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VIAGGIO NELLE REALTÀ MUSICALI
BRESCIANE
IL COMPLESSO MUSICALE "S. CECILIA" DI MANERBIO
LUNGA STORIA DI UNA BANDA GIOVANE
di Laura Gennari e Dario Quaranta
Quando si parla di rinnovamento delle Bande
musicali, è spontaneo pensare per prima cosa ai repertori, agli organici,
a tutti quegli aspetti, che rientrano in qualche modo nel campo
tecnico-musicale. È in questo settore che maggiormente si è operato per
rendere il più attuale la proposta dei complessi bandistici.
Considerando i risultati, l'operazione si può dire in gran parte riuscita,
ma potrebbe in breve termine mostrarsi vana se non si cambierà mentalità
anche in altro settore: quello della gestione. Una buona gestione
organizzativa ed amministrativo-economica può infatti sfruttare al meglio
le grandi risorse umane che oggi la Banda possiede e nel contempo aggirare
gli ostacoli materiali che incontra data la assoluta arretratezza di
strutture di appoggio locali e nazionali.
La ricetta è semplice e ben si adatta ad ogni diversa realtà: un po' di
gusto dell'azzardo equilibrato con un pizzico di prudenza e di valutazione
delle proprie capacità, il tutto amalgamato con generose manciate di
lungimiranza nei programmi.
Senza metterci nella posizione di chi vuole insegnare agli altri la via
per risolvere i problemi (ben vengano i consigli per far fronte a quelli
che da noi sono rimasti irrisolti) andiamo ora a raccontarvi la nostra
storia, una storia come tante nel nostro ambiente, piena di alti e bassi,
di crisi e momenti esaltanti. Considerando che attualmente tutti i nostri
bilanci sono più che positivi, con una punta di immodesto orgoglio c'è
venuta la voglia di parlare di noi a chi ci vuole ascoltare.
I primi cento anni di vita del Corpo Bandistico "S. Cecilia" di Manerbio,
sono il dagherrotipo dell'attività di tanti altri gruppi musicali nati
nella bassa bresciana. Fondato nel 1861, l’anno dell'Unità d'Italia, da un
gruppo di appassionati musicanti, trovò il maggior numero di addetti tra i
contadini. Infatti il rapporto con il mondo contadino fu molto forte e
condizionante per almeno un cinquantennio. Sono rimaste famose negli
annali intere dinastie di bandisti che si sono tramandate gli strumenti di
padre in figlio. Addirittura abbiamo famiglie che ebbero rappresentanti
tra i fonda tori e che tuttora mantengono la loro presenza con qualche
elemento nell'organico.
Dal 1930 in poi i contadini si trasformarono in operai tessili con
l'avvento a Manerbio della Marzotto e con l'avvento del fascismo il Corpo
Bandistico si trasformò in Corpo Musicale Sociale. Nel dopoguerra,
riorganizzate le file, si raggiunse anche un discreto livello musicale,
grazie soprattutto al lavoro dei maestri Ambrosini, Tambalotti e Fiorini,
quindi, nella metà degli anni ’70 la puntuale crisi d’identità che colpì
profondamente tutti quel Corpi bandistici che, nel frattempo, non si erano
accorti che il mondo intorno a loro era profondamente e irrimediabilmente
cambiato. Si rischiò lo scioglimento dell'Associazione. A questo punto
vale la pena di rallentare un poco la macchina del tempo e di esporre con
più cura quello che più ci interessa. Furono momenti veramente difficili,
le defezioni erano continue e senza possibilità di ricambi, poiché la
scuola di musica era praticamente inesistente. Alla fine non rimanemmo più
di una ventina. Con un ultimo tentativo di salvare la situazione, ci
rivolgemmo all'unica persona che potesse effettivamente darci una mano: il
M° Ligasacchi (tanto per cambiare). Dopo meditazione arrivò la soluzione:
un nuovo giovane direttore che fosse in grado di condurre la
trasformazione. Arrivò così Arturo Andreoli. Studente in architettura,
diplomato in clarinetto, capelli lunghissimi, fiero esponente della "Beat
generation" non era certo il modello, finora conosciuto, del maestro di
banda. Noi giovani facemmo quadrato intorno a lui, preoccupati che i più
anziani sempre un po' lenti a digerire i cambiamenti non accettassero le
direttive impartite da persona con tale look. A questo punto avvenne il
primo miracolo. Furono proprio i più anziani i più entusiasti del nuovo
corso e si stabilì così un nuovo rapporto di stima e fiducia che si
trasformò in nuovo impegno.
