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UNA REALTÀ RICCAMENTE ARTICOLATA E
COMPLESSA
COS'È LA MUSICA POPOLARE?
di Sorce Keller
Questo articolo riprende ed elabora alcune considerazioni svolte nel corso
di due incontri sul tema "Il patrimonio musicale folkloristico in Italia e
in Europa" tenutisi presso L'Università Popolare della Val Camonica il 7 e
il 14 maggio 1987 a Darfo Boario Terme.
Ogni qualvolta si parla di musica popolare ci si scontra con l'estrema
ambiguità di questa espressione. Lo stesso termine musica, per cominciare,
è ambiguo al massimo. È impossibile dame una definizione soddisfacente che
si adatti a tutte le epoche ed a tutti gli ambienti culturali. Basti dire
che esistono culture le cui lingue non hanno un termine che possa tradurre
quello che per noi musica sta a significare, che per i greci antichi
musica voleva dire qualcosa di profondamente diverso da quello che
intendiamo noi e che, infine, l'antropologia ha studiato società che non
distinguono tra parlare e cantare ed altre che considerano la nostra
musica sgradevole e "anti-musicale".
Da un punto di vista musicologico ed etnomusicologico, quindi, conviene
considerare musica ogni forma di comportamento il cui prodotto conscio o
inconscio,diretto o indiretto, unico o collaterale, sia la produzione di
qualche forma di suono o rumore in cui sia riconoscibile un criterio
organizzativo. Con questa affermazione si riconosce di fatto che il
fenomeno musica, inteso in senso così alto, è un fenomeno universale.
Singole musiche, tuttavia, non sono sempre mutualmente intellegibili (così
come non lo sono le lingue pur essendo il linguaggio un fenonemo umano
universale). Le musiche, per giunta, non sono talora nemmeno riconoscibili
come fatto musicale. Un buon esempio ci viene da alcune forme di canto
religioso islamico che appaiono al nostro orecchio europeo esotiche, ma
musicali, e che sono considerate invece da chi le produce non musica o
canto ma, piuttosto, recitazione.
Se il termine musica è difficile da maneggiare il termine popolo non lo è
meno. A popolo, infatti, si sono dati significati diversi e, talora,
persino antitetici. Per popolo si è inteso di volta in volta la comunità
romana (ad eccezione dei minori e degli schiavi), la comunità dei
cittadini (con l'esclusione delle plebi), il ceto medio basso, la nazione
intesa come entità etnico-spirituale, lo strato meno colto (illetterato)
di una data società, la classe contadina, le classi subalterne, e tante
altre cose ancora.
In musicologia occorre dare al termine popolo (e quindi all'espressione
musica popolare) un significato che sia utile alla classificazione e alla
comprensione di repertori, generi, stili, e anche singole esecuzioni.
Cominciamo allora col dire che cosa è, in senso tecnico, una musica che
non sia popolare e che sia, al contrario, colta. Si dice abitualmente
colta una tradizione musicale che abbia sviluppato:
1. una notazione,
2. una teoria esplicita,
3. professionismo esecutivo.
Questo di musica colta è, ovviamente, un tipo ideale dato che nessuna
tradizione esiste, e può esistere, la cui musica sia interamente
traducibile in simbolo grafico, che possa essere esaustivamente descritta
da una teoria e che, infine, sia eseguibile solo da professionisti. Quanto
più una tradizione si allontana da questo tipo ideale, quindi, tanto più
ha senso qualificarla popolaresca o popolare.
Dei tre elementi considerati (notazione, teoria, professionismo), il primo
è di gran lunga il più importante da considerare. Quando si fa musica
senza l'ausilio mnemonico di una notazione e, il che è ancora più
cruciale, quando non si usa la notazione come strumento compositivo, i
concetti di autore, opera, capolavoro, esecutore, interprete divergono
drasticamente da quelli che ci sono consueti (e che abbiamo ereditato dal
romanticismo). Le conseguenze di ciò sul piano estetico sono
considerevoli, e, direi, affascinanti. Ne tratterò tra breve.
Ora come ora mi preme sottolineare che per questa ragione l'International
Folk Music Council, nel lontano 1954, propose una definizione di musica
popolare che metteva a fuoco quasi esclusivamente il processo orale. La
definizione proposta spiegava come la musica popolare, perché possa
considerarsi tale, debba essere il prodotto di una tradizione evolutasi
attraverso il processo della trasmissione orale e che i principali fattori
a dare forma a questa tradizione siano la continuità, (che colleghi
culturalmente il presente al passato), la variazione (un processo che
nasce dall'impulso creativo del singolo individuo o del gruppo) e la
selezione ( esercitata dalla comunità che determina la forma e le modalità
in cui la musica popolare, tramandandosi, sopravvive). Il termine musica
popolare, pertanto, si applica tanto a quella musica che nasce e si
sviluppa in comunità isolate e quindi relativamente non influenzate dalla
musica colta, quanto alla musica composta da un singolo individuo
(compositore professionista o dilettante, noto o ignoto) che sia stata
successivamente appropriata dalla tradizione orale.
Occorre ricordare a tal riguardo che scambi e reciproche influenze tra
tradizione colta e tradizione popolare hanno sempre avuto luogo. È pur
tuttavia vero che la valutazione di tali influenze è stata diversa da
periodo a periodo. In fase post-romantica, ad esempio, la
Rezeptionstheorie (formulata compiutamente da John Meier) ipotizzò, a
torto, che la cultura popolare null'altro fosse se non un ricettacolo di
detriti culturali decaduti (gesunkenes Kulturgut). Una frase del
folklorista Hoffman-Kreyer esprime questa credenza nei suoi termini più
crudi. Egli diceva: "Il popolo non produce ma riproduce" venendo così a
negare, evidentemente, la fede dei romantici nella creazione collettiva.
