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IL MANDOLINO ESCE DALL’ECLISSI

INCONTRI CON MUSICISTI BRESCIANI: UGO ORLANDI

di RENZO BALDO

Il mandolino, singolare strumento, oggetto di amore e di disprezzo. Per secoli lo strumento più diffuso, più simpaticamente in grado di identificarsi con la passione amatoriale per la musica, presso tutti i ceti, dalle osterie alle corti.
Accarezzato, sognato, goduto con gli occhi, suonato, strimpellato; al chiaro di luna, all'alba e al tramonto, sulle scene dei melodrammi, nei salotti di dame colte e raffinate, sulle barchette mollemente ondeggianti sull'acqua dei laghi, negli angiporti, nelle scampagnate, nelle taverne. In Italia e in tutta Europa.
Ma in Italia con tale capillare presenza che qualcuno l'ha considerato quasi un simbolo.
E qualcuno ci si è anche arrabbiato, pensando che fosse il simbolo di un popolo esangue e senza nerbo, un popolo canoro e strimpellante, che aveva sostituito la spada con il plettro.
Fra gli arrabbiati, in un suo celebre discorso, pure S. E. il cav. Benito Mussolini, che nella sua immagine pubblica ci aveva messo anche il violino, ma i mandolinisti, proprio, no, non gli andavano a genio.
Forse non sapeva che tra i migliori mandolinisti del '700 c'è un suo antenato o comunque uno della sua stirpe, Giulio Cesare Mussolini, nato a Predappio e autore di canzoni per mandolino voce e cembalo.
Difficile pensare che dei possibili, o presunti, italici snervamenti sia stato colpevole il mandolino.
Fatto sta, però, che, almeno presso le persone cosiddette colte, il mandolino ha subito, per qualche tempo, un'eclissi di prestigio.
Dire di uno che suonava il mandolino era come metterlo ai margini della musica.
Solo da pochi anni si sta uscendo da questo antistorico pregiudizio, un po' altezzoso e un po' ridicolo come tutti i pregiudizi.
Il mandolino sta riprendendo quota, per merito di valenti strumentisti, che ne stanno recuperando l'immagine più autentica e culturalmente fondata.
Uno di questi giovani strumentisti è un bresciano, Ugo OrIandi. Ventotto anni, titolare a Padova dell'unica cattedra italiana di mandolino, solista presso i Solisti veneti, concertista affermato - per niente esangue e snervato - sempre in giro per il mondo, dall'Europa al Giappone, dove, a quanto pare, il mandolino non provoca disagi alla coscienza colta.
Bisogna prenderIo al volo, Ugo Orlandi, in una sosta a casa sua, in via Battaglie. Su un tavolo, su una parete, dietro i vetri trasparenti di una scaffalatura, numerosi strumenti a plettro; uno russo, uno turco, uno argentino, uno brasiliano, uno splendido mandolino dell'800 intarsiato e filettato con arte squisita. Ah!, penso, l’Orlandi è sulla strada del collezionismo.
Bisognerà tornare a trovarlo un'altra volta per parlare di questi strumenti.
Ma oggi dobbiamo parlare d'altro. E cominciamo, come si usava dire un tempo, ab ovo.

