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I CANTI BRESCIANI DI FRANCESCO
BRAGHINI
UN CANTA STORIE NOSTRANO
di Giacomo Fornari
Abbiamo incontrato Francesco Braghini, noto
"cantastorie" delle cose bresciane, nella sua abitazione nella Piazza del
Foro. In una dolce cornice di vecchi tetti, colonne e terme romane, le
colline sovrastanti, i miagolìi dei gatti (veri cittadini della piazza
meravigliosa), qualche grido dialettale ("Pina, ve so!"), inizia il nostro
dialogo.
Francesco Braghini, "trovatore post-litteram", comincia a descriverci i
suoi primi passi musicali.
"Allora le possibilità di avvicinarsi alla musica erano assai inferiori
rispetto ad oggi, poi eravamo una famiglia di dodici fratelli e, quindi,
era già molto se riuscivamo a mangiare tutti i giorni.
Quando, durante la guerra, arrivò a casa la prima radio mi avvicinai ben
presto alla musica di ogni tipo: iniziai a prendere in mano la chitarra e
un vecchio che abitava al piano terra del mio palazzo mi iniziò agli
accordi più facili ed ai primi rudimenti.
Dopo gli anni cinquanta cominciai a scrivere le mie prime canzoni; gli
argomenti erano, ad esempio, gli amori giovanili, l'amore lontano...Poi
essendo in quel periodo disoccupato, mi si offerse l'opportunità di fare
una stagione a Iseo: da quel momento resta indissolubilmente legato alla
canzone".
Arriviamo agli anni sessanta, epoca del tuo esordio quale cantautore
dialettale.
"Proprio nel sessanta, ma non so nemmeno io perché, scrissi:
Bressa me bèla città e così, quasi per caso, continuai a scrivere canzoni
dialettali... Poi c'è da aggiungere che di canzoni in lingua italiana ce
ne sono centomila, ma in dialetto, a Brescia, ero uno dei pochi se non il
solo a fame!"
A questo punto credo che il lettore voglia sapere se esiste un
modello cui ti attieni dal punto di vista della tua estetica musicale.
"Non si può parlare di un vero e proprio modello fonte, d'ispirazione
delle mie canzoni: certo hanno influito le canzonette dei miei tempi e,
dopo un certo periodo, mi sono piaciute molto le . canzoni di De Andrè,
Rascel e Modugno."
Torniamo, adesso, all'uso del vernacolo nelle tue canzoni: perchè il
dialetto?
"Per me che sono nato e cresciuto in mezzo al dialetto, la nostra lingua è
il mezzo più sintetico e spontaneo per esprimerrni. Certo, il nostro
dialetto accusa molti limiti: è molto duro e contrasta con la musica che,
al contrario, è per me dolcezza e armonia., È chiaro che il verso dovrebbe
già essere musicale per proprio conto, ma questo è molto difficile che
avvenga con la nostra lingua.
Resta, comunque, una lingua immediata e, usando il dialetto, è più facile
dire cose che gli altri non dicono.
E un altro motivo mi spinge a comporre in dialetto: tutelare o, meglio,
salvare questa lingua è impossibile, ma dobbiamo cercare di tenerla in
vita. Inoltre il dialetto è funzionale al pubblico che intendo avvicinare:
è vero che anche i giovani stanno riscoprendo i tesori e la saggezza
contenuta nel dialetto, ma io faccio riferimento ad un pubblico formato
soprattutto da anziani dei paesi, delle parrocchie, delle case di riposo.
Il mio mondo è quasi un mondo di reminiscenza, di ricordi...Le mie fans
sono, in genere, ultrasessantenni!"
Qualche cosa a proposito dei tuoi contenuti: cosa, secondo te,
merita di essere musicato. Chi è il soggetto, o i soggetti, delle tue
canzoni?
"Ti risponderò con una punta di rammarico; di solito mi chiedono
sempre le canzoni più allegre, in cui vengono descritti quadretti di vita
quotidiana...
A me, invece "piacciono le canzoni più impegnate, che riguardano l'io nei
confronti della società, di questa società che, oggi, ha bandito il
sacrificio.
Se vegnarà chel dé, Dòmes la mà ed altre, trattano del sociale e,
specialmente la seconda cassetta che ho registrato, più impegnata della
prima, ha incontrato meno favore nel pubblico...
Una cosa buffa che mi viene in mente è questa: ho potuto toccare con mano
una cosa che mi ha fatto molto piacere; devi sapere che ho scoperto che le
mie cassette circolano all'estero, soprattutto nell'ambiente degli
immigrati.
E mi hanno scritto da diverse parti del mondo, dal Sud America,
dall'Africa ecc.... per poter entrare in possesso dei miei nastri. "
Ora qualche parola sulrispirazione dei tuoi testi: ci sono delle
fonti poetiche da cui trai la tua ispierazione?
"Anzitutto vorrei premettere che Canossi non è una fonte diretta:
sì, lo amo moltissimo; lo leggo volentieri, ma non mi è mai capitato di
musicare dei suoi testi.
Ho messo in musica, invece, testi di Bertinulli, Urbinati, Monchieri, e di
una maestra di Pralboino, la Barchi.
È molto importante il testo; una volta trovato uno che piace, .la musica
esce dal cuore... la mia è musica molto semplice, d'altronde anch'io non
sono. addentro alle cose musicali, inoltre, .anche il mio pubblico è
formato da gente semplice che è in grado di recepire messaggi musicalmente
semplici.
Quello che mi preme, semmai, è il contenuto: ad esempio in una canzone,
Brèssa scundìda, mi lamentavo dell’eccessiva presenza delle automobili in
centro e qualcuno delle "Botteghe del centro" ha avuto modo di lagnarsi.
Oppure un'altra canzone dal contenuto chiaro è Silicosi, in cui si parla
dei minatori. In somma la mia è una musica senza pretese, un rivestimento
semplice e funzionai e ai miei contenuti."
"Un'altra canzone ha, secondo me, sortito l'effetto adeguato: lì mi
lagnavo dell'impossibilità di camminare sui marciapiedi di Brescia; ora
hanno messo quegli ottimi cavalletti.
Appunto, come in Brèssa scundìda, dico
Con chèi che conos mìa la Brèssa èciq
o j ga s söi öcc le fète dè salam,>
me piazares un dè che j ghe n'ha /'aze
na a spas per la città.
Il traffico sta diventando un problema sempre più grosso, ed è sempre più
difficile andare in città!”.
Ora ascoltiamo qualche canzone: si parla di persone svanite, barboni di
una volta, ciarlatani, personaggi ben diversi dai "Rambo" propinati dal
consumismo di oggi.
Come non ascoltare volentieri una voce che rende Brescia quel "paese" di
gente comune sconosciuto ai giovani come me?' |