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di Costanzo Gatta
 

Perdoni il lettore se per ricordare tre grandi qualità di Giovanni Ligasacchi (la voglia di aiutare i giovani, la perenne disponibilità, l’encomiabile impegno politico) dovrò citarmi. Non posso fare diversamente, riaffiorandomi alla memoria alcuni episodi diversi (legati ai tempi del teatro della Loggetta).

Il primo dice quanto Giovanni fosse aperto con tutti, anche con me che allora ero un ragazzetto pieno di velleità.

Maggio 1962. Con la faccia tosta dei vent’anni ero andato a parlargli nella Pinacoteca, in via Martinengo da Barco. Luigi Manenti o Camillo Togni – non ricordo - mi aveva spiegato dove trovarlo: “Fa l’impiegato. Ci resterà tutta la vita se qualcuno non lo schioda da quel tavolo e lo utilizza al meglio. Musicalmente è uomo di valore. Non è snob come tanti altri, lui farebbe suonare il mondo intero, ha pazienza da vendere, si mette a disposizione di tutti come un missionario laico. Parlagli, è insostituibile.”

Con questo viatico andai per le spicce.

“Buon giorno maestro…”.

“Non sono maestro..”.
”Fa lo stesso. Cerco qualche strumento a fiato. Può aiutarmi?”.

Ero entrato nella Loggetta nel 1960 con il “Don Perlimplin” di Garcia Lorca, ma non avevo né la vocazione né la stoffa dell’attore. Mi piaceva imparare a creare gli spettacoli e Mina Mezzadri era gran maestra. Convinto che per fare teatro bisogna conoscere tutti i mestieri del teatro cominciai a costruire maschere per un testo di Jonesco che scandalizzò mezza Brescia e spazzolai parrucche quando con un Giorgio Dandin di Molière, la Mezzadri riconciliò gli attoniti spettatori.

In quel maggio del 1962 spiegai quindi al buon Ligasacchi che si stava preparando la scena del matrimonio da “L’opera da tre soldi” di Brecht con le musiche di Kurt Weill. Accompagnare le arie al pianoforte non ci piaceva; un piccolo complessino sarebbe stato come il formaggio sui casoncelli.

Un altro avrebbe riso di un ventenne pretenzioso come me. Non so perché ma Giovanni mi prese in simpatia, mi ascoltò fino in fondo, volle sapere della Loggetta che conosceva superficialmente.

E grazie a Ligasacchi potemmo contare su un piccolo complesso di fiati con i fiocchi.

Lo seguii – per imparare - mentre curava la strumentazione. Quando distribuì le parti ai suoi orchestrali ebbi modo di conoscere il clarinettista Elio Ferraglio, Renzo Trivella, sax contralto, i due della tromba: Angelo Zola e Francesco Gottardi. Della piccola banda facevano parte anche il simpatico Delio Favalli e Giovanni Chiari (Trombone). Alle percussioni c’era il compitissimo Alessandro Sauda. Gente indimenticabile.

Non tutti conoscevano Kurt Weill e nemmeno Bertold Brecht. Da Ligasacchi (non lo scorderò mai) imparai come si può spiegare qualcosa a qualcuno senza montare in cattedra e farlo sentire in stato di inferiorità. La sua fu una grande lezione sull’espressionismo, sul modo di suonare Weill.

Mi pare di risentirlo:  “Amici, dovremmo legare il suono… qui ci vuole un sapore, come dire… da orchestrina di varietà… a questa battuta mi basta che le trombe non “scrocchino”. Va bene anche il suono sporco… Note molto legate. Avete presente quando suoniamo Verdi o Gounod? Bene, dimenticate quello che dico in quei casi. Tutto il contrario. Qua ci dobbiamo divertire. Attenzione! Non dateci dentro. Non saremo in piazza e poi non dobbiamo coprire i ragazzi che cantano. E dicono un testo importante. Brecht non scriveva canzonette”.

Così iniziò la nostra amicizia.

Frequentandolo compresi che una città ha bisogno di arte e poesia e non può piangere solo se la squadra del cuore va in serie C. Toccai con mano quanto fosse difficile per tutti far musica soprattutto se non discendevano da “magnanimi lombi”. Imparai che a Brescia c’erano più bocciofile e campetti da pallone che non spazi per fare qualcosa di diverso da una partita.

Belle scoperte, direte. Ma Ligasacchi mi insegnò anche a non scoraggiarmi mai e cercare di camminare con le mie gambe, senza le stampelle delle banche e dei politici.

Certo anche lui qualche scoramento lo provò. Ricordo: di ritorno da Kerkrade, e dopo lusinghieri successi musicali aveva raccontato all’osteria come la minuscola cittadina olandese (Eldorado dei musicisti) disponesse di un fabbricato comunale con tante aule, ognuna a disposizione dei gruppi musicali della città. In quegli spazi potevano provare da mattina a notte fonda diversi sodalizi, senza disturbarsi a vicenda. Robe impensabili per Brescia. Aveva le lacrime agli occhi.

Sognando tempi migliori (mai venuti) il “Liga” si divideva fra la “Isidoro Capitanio” e la “Costantino Quaranta” e le scuole musicali per ragazzini.