Caro Orlandi, la cosa che forse m'incuriosisce di più, di Lei, è di sapere come Le è nata la passione per il mandolino, portata fino all'apice del concertismo.
La passione la devo a una persona: Giovanni Ligasacchi.
Facevo la seconda elementare, quando venne alla scuola Calini per cercare di avviare qualcuno alla musica: scelse i più disperati, fra i quali c'ero anch'io.
Ci mise a suonare il tamburo, e in breve diventammo i tamburini della banda.
Dopo qualche tempo tirò fuori gli strumenti nobili: il clarinetto, l'oboe, la tromba....
Strumenti nobili, da dare in mano a ragazzi che garantissero di non guastarli....
Io non ero fra quelli: mi misero in mano un mandolino tutto scalcinato, tenuto insieme con dei fili da sacchetto di limoni.
Ne ero orgogliosissimo. Per un anno però non combinai niente. Poi, improvvisamente, mi impadronii con grande rapidità della tecnica dello strumento: lo sentivo parte di me.
Ma compiuti i sedici anni Ligasacchi decise di iscrivermi al corso di tromba del Conservatorio, nella convinzione che con quello strumento avrei avuto facilmente uno sbocco professionale.
Ma io continuavo a suonare anche il mandolino, e mi arrabbiavo quando mi dicevano che era uno strumento inferiore.
E quando ebbi notizia che era stata istituita la cattedra di mandolino a Padova, mi iscrissi, di nascosto.
Mi diplomai in tromba, nel frattempo, ma a Padova nel '78 suonai il mandolino con i Solisti veneti.
Subito dopo ebbi l'occasione di suonarlo in un film di Reichenbach sulla vita di Vivaldi.
Mi resi conto, allora, che la mia strada era quella.
E mi buttai a fondo nel recupero del patrimonio storico che sta alle spalle di questo strumento.

I corsi che aveva seguito a Padova le avevano dato indicazioni in questa prospettiva?
Sostanzialmente devo dire di no.
Il mio maestro, Anedda, era un uomo di grandi qualità, che mi avviò molto bene al possesso della tecnica dello strumento, ma, come gusto, aveva una formazione romantico-ottocentesca, e ciò che era fuori di questo ambito non lo interessava.
Io, invece, avevo la passione delle biblioteche e degli archivi. E mi si spalancò una realtà musicale di grandi proporzioni: Beethoven, Mozart, la musica del '700 e del '600.
Mi resi conto che bisognava approfondire con coscienza critica questo vasto repertorio (basti pensare che del '700 ci sono ben 30 concerti per mandolino e orchestra), non solo, ma collocarlo nell'ambito, diciamo così, dei suoi antenati, nella complessa storia degli strumenti a plettro.
Una storia affascinante, che ci riporta, su per i secoli, fino al mondo arabo-medio orientale, che, del resto, è stata la matrice dell'intera vita musicale europea.

Lei, dunque, si è reso conto che recuperare il .mandolino significava recuperare un'autentica dimensione culturale, che affonda le sue radici nei secoli. La sua carriera di concertista, perciò, si è appoggiata anche ad un approfondimento della immagine storica dello strumento; ha avvertito che doveva farlo uscire dall'immagine stereotipata, alla quale spesso è stato ingiustamente ridotto, mediante, una ricerca che ne chiarisse il reale significato culturale. Non ha mai scritto qualcosa in proposito?
Non ho osato ancora farlo, perché si tratta di una realtà così complessa, anzi intricata, che può far prendere facilmente dagli svarioni, come ho notato che è capitato anche a illustri storici della musica. È un campo ancora tutto da dissodare.
Ma va detto che oggi i giovani musicisti si rendono conto di questo, seguono la ricerca musicologica e stanno rapidamente crescendo nel gusto e nelle capacità di realizzare questo approfondimento culturale.

Che cosa mi può dire di come si è svolta la sua carriera di concertista!
Forse sono stato fortunato. Se penso che si tratta di uno strumento fino quasi ad oggi poco preso in considerazione, poco richiesto, che non dà grandi possibilità di carriera, quasi mi stupisco della grande quantità di impegni concertistici.
Evidentemente qualcosa sta cambiando, e forse lo sforzo che abbiamo fatto per far comprendere questa area della musica sta dando i suoi frutti. Suonare con i Solisti veneti mi è stato estremamente utile: mi hanno aperto la strada verso pubblici. esperti e ben selezionati.

Più all'estero o più in Italia?
All'estero sicuramente l'interesse, anzi la passione per il mandolino è più diffusa. Forse per una ragione storica.
Nel '700 c'erano più insegnanti di mandolino a Parigi che in tutta Italia. La cultura mandolinistica napoletana era stata trasferita in Francia tramite Mazarino.
Tutti i metodi per mandolino sono stati stampati in Francia e poi tradotti in inglese a Londra.
Non dimentichiamoci che Rousseau era un appassionato del mandolino, tanto è vero che è sua la voce “mandolino” sulla EncycIopedie.
Tuttora in Francia il mandolino è uno strumento familiare.
Basti ricordare che nell'83, in un ciclo della Sala Pleyel, la più importante sala da concerti della Francia, intitolato “Prestige de la musique” hanno voluto che figurasse il mandolino.

