi,
quando fanno seriamente il loro mestiere, sono meno comprensibili dei
matematici", e ancora, che "la musica contemporanea, non solo per il
popolo, è un enigma".
La musica contemporanea è un fenomeno che si sviluppa in modo
conseguente col fenomeno che massimamente caratterizza il nostro tempo: la
distruzione di strutture eterne. Si prende congedo dall'eterno,
dall'immutabile, da ogni possibile apriori. Per fare delle analogie: la
critica marxiana dell'economia politica, le geometrie non-euclidee, la
"crisi" del sapere scientifico di tipo positivista etc.
Nel campo della musica, secondo Lei, quando ha avuto inizio questo
fenomeno?
Direi da Beethoven, il quale non ne aveva consapevolezza, anzi
riteneva di dominare la tradizione. Il fenomeno si fa macroscopico in
Wagner (aveva perfettamente ragione Thomas Mann quando affermava che il
Tristano è, contemporaneamente,opus metaphisicum maximum e decadente
consolazione per i decadenti) per raggiungere piena consapevolezza, essere
teorizzato, nel nostro secolo. La dodecafonia costituisce il volto più
coerente di questa consapevolezza: la negazione di ogni apriori
immutabile, la negazione dell'apriori armonico-tonale.
Ma Schoenberg non si limita a negare l'apriori tonale. Mediante la
proposta seriale intende ricostruire un ordine, una organizzazione del
linguaggio musicale che si pone come salda e immutabile, a sua volta un
apriori.
Certo, ma è un apriori "sperimentale", che, cioè, come la scienza
moderna, si propone come "metodo" e non come "sistema", può quindi sempre
essere rivisto e modificato, non ha nulla di immutabile (contrariamente a
quello che credono alcuni schoenberghiani; diversamente da Schoenberg, il
quale ebbe ad affermare che resta ancora della buona musica da scrivere in
do maggiore).
Ma questo non è un riconoscere, semplicemente, la "storicità" dei
linguaggi, di ogni linguaggio? per stare all'analogia che Lei mi ha prima
suggerito col riferimento alla critica marxiana dell'economia politica:
Marx ci ha detto che la cosiddetta "economia politica" non è un assoluto,
un immutabile, ma un modo d'essere "storico" della organizzazione
economica; cosìSchoenberg ci ha fatto capire che anche il sistema tonale è
"storico", altrimenti, come Lei in una sua pagina si è argutamente
espresso, bisognerebbe pensare che Adamo ed Eva cantassero in do maggiore.
Ernest Ansermet nei suoi Fondamenti della musica nella coscienza
umana afferma l'esistenza, nell'uomo, di una struttura apriori acustica,
apriori nel senso kantiano, cioè che garantisce le condizioni
immodificabili sotto le quali l'uomo percepisce la realtà. Se si accetta
questo punto di vista, la dodecafonia appare come una violazione
dell'ordine naturale. Il fatto, però, che la violazione avvenga, e che la
sua risultante sonora venga percepita e, si voglia o no, ormai accettata,
è il segno di ciò che Lei chiama "storicità", ma che in realtà, guardando
più in profondità, è il fenomeno della distruzione di ogni struttura che
voglia porsi come immutabile.
Detto con altre parole: è il segno del" dispiegarsi di una volontà che
vuole il dominio del divenire. Possiamo dire, con linguaggio nicciano: la
musica è testimonianza del dionisiaco, della gioia-dolore del
dissolvimento; la musica è la voce della struttura stessa del divenire
come gioia-dolore. Nei miei scritti, se mi si consente questo richiamo, ho
cercato di spiegare l'origine della musica come espressione, per dirla
cori le esatte parole di Nietzsche, "dell'eterno piacere del divenire, che
comprende in sè anche il piacere dell'annientamento".
