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DALLE ETÀ PREISTORICHE ALLA PRIMA
CIVILTÀ STORICA
L'EVOLUZIONE DEGLI STRUMENTI A FIATO
di Floriana Cagianelli
È soprattutto la diffusione che la banda sta
ritrovando oggi ad indurci a qualche riflessione sull'origine e
sull'evolversi, nell'antichità e presso i primi popoli storici, di alcuni
tra gli strumenti che la compongono.
Pare che la maggior parte degli strumenti preistorici, soprattutto di
pietra e di osso, oggi conservati in musei, siano nati - come i fischietti
da segnali in osso di renna dell'età paleolitica - non per scopi musicali,
ma per necessità: per richiamo, segnalazioni, e per la caccia.
Secondo il Büchner (1), già in questo stadio di evoluzione degli strumenti
a fiato, troveremmo due specie di flauto: il prototipo del flauto traverso
e quello del flauto a becco; all'età del bronzo appartengono i lur,
strumenti ritrovati nelle torbiere della Scandinavia diffusi nell'Europa
settentrionale presso gli aborigeni. Sempre secondo il Blichner, il più
perfezionato degli strumenti primitivi sarebbe stato, insieme allo
xilofono, il flauto di Pan, formato dall'unione di una serie di canne.
Accanto a questo strumento, va ricordato che, presso le culture primitive,
si sono ritrovate anche molte varietà di zampogne e di fischietti in osso.
Dovrà trascorrere del tempo perché il flauto, nella sua forma primordiale,
da semplice strumento di richiamo si trasformi in vero e proprio strumento
melodico. Quanto ai più antichi esemplari della famiglia delle trombe,
essi vanno ricercati in una tuba, di legno e canna, e nelle conchiglie a
forma di chiocciola o bivalve con un foro per imboccatura.
Gli strumenti a fiato con ancia semplice o doppia sono senza dubbio tra
quelli sorti più tardi: insieme agli strumenti ad ancia si usano spesso
dei corni di grandi dimensioni, in cui si soffia lateralmente, come il
corno apunga del Congo.
Tra gli strumenti a fiato dell'antica Cina - dove, come è noto, alla
musica si attribuiva un senso cosmico, e dove si ebbero strumenti di
cuoio, di pietra, di argilla - troviamo i flauti diritti chiamati siao,
flauti traversi chiamati ti-tsu, flauti di Pan di canna, e il
sinn, simile all'odierna ocarina. Inoltre, una sorta di oboi, i
so-nai, il cui tubo in cuoio di forma conica è munito di sette fori
(2).
Afferma il Picken (3) che nei luoghi Shang, nella pianura della Cina
Nord-Orientale, sono state ritrovate pietre solari (ching) e un
flauto globulare (shiun). Lo shiun è cavo, con un foro di
imboccatura all'apice e cinque fori sulla parete, che pare producessero le
note: do-re-mi-fa-sol. Provenienti da Shandong, si trovarono anche dei
fischietti d'argilla, con o senza buchi per le dita, che erano giocattoli
per bambini. Tra gli aerofoni - nel . periodo Jou (1050 - 225 a.C.),
posteriore a quello degli Shang, e in cui si ebbe un aumento degli
strumenti musicali - oltre all'organo a bocca (sheng), si trovano
due flauti traversi, yoh e chyr, e la siringa (shian).
Quanto agli strumenti dell'India, pare che la pratica di suonare insieme
strumenti a corda, a fiato e a percussione abbia molti punti di contatto
con la musica arabo-persiana.
Tra gli strumenti a fiato, insieme a diversi tipi di zufoli e flauti,
ritroviamo una specie di flauto a becco a sette fori e il doppio flauto,
usato dagli incantatori di serpenti e munito di una zucca vuota, come
cassa di risonanza. Tra i vari flauti, si ricordi il bausari.
Insieme alle trombe di conchiglia dette canga, troviamo in India
anche tamburi, trombe, .strumenti a percussione, tamburi e crotali
intonati. Secondo A. Blake (4) gli strumenti a fiato indiani (susira)
comprendono sia strumenti autoctoni - tra i quali vari generi di flauto di
bambù ed altri basati sul principio della cornamusa - sia altri strumenti
a fiato importati. Tra i più rilevanti, oltre ai flauti e ad alcuni tipi
di oboe - diffusi fino all'arcipelago Indonesiano -, si hanno molti tipi
di corni di metallo e di trombe, come lo sringa (corno) e il
sarpa.
