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PER UNA STORIA DELLA MUSICA A BRESCIA NEL '400 - 2

CRONACHE, DIARI, ARCHIVI

di Mariella Sala

Meno generosa di notizie appare la produzione letteraria in questo secolo che si apre, sotto la signoria di Pandolfo Malatesta, con un “umanesimo aristocratico ed individualistico in cui la vita artistica avrebbe potuto fiorire in tutto il suo rigoglio, a ornamento della vita di corte e insieme a rifugio da quella vita” (E. Caccia). Né dobbiamo dimenticare, nella seconda metà del '400, il sorgere di officine tipografiche (con stamperie anche musicali) e - verso la fine - il risvegliarsi di quella sensibilità umanistica che episodi dolorosi avevano temporaneamente sopito.
Alcuni riferimenti musicali troviamo (ma si tratta di un testo posteriore al periodo che ci interessa direttamente) negli strambotti che chiudono la Massera da bè, e sono riferimenti a un costume musicale “popolare”, quello in assoluto meno documentato. Così nella prima “Maitinada” che “fa el Gian alla Togna” leggiamo:

“Vo sté ind'ol leg al colt, mi'm sta de fò
perchè l'amòr sì m'ha brusèg e cog
am fa di maitinadi per plasì,
co la gringa, el subiùl, el tamburi”.

E così nella sesta e nell'ottava il Gian riconferma la sua dolce abitudine a cantare serenate alla Togna, con canzoni che noi possiamo soltanto immaginare.
Fra i testi più prodighi di riferimenti musicali (e, naturalmente, in qualche modo assimilabili alla cultura bresciana) è il Baldus: qui il costume musicale meno colto è descritto con ricchezza di particolari, nel linguaggio colorito e immediato che è caratteristica del Folengo, accanto – talvolta a quello squisitamente colto. Proprio qui leggiamo, in questo scanzonato contesto, un lusinghiero commento (che ci riporta a tempi e situazioni fra le più diverse) alla potenza della musica:
“E così andando, questi quattro cantano vari mottetti e annullano la fatica [del cammino] con la dolcezza, che sola suole quetar tutte le voglie” (Libro XXI, ed. Tonna) a dimostrazione di un sentire umanistico penetrato anche negli ambienti meno raffinati.

FONTI DOCUMENTARIE
Un affresco del costume musicale cittadino può ritornare in superficie - nonostante la laconicità delle poche fonti propriamente musicali - con l'ausilio di documenti conservati in archivi e biblioteche, e di diari e cronache compilati nel periodo che ci interessa.
Già gli Statuta della nostra città regolamentano le funzioni e il trattamento da riservare al trombetta comunale, e proibiscono (“Quod nullus vadat ad sonandum de nocte”) gli schiamazzi notturni con “viola aut lauto vel alio instrumento”. Significativa sarebbe una ricerca sugli statuti del territorio bresciano, alla scoperta di norme affini: a Bagolino, per esempio, nel 1473, lo statuto n. 101 così recita: “De banno illius qui cantaverit canziones vel exclamaverit inhoneste ante domum alicuius de Bagolino”.
Nell'Archivio Storico Civico, depositato presso la Biblioteca Queriniana, sono consultabili i registri degli Atti e delle Provvisioni del consiglio cittadino: racchiudono una messe ricchissima di provvedimenti di ogni genere. Non è raro trovare deliberazioni intorno alla musica cittadina, in tutti i suoi aspetti: il trombetta, la compagnia dei pifferi, il campanaro, l'organista del duomo (è del 1489 la decisione di stipendiare “organista unus optimus qui pulsare habeat organa ipsius ecclesiae Maioris” e “unus cantor excellens qui canere et docere habeat clericos et alios ad divini cultus ornatum in praedicta ecclesia”),
Ugualmente feconda potrebbe rivelarsi l'investigazione negli archivi delle parrocchie, i non molti tuttora consultabili (Il Duomo, S. Nazaro, la Pace...): attraverso i registri dei salariati e le varie polizze di pagamento si possono ricostruire gli organici (e quindi gli usi) delle cappelle musicali là operanti.
In aggiunta, interessanti e molto vivaci risultano - come già annunciato - i diari di cronisti dell'epoca. Non è raro trovare notizie che giungono, più o meno direttamente, a lambire l'aspetto musicale (in una festa, in un lutto, in una cerimonia ecclesiastica o civile). Nella Cronaca di Cristoforo Soldo leggiamo di processioni e trionfi a suono di trombe, pifferi e campane (1439, 1441, 1452, 1466, 1468); così nella Cronaca del notaio Iacopo Melga (1478: processione “con grande solemnitade de trumbe, cythare, e altri instrumenti musici"), mentre nelle Istorie del Capriolo è resa, sia pure in poche righe, l'immagine della nostra città piena di eventi musicali per il soggiorno di Caterina Cornaro (1497: “Restò [C. Cornaro] presso di noi quasi tre mesi, nel qual spazio di tempo non mancò la città nostra di accarezzarla con danze, salti, giochi, suoni, balli, e simili altre feste”).
Avanzando nel tempo, il consiglio cittadino si troverà a dover comprimere una troppo esuberante e improvvisata professione musicale (1508: si legge di proteste per essersi “introdotta usanza da alcuni infimi vili et inexperti nell'arte del sonare, gli quali con gli soi rozi et inordinati instromenti se exercitano nel far matinate, non solo a spose, ma ad ogni Principe et signore che venga in questa M.ca città”). La disputa andrà avanti a lungo, parallela a tutta una serie di disposizioni contro il lusso che fanno pensare a una Brescia festaiola e imprevidente.
Al termine di questo articolo, vorrei ricordare anche una realtà che non ha trovato posto nei paragrafi precedenti. Mi riferisco alla gloriosa attività di artigianato musicale per cui Brescia è stata lungamente celebrata: l'organaria, la liuteria, la tipografia musicale. Anche qui, uno studio meticoloso costituirebbe un modo serio di rendere onore a personaggi e botteghe che hanno fatto di Brescia un centro fondamentale nello sviluppo della civiltà musicale europea.