Il "maistrì" (termine usato per identificare Arturo, probabilmente in
riferimento al suo fisico non particolarmente aitante) cambiò in breve
tempo repertorio, modo di suonare e mentalità dell'organico, senza tra
l'altro che si levasse qualche nostalgico coro in favore del melodramma,
nel frattempo messo a riposare in un cassetto. La sua professionalità e il
suo modo di far partecipi tutti i componenti alla costruzione e
all'apprendimento dei brani fugarono qualsiasi dubbio. Il tentativo di
ridare energia alla banda non sfuggì a Luigi Damiani, attento osservatore
delle cose musicali manerbiesi e valente musicista, tra l'altro fratello
di Piero, compositore e direttore della Civica di Lugano. Luigi si offrì
di dare una mano per organizzare una scuola di musica. Noi gli prendemmo
la mano, il braccio e tutto quello che gli restava. Dal suo lavoro, in
certi momenti massacrante, si formarono in pochi anni trentacinque nuovi
strumentisti che ridiedero corpo ad un organico alquanto sfilacciato, Ai
suoi allievi, oltre alle nozioni tecniche, seppe trasferire un amore e un
rispetto per la musica che risultarono la nostra carta vincente in tante
situazioni. Gli anni della ricostruzione furono sicuramente i più belli. '
Qualcuno ha nostalgia delle serate (o meglio nottate) passate a fare
progetti seduti ad un tavolo dell'osteria vicina all'aula delle prove. Era
un misto di sogni, di progetti, di soluzioni a volte azzardate e, perché
no di... bianchini.
In queste occasioni, comunque, prese consistenza un nuovo concetto, quello
della programmazione. Avevamo raggiunto un notevole spirito di corpo,
potevamo esprimere un finalmente dignitoso prodotto musicale e culturale,
era quindi giunto il momento di farlo capire agli altri. Primo passo fu
quello di conquistarci un pubblico. La banda, con le solite suonate, non
era considerata altro che la solita cornice alle solite manifestazioni. Le
suonate furono cambiate e cominciammo a proporle al di fuori degli schemi
abituali, organizzando concerti nelle zone del Paese escluse dalle normali
programmazioni. All'inizio la gente che ci seguiva non era molta, ma
comunque bastò per far passare parola che la banda si era profondamente
rinnovata. Infatti, di concerto in concerto, trovammo con grande
soddisfazione la sala sempre più affollata. Fummo costretti a cercarci un
posto molto più grande per esibirci, e riempimmo anche quello. È ovvio che
ogni programma che si rispetti deve avere una copertura finanziaria: fu
necessario procurarcela. I nostri rapporti con il Comune erano imperniati
sul più tranquillo "vivi e lascia vivere", un po' per la mancanza di
sollecitazioni che davamo ai nostri amministratori, un po' a causa della
nostra atavica mentalità contadina che ha sempre visto con diffidenza
l'intromissione di altri nella gestione di cose proprie. Cominciammo con
il chiedere che la nostra denominazione ufficiale comprendesse il termine
"Civico" e diventammo così il "Civico Corpo Bandistico S. Cecilia".
L'anno dopo siglammo con il Comune una convenzione rinnovabile ogni sette
anni, che ci garantiva una sede e un congruo contributo in cambio dei
servizi in occasione delle manifestazioni civili e di due concerti
all'anno (attività che tra l'altro noi svolgevamo comunque) e della
partecipazione dell'Assessore alla Cultura al nostro Consiglio Direttivo.