Del flauto dell'antico Egitto, sappiamo che il più antico esempio di un
tipo di flauto a becco è raffigurato su un tavoletta predinastica (IV°
millennio a.C.): pare che il flauto si chiamasse seba o seby,
dove si nota un'analogia col topto sébe o sebi.
Sembra che il flauto fosse abbastanza diffuso durante l'Antico e il Medio
Regno (III° - II° millennio a.C.): alcuni di questi flauti erano lunghi da
quattro a cinque piedi. Due altri tipi di flauto, senza dubbio di origine
semitica - osserva il Farmer - furono il wa’ire il wa'di:
probabilmente, tutti affini all'arabo yara, che era un flauto dolce
(5). La zampogna era nota con il nome di ma' o met, anche se
il termine indicava qualsiasi strumento a fiato. Non mancavano il corno ('ab,
'abw, deb), e la tromba di metallo diritta, che si ritrova
rappresentata in scene militari e processionali, prima e durante il Nuovo
Regno. Il Karstaedt ha notato che nell'antico Egitto il flauto veniva
rappresentato a volte come strumento d'accompagnamento di mitiche danze di
animali.
Quanto all'origine del clarinetto, la sua forma più antica e diffusa è
quella di un clarinetto doppio, simile a quello ancora oggi usata nei
Paesi islamici.
Lo troviamo, col nome di memet, già nell'antico Egitto, insieme con
l'oboe doppio, fino circa dal 2700 a.C. L'antico clarinetto doppio
sopravvive nello zummarah del Nord Africa e dell'Asia Minore, e
consiste in due canne di bambù della stessa lunghezza, legate insieme. Lo
zummarah ha una lunghezza variabile dai 18 ai 43 cm.; le due canne
presentano da quattro a sei fori, non accordati nello stesso modo, il che
provoca oscillazioni che danno un particolare effetto.
I più importanti aerofoni della Mesopotamia erano gli strumenti a fiato in
legno. Nel sumerico tig si è ritrovato il flauto verticale; lo
strumento più lungo si chiamava invece gigid. Si legge anche dell'accadico
kanzaln, nome che, dal punto di vista fonetico, ricorda l'arabo qasaba
(6).
È evidente l'analogia con il lessico arabo. Va ricordato anche un flauto
doppio a tubo cilindrico, conservato a Filadelfia, e proveniente dalle
tombe di Ur (c. 2500 a.c.). Ad esso potrebbe corrispondere il sinnitu,
sempre che si tratti di un flauto di bordone con funzione di
accompagnamento (in arabo tanu, tanin). Da un rilievo ittita
si conosce l'esistenza di una tromba cortissima (c. 1050 a.c.); una lunga
tromba metallica è raffigurata nella stele di Naràm - Sin (c. 2280 a.c.);
un tipo più lungo risale al tardo periodo assiro (VIII° - VII° sec. a.c.).
Come si è detto, è interessante l'affinità con i termini della musica
araba: i lessicografi siriaci - osserva il Farmer - ci dicono che il
termine maš-rugitho (flauto) corrisponde agli arabi saffara
(flauto a becco), shabbaba (flauto), o sur (corno).
Anche la sabbaka (arpa a cassa inforiore) forse deve il suo nome al
fatto che la molteplicità delle sue corde fu confusa con l'idea di
flessibilità, come si deduce dalla radice sabaq (intrecciare), da
cui sebaq (grata) e sebaqa (rete), le cui formazioni affini
si trovano ancora in arabo.
Viste le numerose affinità fra i termini che indicano strumenti
dell'India, dell'antico Egitto, della Mesopotamia e i nomi di analoghi
strumenti arabi, ci sembra inevitabile soffermarci sulla struttura dei più
importanti strumenti a fiato del mondo arabo, anche tenendo conto della
diffusione che avrebbero successivamente trovato nell'Europa medioevale,
in seguito all'espansione islamica.
Degli aerofoni appartenenti alla musica araba, si può dire anzitutto che
col termine buq venivano indicati genericamente sia i corni che le
trombe.
I turchi e i turcomanni avevano il buru e il burghu (7).
La buccina - o lunga tromba di metallo - che si ritrova, verso il
1200, nelle corti europee, e che viene chiamata buisine in Francia
e nella poesia medio-alto-tedesca, busine, è secondo il Sachs,
anch'essa di origine islamica: sembra che tale strumento, usato dagli
eserciti islamici, sia poi passato in Spagna e in Sicilia, e da qui nel
resto d'Europa (8).