Un giorno lo trovo in via San Faustino, carico come un mulo. Ha sotto il braccio un paio di piccoli  xilofoni, un glockenspiel e altri strumentini. Dal taschino della giacca spunta un mazzo di bacchette.

“Che stai facendo Giovanni?” – chiedo, alleggerendogli il peso.

“Vado a metter giù gli strumenti per i ragazzi e a far anche un poco di pratica”.

Imbocchiamo il vicolo di fronte alla chiesa. In fondo a destra, oltre un portone, si apre uno stanzone scalcinato. È pieno di strumenti e strumentini, tamburi e tamburelli. Una ragazzina - sei anni all’incirca -  soffia in un trombone più grande di lei.

“La lascio fare - mi dice Giovanni - le piace il trombone, chissà perché”.

Mi spiega: “Voglio far suonare i ragazzini con il metodo di Carlo Orff. Niente teoria, subito pratica.  La teoria dopo. Prima regola: farli divertire e appassionare. Le percussionisti si prestano. Vedo che molti ragazzini vengono volentieri... La musica come gioco. Sai: meglio qui che in mezzo alla strada”.

Mentre riconsidero queste parole degne del Liga “missionario laico” me lo rivedo a picchiare sulle lamelle degli xilofoni e prendere appunti.

“Non si può insegnare senza prima sapere. È la prima volta che tocco queste piastre. Non conosco bene le estensioni, le possibilità sonore. Altrimenti che dico ai ragazzi?”.

Febbraio 1966. Mina Mezzadri aveva scelto “Leonzio e Lena” di Georg Büchner e mi aveva invitato a scrivere le musiche di scena. L’avevo già fatto per “Il cavaliere e la dama” di Goldoni”. Inizialmente servivano trilli di flauto per i grilli, canti di galli fatti col violino, rumori di cascate con arpeggi sulla cetra, eccetera.

Poi man mano che le prove andavano avanti ci vollero canti per boscaioli al lavoro, pompose e grottesche entrate per la corte reale, tarantelle per il principe triste che sogna l’Italia, cantabili per i momenti romantici.

Fu un giochetto buttar giù melodie accattivanti e accompagnamenti grotteschi secondo lo stile dello spettacolo. Ci voleva però una orchestrina: fiati, qualche arco, chitarre e mandolini per registrare la colonna sonora.

“Giovanni, aiuto…” - implorai al telefono- “Figurati che Borsoni vuol portare lo spettacolo anche a Milano per far vedere cosa si combina in provincia”.

Ancora una volta non disse no e mi diede appuntamento per la sera stessa, nella sala della banda “Capitanio”.

Inutile dirlo: lo spettacolo andò in scena e la Loggetta poté contare sulle musiche eseguite da un piccolo complesso strumentale diretto da Giovanni Ligasacchi. Alla grande sfida con Milano partecipò anche lui, alla grande. Per quella occasione scelse fra i musicanti due trombe, due tromboni, un basso tuba, timpani e tamburi, sax baritoni e contralti. Gli mancava un clarinetto e arruolò il figlio Ivan. Passò poi dalla “Costantino Quaranta” a reclutare chitarristi e mandolinisti.

Se è vero che Ligasacchi non ha mai detto di no a qualcuno, è anche vero che pochissimi hanno detto no a quell’uomo alto come un soldo di cacio. Non offriva denaro: solo sgobbate e magari qualche arrabbiatura. Con il più candido sorriso spiegava lealmente: c’è da fare un piacere a X Y. Posso contare anche su di te?”.

E tutti seguivano il Ligasacchi, come topi dietro il pifferaio magico. Quella volta di Büchner fu della partita anche la violinista Anna Bonomelli.

Venne il 1971 e questa volta il mio amico Ligasacchi si tuffò in uno spettacolo non tanto per amicizia, per simpatia o per passione ma soprattutto perché l’argomento gli dava l’occasione per ribadire – ce ne fosse stato bisogno - la sua avversità ad ogni dittatura. A quattro mani con Giorgio Sbaraini era nato “Oggi in Grecia, domani dove?” un testo-documento che raccontava del popolo greco schiacciato dai colonnelli. Curando anche la regia mi ero procurato musiche originali di Mikis Theodorakis che in quei giorni faceva l’esule a Parigi. Le portai a Ligasacchi, gli raccontai il progetto spiegando che accanto agli attori avrebbe cantato un gruppo di giovani. Serviva innanzitutto una orchestrazione e doveva preparare sei o sette elementi che suonassero per una ventina di sere. Soldi? Poco o molto poco.

Ligasacchi fu come al solito della partita e fece cose grandi. Volle che anche suo figlio Ivan suonasse e cantasse e mise a disposizione anche la dolcissima vocina della figlia Marinella per le dolenti canzoni di Theodorakis.

Questi, per me, sono i ricordi più belli di Giovanni.

Conservo in archivio alcune parti strumentali scritte di suo pugno. Stanno insieme alla lettera che mi spedì due giorni prima del mio matrimonio. Dice: “Voglio anch’io farti un regalo: ti offro la mia fraterna amicizia e il mio sincero affetto. È l’unica mia ricchezza”.

Grazie Giovanni.