A questo punto i problemi di gestione non erano più solo nostri. Nel
frattempo, per confermare la nostra posizione, cercammo di entrare in
tutti i discorsi culturali che si tenevano a Manerbio. avemmo un membro
fisso nella Commissione Cultura del Comune. Partecipammo attivamente alle
programmazioni musicali, gestendo anche l'organizzazione di concerti di
altri gruppi. Certo tutto questo costava grossi sacrifici in tempo ed
impegno, ma la parola d'ordine era andare avanti. Allacciammo anche un
nuovo rapporto con i soci, che in breve diventarono più di trecento, dando
ci un grosso sostegno morale ed economico. A questo punto era tempo di
varcare i nostri confini e di fare esperienza "all'estero". Nel 1986
partecipammo a Gonzaga (MN) al Diapason d'Argento, dove il nostro maestro
vinse il primo premio nella categoria trascrizioni.
Nel 1987 fu la volta del concorso "Bande in pedana" a Porlezza (CO) che ci
vide vincitori in prima categoria. Queste affermazioni non fecero altro
che aumentare il credito già conquistato, aprendoci ulteriori possibilità.
Arriviamo finalmente ai giorni nostri. Adagiarsi è un termine che le
associazioni come le nostre non possono permettersi. Confermare quello che
di buono si è fatto, il più delle volte è insufficiente. I tempi e le
esigenze cambiano in continuazione e bisogna essere estremamente attenti a
non rimanere spiazzati e dover ricominciare tutto da capo. È
indispensabile allora parlare del futuro. Convinta dei risultati,
l'Amministrazione Comunale sta facendo molto per la banda. Oltre ad aver
adeguato il contributo al caso, ha predisposto un finanziamento per
l'acquisto delle nuove divise e per finire ha avviato un progetto per la
costruzione della nuova sede (circa 250 milioni di lire).
Questo a dimostrazione dello spazio che ci siamo conquistati. Da parte
nostra c'è il tentativo di trasformare ora in strutture fisse ed
efficienti tutto quello che prima era basato sul volontariato e che
bastava la sopravvenuta indisponibilità di una persona per mettere in
crisi. Abbiamo aperto le porte del Consiglio alla componente giovane
dell'Associazione (la media di età del nostro direttivo è inferiore ai
trenta. anni), abbiamo creato una scuola di musica con dei corsi regolari,
tenuti da professionisti, con i quali speriamo di qualificare
ulteriormente il livello musicale.
Abbiamo iniziato, in collaborazione con la Scuola Media, un corso di
educazione musicale che sta dando i suoi frutti. Una biblioteca a
carattere musicale e una sala d'ascolto sono nei programmi futuri. Ci
interesserebbe, inoltre, allacciare rapporti e collaborazioni con altri
gruppi musicali, scambiandoci idee, esperienze e perché no concerti; nella
piena convinzione che è ora di finirla con i campanilismi. Bene o male
tutte le bande hanno risolto i loro problemi più urgenti, è il momento di
avere un'azione unitaria che ci porti a risolvere i problemi generali
(senza entrare nel dibattito sull'Anbima aperto da questa rivista e
buttare altra benzina sul fuoco). In fondo quando sorge una nuova banda,
tutti noi guadagnamo qualcosa, quando si scioglie tutti perdiamo, altro
che concorrente in meno. La musica e la cultura hanno lo scopo di creare e
cementare amicizie, non dividere.
Se qualcuno vuole venirci a trovare noi siamo a Manerbio in via Palestro.
Di solito proviamo il mercoledì e, il sabato sera, ma durante tutta la
settimana c'è dell'attività in corso. Purtroppo, avendo cambiato sede, non
siamo più vicini alla nostra osteria, ma adesso il bianchino ce lo teniamo
in casa.
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