In base al riferimento a Beethoven che Lei prima ha fatto, dobbiamo
dedurre che dal romanticismo in qua sempre più forte è il trionfo del
dionisiaco, e quindi del "tragico" e del dissolvimento? E che l'apollineo
rimarrebbe per quanto parziale, per quanto ipotetico, un requisito della
musica, diciamo così, fino a Mozart-Haydn?
Si, si può sostenere, purchè, però, non si cada nell'errore di
Nietzsche il quale, avvertendo che la musica, con Wagner, si faceva sempre
più "romantica" e quindi "la meno greca di tutte le possibili forme date",
non si era accorto che il teatro greco, perfino nella forma, non era molto
diverso dal tempio di Bayreuth. La "dissoluzione", il "tragico" son
cominciati con la grecità, che è alle radici di tutto lo svolgimento
culturale successivo, fino ad oggi. La grecità cattura tutto, anche la
musica. Quanto alla "storicità", cioè alle differenze, sono sì importanti,
ma rischiano di essere una banalizzazione se si trascura di vedere, sotto
quelle differenze, i significati che il fenomeno assume nella sua "unità".
C'è qualche rapporto fra questa lettura, chiamiamola così, "epocale"
della musica e l'immagine che di essa si delinea nel Doctor Faustus di
Thomas Mann, la musica come sfera del "demoniaco"?
Credo proprio di sì, credo che con metafore diverse si metta a
fuoco il medesimo problema: il "demoniaco", la "follia" che sono impliciti
nel rigoroso dispiegamento del dionisiaco. Mann rappresenta lo sgomento di
fronte allo scatenarsi del puro dionisiaco: il "patto col diavolo" del
musicista Adrian Lewerkiihn in concomitanza con lo scatenarsi della follia
"tedesca" (ma si può correttamente intendere tout court "moderna"). Il
nazismo, e la musica ("moderna" "tedesca") come culmine della volontà di
potenza che si risolve in culmine della decadenza, della negazione della
volontà di vivere, nel senso che questo concetto ha in Schopenhauer. Gli
sfuggiva, però, che l'espressione più pura della volontà di do. minio non
spetta, oggi, alla musica, ma alla scienza e alla tecnica.
È per questo che Lei dice, in un suo libro che "la musica è divenuta
un'evasione provvisoria dai nostri problemi reali"?
Certo, come la religione: dopo le funzioni religiose, fosse anche
un papa che riempie gli stadi, come dopo l'ascolto di una musica, ognuno
torna ai suoi affari, nei quali soltanto si identifica, Essi sono per
ciascuno la vera realtà, non la religione o la musica.
È quella separazione fra musica e popolo che Nietzsche si proponeva
di superare?
Si, il tempo della musica, originariamente, era un tempo sacro; la
vita dei popoli antichi si raccoglieva comunitariamente attorno al canto,
al suono, al ritmo. Oggi “l'incantesimo" della musica vive in brevi spazi
concessi come evasione dal grande spazio del tempo profano.
Ma il suo rapporto personale con la musica, oggi, qual è? È un fatto
diventato marginale o in qualche modo ancora conta nel suo orizzonte di
sensibilità, di riflessione, di consuetudine culturale?
Non l'ascolto spesso, anche se non posso però di. re di
trascurarla. Le confesso d'altra parte che il momento nel quale mi sento
più a mio agio con la musica è quello di cui Le ho accennato, del diretto
impatto, della "composizione-improvvisazione". Ma vorrei aggiungere una
cosa: sottrarsi alla musica non è possibile, perchè la musica resta
sempre, nei secoli, la voce dell'impatto con quella "incrinatura" che,
come ho cercato di chiarire nei miei scritti, segna la presa di coscienza
"originaria" dell'uomo nei confronti della realtà. Hanslick insisteva nel
dire che la musica esprime soltanto il puro movimento. Aveva ragione. Ma
questo non significa che si distacchi dal mondo, anzi ne rappresenta
l'essenza, cioè il divenire, il movimento appunto.
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