Quanto agli strumenti a fiato di legno, essi erano indicati col termine
mizmar in arabo e nai in persiano, ma - nell'ambito della
musica persiana - si distingueva il flauto dal “flauto ad ancia” con la
distinzione tra il termine nay-i-safid (nai bianco) e
l'altro nay-i-siyah (nai nero). Gli arabi usavano chiamare
mizmar il “flauto ad ancia” e qussaba il .flauto: flauti
piccoli erano il shabbaba arabo, il pisha persiano, lo
juwaq berbero. Si avevano molte varietà di flauto: un flauto “ad ancia
cilindrica” (il balaban dei persiani e dei turcomanni); un tipo di
ciannamella conica (la surnà persiana, la surnay araba, la
Zurna Turca); infine “flauti doppi ad ancia” (come il persiano
Dunay, l'iracheno Zammara, il turco qoshnay). Di
provenienza cinese era un organo a bocca ad ance libere, detto mushtak
in epoca sassanide (9).
Ma soprattutto l'origine dell'oboe moderno va ricercata nel corrispondente
strumento arabo. Per lo sviluppo degli oboi in Europa, Africa e Asia -
osserva Georg Karstaedt -, grande importanza ha avuto infatti lo zami
arabo, ad ancia doppia, con canna di legno conica, bussolotto sporgente,
padiglione e imboccatura rotonda. “Lo strumento - scrive lo stesso Autore
- che appare spesso in gruppi di quattro e più suonatori, è in legno e
presenta sette fori davanti e uno dietro. Questo oboe conico giunse
dapprima in Sicilia, come testimoniano una tavola d'avorio del XII° secolo
e un'incisione normanna a Ely (verso il 1200)”. Dal Sud, questo strumento,
come tanti altri, si diffuse in Europa, fino in Germania. È probabile che
anche il clarinetto semplice, con una sola canna - poi diffusosi in Europa
- derivi dal clarinetto doppio, sempre di provenienza araba, l'arghûll
“che consisteva in due canne, a volte anche tre, disposte parallelamente,
una delle quali suonava il bordone, cioè una nota fissa. Le canne erano di
differente lunghezza e prolungate spesso da una coppa di metallo o da un
corno bovino (...) Una serie di strumenti popolari dei paesi mediterranei
ed europei ne indica la lunga evoluzione” (10); così conclude il Karstaedt.
Si pensi alla launedda di Sardegna, all'alboquea presso i
Baschi, al pibcorn nel Galles...
Sappiamo bene che un argomento così vasto come lo studio delle origini e
dell'evoluzione degli strumenti musicali non può essere esaurito in poche
pagine: perciò questi nostri cenni vanno intesi soltanto come un invito
rivolto a chi si occupa di cose e fatti della musica, e allo stesso
musicista, a considerare molti aspetti della storia, dell'interpretazione
e della tecnica musicali della tradizione occidentale, mai del tutto
avulsi da quelli delle altre culture musicali, fossero anche le più
lontane e meno note.
Un invito, dunque, a non pensare il proprio mondo culturale - quello
europeo o comunque occidentale - come l'unico valido ed esistente.
(1) Cfr. A. Büchmer, Gli strumenti musicali attraverso i secoli, Milano
1961, pp. 15-18.
(2) Cfr.Büchmer, op. cit.
(3) Cfr.£. Plcken, La musica dell'Estremo Oriente Asiatico: Cina, in
Musica tica e Orientale, vol. l°, a cura di E. Wellesz, in Storia della
Musica (The New Oxford History ofMusic), tr.it. di G. Tintori, Milano
1962, pp. 89-146.
(4) Cfr. A. Blake, La Musica dell'India, in Musica antica e orientale, cit.,
pp. 217-248.
(5) Cfr. H.G. Farmer, La musica dell'antico Egitto, in Musica antica e
orientale, cit. pp. 283-310.
(6) Cfr. H.G. Farmer, La musica dell'Antica Mesopotamia, in Musica antica
e orientale, cit., pp. 253-276.
(7) Cfr. H.G. Farmer, La musica dell'Islam, in Musica antica e orientale,
cit. pp. 493-495.
(8) Cfr. G. Karstaedt, Strumenti a fiato, in La Musica, enciclop. dir. da
G. Gatti, vol. IV°, a cura di A. Basso, Torino 1966, p. 428.
(9) Cfr. H.G. Farmer, op. cito p. 495
(10) G. Karstaedt, op. cit., p. 420. |