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CETRE, LIUTI, FLAUTI E VIOLINI
ASPETTI DELL’ICONOGRAFIA MUSICALE
DEL CINQUECENTO A BRESCIA
di Maria Teresa Rosa Barezzani
Nell'iconografia bresciana del Cinquecento si
riflettono tendenze pittoriche e tematiche comuni a più centri e a più
ambienti: vedi i temi dell'Antico e nuovo Testamento e le reminiscenze
classicheggianti di soggetti mitologici. Nel momento stesso in cui si
osservano sia l'adesione a correnti diverse sia la reciprocità degli
influssi, non si può evitare di notare la tendenza ormai ampiamente
diffusa a fare del soggetto un documento di «pittura musicale». Tendenza
manifesta più che mai in epoca rinascimentale, durante la quale la realtà
musicale o, più specificatamente, la pratica strumentale bresciana trova
tante e significative testimonianze.
Nei dipinti sono rappresentate, con maggiore o minore frequenza, tutte le
combinazioni della pratica profana del momento, dal solista con liuto al
consort di flauti dolci, dal duo liuto-viola da gamba e liuto-flauto a
becco al «concertino» di flauto traverso, viola da gamba, liuto e
spinetta. E se il concerto che il Gambara affresca per la dimora dei Maggi
appare, data l'epoca, più ideale che reale, è altresì vero che
l'atteggiamento delle figure e il modo di maneggiare gli strumenti
denotano capacità e conoscenze reali.
Nel campo della musica sacra il simbolismo, presente in parte anche nel
settore profano, ha maggior espansione. Non sembra tuttavia che tale
simbolismo abbia i molteplici aspetti ad esso attribuiti: l'oggetto
musicale affidato al putto, posto di norma ai piedi della Vergine, ha la
semplice funzione di rappresentare la musica. Lo stesso dicasi per gli
strumenti in dotazione alle angeliche schiere contornanti le Sacre Figure:
vano sarebbe cercare, al di là dell'intento devozionale, della conoscenza
personale del pittore e dell'accostamento casuale, significati e
riferimenti non sempre e non chiaramente dimostrabili.
Nella illustrazione di soggetti mitologici, il pittore richiama lo
strumento «a memoria» secondo schemi forse attinti a tradizioni erronee;
la sua rielaborazione ha, in questi casi, scarsa veridicità storica e solo
approssimativamente linee e particolari dello strumento si accostano ai
modelli dell'età classica. È questo il caso delle cetre che il Gambara
disegna nell’Apollo di S. Faustino (sala dei mantici dell'organo, ex
spezieria del convento) e nell’Apollo del palazzetto di Via G. Rosa.
Altrettanto lontana dai modelli originali è la morfologia della siringa
che appare in quest'ultimo dipinto: la scalatura delle canne in alto
anziché in basso è dovuta ad una falsa interpretazione tardo medioevale,
stando alla quale la struttura della siringa deriverebbe da quella
dell'organo mentre è vero, se mai, il contrario.
Significativo, a proposito della cetra (o «lira» come impropriamente lo
strumento viene definito nelle didascalie) è il fatto che lo stesso
Gambara disegni in un soggetto analogo anche la lira da braccio. Questa
nuova interpretazione (sarebbe molto utile conoscere l'esatta cronologia
delle opere) costituisce la trasposizione in chiave moderna dello
strumento chiamato «lira», nella forma nota all'epoca in cui il pittore
vive e opera. Nel dipinto proveniente da villa Erba di Mompiano e ora in
Pinacoteca, l'esemplare ricalca nelle linee essenziali i modelli
rinascimentali, ma presenta elementi in contrasto con la tradizione: i
piroli che dovrebbero essere infitti frontalmente nella paletta sono
sostituiti da semplici fori e la testatura delle corde è del tutto
assente.
Più tradizionali sono le strutture degli strumenti di uso comune come il
liuto e il flauto a becco, straordinariamente diffusi anche a Brescia a
tutti i livelli come dimostrano le opere del Romanino e del Savoldo
(interessanti, a questo riguardo, i raffronti che si possono fare tra il
Flautista e il Giovane in paesaggio).