E nei paesi tedeschi?
Le basti dire che l'Associazione mandolinistica tedesca ha settecentomila iscritti.
Con la Germania ho un rapporto veramente privilegiato. Anzi posso dire abbiamo, perché oltre ad esservi invitato personalmente per concerti e per partecipare a giurie di concorsi, ripetutamente ci siamo andati! con l'Orchestra da plettro “Città di Brescia”.
Le riviste musicali tedesche ci hanno dedicato a più riprese articoli e servizi.

Dove ha svolto la sua attività concertistica?
In Argentina, in Brasile, in Francia, in Belgio in Svizzera, in Germania, in Finlandia, in Danimarca, in Turchia, in Austria, in Giappone, in Spagna, in Portogallo, in Canada.

Quali sono i musicisti più noti che si sono occupati del mandolino?
Paisiello, Vivaldi, Giuliani, Mozart, Beethoven (quattro sonate) Strawinski, Schoenberg, Webern, Mahler, che lo ha inserito nella settima e nella ottava sinfonia.
Per non dire dell'ampia presenza nella letteratura musicale barocca, dove il mandolino ha largo spazio.
Ma per la nostra città è sicuramente importante il concerto di Hummel dedicato al bresciano Bartolomeo Bortolazzi (eseguito per la prima volta a Brescia nel 1985 in occasione della rassegna degli strumenti a pizzico n.d.r.).

Tornando alla sua attività concertistica: in Italia come va?
Direi bene. Ho suonato un po' dappertutto, in tutte le regioni italiane, presso società dei concerti, nell'ambito di rassegne musicali.

C'è una qualche attenzione, fra i giovani, per questo strumento? E che cosa consiglierebbe a chi volesse avviarsi per questa strada?
La cattedra di Padova prevede dieci iscrizioni.
Dato il numero delle richieste, io me ne prendo volentieri altri cinque. Consiglierei però di impegnarsi in questo studio non tanto per la possibilità di fare carriera, quanto per il piacere di suonarlo, di praticarlo come scelta dettata da un preciso gusto personale, guidato da una passione interiormente convinta.
Secondo me è fondamentale che si pratichi la cosiddetta attività amatoriale.
Molte crisi di molti professionisti dipendono dall'assenza di questo piacere.
Se non sono chiamati a sostenere un concerto pubblico, non suonano.
L'attività nei gruppi amatoriali consente, tra l'altro, di mantenere e di controllare con continuità la propria pratica musicale, è un incentivo a migliorare, con una convinta e personalmente persuasa partecipazione.

La terminologia “attività amatoriale” corrisponde, credo, a quello che una volta si chiamava “dilettantismo”.
Certamente. Ma quel termine ha assunto un significato deteriore, ed è stato bene sostituirlo.
Ma non dimentichiamoci che i cosiddetti “dilettanti” hanno costituito l'ossatura portante della civiltà musicale.
Senza di essi probabilmente non ci sarebbero stati nemmeno i grandi musicisti, che hanno quasi sempre scritto avendo come referente l'area del dilettantismo.

Da quanto Lei dice, però mi sembra di ricavare anche una sua convinzione che fra area “amatoriale” e area “professionista” non c'è diaframma.
Certo. I professionisti, secondo me, devono partecipare all'area amatoriale, e nell'area amatoriale, spesso, si formano i professionisti. Ed è l'area amatoriale, oltre tutto, che stimola la ricerca dei testi, il recupero della musica che giace nelle biblioteche e negli archivi, e consente di far conoscere musiche che rompano, il cerchio chiuso, la routine che caratterizza troppo spesso i programmi della società concertistiche.