Fu più tardi ancora che la teoria della "ricreazione collettiva" (communal
recreation) formulata da Phillips Barry diede uguale peso tanto ai
fenomeni di decadimento del materiale colto in sede popolare (noi oggi
diciamo "discesa") che alla partecipazione attiva e, quindi, creativa del
popolo che si appropria di tali materiali (attraverso variazione e
selezione, come si è detto). Una formulazione di questo complesso
processo, visto non solo in ambito musicale ma in tutto il folklore, la si
trova in un famoso saggio di P. Bogatyref e R. Jakobson del 1929: "Il
folklore come forma di creazione autonoma" (Die Folklore als eine
besondere Form des Schaffens). In esso gli autori, partendo dalla
distinzione saussuriana tra langue e parole (la prima intesa come fatto
sociale, la seconda come fatto individuale) evidenziano come le creazioni
o le innovazioni dei singoli componenti la collettività esistono come
tradizione solo quando vengono assimilate dalla collettività stessa con un
continuo, incessante, processo di scelta ed eliminazione. Tale processo
non è veramente meccanico ma è, invece, la risultante dell'attività
creativa dei singoli più dotati di talento (che pur non supera i limiti di
gusto diffusi nella comunità a cui essi appartengono). Da tutto ciò deriva
che il termine musica popolare non si applica a musica ripresa
letteralmente, verbatim, da fonte colta senza che subisca un processo di
alterazione, di acclimatazione nella tradizione orale. È infatti il
continuo mutare di questa musica, il suo eventuale adattarsi a lingue
(quindi formule metriche), dialetti e stili musicali differenti, ciò che
la rende popolare.
Una musica popolare così intesa esiste in tutta Europa, nelle Americhe e,
in realtà, quasi ovunque esistano insediamenti umani. La musica di società
tribali un tempo virtualmente isolate dal resto del mondo si diceva, una
volta, primitiva. Con questa aggettivazione infelice (perché in essa è
implicita una connotazione negativa) non si intendeva dire che questa
musica fosse in realtà sottosviluppata, sempliciotta e, pertanto, indegna
di essere studiata. Si intendeva piuttosto che, date le condizioni di
isolamento totale in cui sussistevano, le tradizioni primitive non
mostravano traccia di contatto e scambi con tradizioni colte (come è il
caso, invece, della musica popolare europea e delle Americhe). Il termine
primitivo è oggi del tutto caduto dall'uso e anche l'espressione musica
popolare, in fondo, è sempre meno usata dagli etnomusicologi. Si parla
invece di tradizioni musicali orali, semi-orali e letterate e si tenta di
accertare in ogni caso quali caratteri di una data tradizione siano il
risultato di contatti con altre.
Ora, una volta chiarito che cosa convenga intendere per musica e per
musica popolare in senso tecnico, desidero accennare ad alcune delle
ragioni che, a mio modo di vedere, rendono lo studio del repertorio
popolare degno di essere intrapreso. Per fare questo occorre riprendere il
discorso delle conseguenze che ha il processo della tradizione orale su
quei concetti estetici che ci sono abituali al punto di sembrare quasi
scontati.
In mancanza di una notazione musicale che possa essere usata come
strumento compositivo diviene impossibile manipolare la forma tanto per il
divertimento di farlo. Il compositore quindi, almeno nell'accezione
tradizionale del termine, non può esistere nella musica popolare.
L'autore, quindi, scompare e diviene anonimo. L'opera non è più durevole
ma, invece, deperibile o, meglio, è in un costante stato di divenire (in
un certo senso non è mai, completa ed è, come direbbe Umberto Eco,
“un'opera aperta"). Crolla al tempo stesso l'idea del monumento artistico
che debba essere rispettato ed ammirato generazione dopo generazione. I
capolavori, in fondo, possono anche non esistere se di musica veramente
necessaria, quella che complementa i fatti della vita, la musica funzionai
e (per nascita, matrimonio, morte, riti calendariali, di fertilità, riti
terapeutici o per puro intrattenimento) se ne produce quotidianamente. Si
fa musica popolare quindi perché le circostanze lo richiedono e non per
lasciare un monumento sacro alla posterità.
Se il compositore come figura autonoma scompare l'esecutore viene ad
assumerne le funzioni quanto basta. Egli trasforma più o meno consciamente
e adatta alle circostanze il materiale che la tradizione gli mette a
disposizione.
Si può allora concludere dicendo che lo studio del processo di variazione
nel campo della musica popolare equivale allo studio del processo
compositivo in ambito colto. L'artista popolare infatti non si accinge mai
intenzionalmente alla produzione di un brano nuovo. È solo attraverso la
progressiva variazione, esecuzione dopo esecuzione (da parte della stessa
persona o di numerose persone), che i musicisti popolari compongono.
Quando così fanno essi non hanno affatto in mente il desiderio di essere
creativi o, ancor meno, innovatori. Essi desiderano solamente produrre una
esecuzione convincente ed appassionante. Anche il compositore colto, in
fondo, tenta la stessa operazione perché non può mai fare a meno del tutto
di quello che la sua tradizione gli ha dato. La sola differenza, ma è una
differenza importante, è che nell'usare del materiale tradizionale
(accordi, schemi ritmico metrici, progressioni e temi di uso comune) egli,
a differenza del musicista popolare, tenta ;coscientemente di
autoesprimersi.
Lo studio della musica popolare allora, mi pare, mette a nudo un processo
che nella tradizione eurocolta è oscurato da atteggiamenti che direi
ideologici e ci fa vedere come in definitiva quello che i romantici
dicevano invenzione o creazione non sia, in essenza, altro che un processo
trasformativo.
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