Su schemi sanciti dalla tradizione sono pure alcuni strumenti per altro di
antichissima origine: vedi le trombe che per i temi dell’Apocalisse il
Gambara disegna nella forma derivata direttamente dalla greca salpinx,
alla quale accenna il testo originale di S. Giovanni. Vedi pure, allo
stesso proposito, la cannamella che un maestro bresciano imitatore del
Mantegna disegna in un fregio ora in Pinacoteca; nel fregio, che si
accosta al thiasos dei primi secoli, lo strumento mantiene le
caratteristiche della tibia romana dalla quale deriva, caratteristiche
visibili anche in un bassorilievo del nostro Foro Romano.
Assai importante per l'indagine organo logica è un'opera del Romanino -
Apollo e le Muse - nella quale si osservano, accanto al liuto e alla viola
da gamba, il violino e i due strumenti che hanno contribuito, in misura
diversa, alla sua creazione: la lira da braccio dalla quale,
essenzialmente, il violino trae la forma, e la ribeca alla quale si
accosta inizialmente per il timbro. L’opera, che risale agli anni tra il
1550 e il 1556, è forse una delle prime testimonianze iconografiche (e non
solo bresciane) del violino vero e proprio nella forma più vicina a quella
definitiva. Ricordo, a questo proposito, che una cronaca di Pandolfo
Nassino contiene la prima citazione in assoluto del termine «violino»;
grazie al passo che si riferisce alla prima Messa celebrata nel Santuario
delle Grazie nel 1530, si può retrodatare la citazione di otto anni
rispetto alla data ritenuta fino ad oggi invalicabile.
Ruoli e funzioni della vita civile e militare sono presenti in forma
marginale nell'iconografia bresciana: ne sono esempio i «trombetti» della
Condanna alla pena della fornace che il Romanino disegna in S. Antonio di
Breno. A dispetto di quanto si sa circa la preparazione «professionale»
della categoria, l'impressione che si ricava guardando la coppia di
sonatori è quella della proterva grossolanità, che abbigliamento e
atteggiamento irrobustiscono. (In atteggiamento ben diverso e in livrea
adeguata al rango saranno invece raffigurati nella settecentesca Giostra
dell'anello «trombetti e corni», banditori del torneo).
In contrasto con la magniloquenza che caratterizza i rituali liturgici
(nel 1606 in Duomo si ha, come corredo di una solenne festività, una
«strepitosa» esecuzione con cinque organi) è l'austerità che si osserva in
certi ambienti improntati a nuove correnti spirituali. Le nuove esigenze
di religiosità sorgono forse dietro la scia delle grandi predicazioni del
secolo precedente o forse, dalla metà del Cinquecento in poi, a seguito
delle raccomandazioni del Concilio Tridentino e di S. Carlo Borromeo. A
questa realtà sembra riferirsi l'iconografia bresciana del secolo XVI,
nella quale sono evidenziate compostezza di atteggiamenti e sobrietà di
abiti: le linee stesse degli strumenti sembrano rispondere, più che altro,
ad esigenze di solidità e di sobria eleganza. Si sarebbe portati a pensare
che l'unica preoccupazione degli artigiani bresciani fosse la solidità
dello strumento se non si conoscessero stupefacenti esemplari come quelli
del Virchi e di Pellegrino Zanetto.
Nei dipinti di autori bresciani si trovano, talvolta, strumenti tipici di
località particolari, non sempre a noi vicine: ne è testimonianza il
tambourin de Béarn che si scorge in un secondo frammento del maestro
imitatore del Mantegna; la tamburino (nome basco dello strumento) appare
anche, completa del caratteristico galoubet, negli affreschi di S.
Salvatore del Caylina.
Altri strumenti, diffusi un po' ovunque ma ritenuti appannaggio esclusivo
del basso volgo, si vedranno in opere settecentesche come la Bambocciata
del Bocchi, dove sono raffigurati un arco con risuonatore boccale,
imbracciato come un violino e un bumbass, specie di pertica munita di
corda e di risuonatore, noto soprattutto in area fiamminga. Per la sua
presenza presso i ceti meno elevati, il bumbass verrà scelto, accanto alla
cornamusa, allo scacciapensieri e allo hacbrett, per la parte strumentale
della Beggar's Opera, rappresentata a Londra nel 1728. Della
rappresentazione e della compagine musicale rimane, quale testimonianza,
il disegno di Hogart. |