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di Marino Anesa


Non sono passati neppure due anni dalla scomparsa di Roberto Leydi e all’inizio del 2005 se n’è silenziosamente andato un altro dei miei maestri: il carissimo amico Giovanni Ligasacchi. Per la verità Giovanni si era, per così dire, ritirato dal mondo da molti anni, a causa di una malattia che inesorabilmente taglia tutti i ponti e lascia aperto solo qualche minuscolo canale di comunicazione coi familiari più stretti che possono decifrare anche segnali quasi impercettibili. Abbiamo quindi “rinunciato” piano piano a una presenza rassicurante, a un punto di riferimento e questo avrebbe dovuto rendere meno amaro il distacco definitivo; invece il momento del saluto finale è sempre molto doloroso. Perdere un maestro è un po’ come perdere un padre: viene a mancare un appoggio e bisogna proseguire il cammino da soli. Quello che sto scrivendo non vuole essere un necrologio, ma un affettuoso ricordo di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all’impegno sociale e all’educazione musicale delle classi popolari.


“Nella musica ho trovato come una sorella”

Credo che possa risultare utile un breve riassunto della vita e dell’attività di Giovanni, avvertendo che va considerato come una semplice nota informativa, senza alcuna pretesa di completezza. Un’esistenza così ricca di idee e di azioni non può essere descritta in poco spazio. Riserverò particolare attenzione alla sua attività bandistica, che ho seguito da vicino per molti anni. Il mio racconto è accompagnato da alcuni brani tratti da un’intervista che ho fatto a Ligasacchi nel 1986 nella sede della Banda Cittadina di Brescia.
Giovanni Ligasacchi nasce a Preseglie nel 1920. Sentiamo dalle sue parole il ricordo dei primi anni della sua vita:
«Ho cominciato a suonare a sette anni. Ho avuto un’infanzia tremenda, a sei anni ero già senza genitori. Sono nato in un paese della Val Sabbia, sulle montagne. Ero molto vivace, un selvaggio, non andavo né all’asilo, né a scuola, ero sempre in mezzo ai campi. Quando sono morti il papà e la mamma mi hanno portato in collegio a Brescia. Ero come un uccellino in gabbia. Però ho sempre avuto un grande amore per la musica, fin da piccolo. Andavo in chiesa a servire la messa per sentire l’organo, mi affascinava. Poi sono riuscito a entrare nella banda del collegio con grande difficoltà perché ero piccolo e mingherlino e non mi volevano vedere. Dopo un po’ di pianti il maestro ha cominciato a farmi suonare il genis. Nella musica ho trovato come una sorella, perché io non avevo l’affetto, non avevo più niente. Mi sono talmente appassionato che ho cominciato a studiare; a undici anni ero vice-maestro e iniziavo a dirigere».
Molti musicisti, anche tra i grandissimi, compiono i primi studi musicali nei collegi, orfanatrofi e altre simili istituzioni educative. La musica consola e aiuta a crescere e in particolare la musica per banda sviluppa anche una coscienza civile. Giovanni ha tenuto sempre ben presente il valore della musica nelle situazioni di disagio e difficoltà sociale e si può affermare che gran parte del suo impegno è stato rivolto in questa direzione.
Dopo il collegio, Ligasacchi frequenta l’Istituto Musicale Venturi di Brescia e il Conservatorio di Milano. Studia armonia, pianoforte, tromba e strumentazione per banda. I suoi insegnanti sono Carlo Bossini, Alamiro Giampieri e Achille Lizzi. A diciott’anni vince un concorso ed entra nella Banda Presidiaria di Milano. Seguiamolo ancora nella sua “autobiografia”:
«Allo scoppio della seconda guerra ho dovuto interrompere tutto: mi hanno mandato in Francia, dalla Francia in Albania, poi in Grecia. In Grecia sono rimasto per il tempo dell’occupazione, poi nel ’43 i tedeschi mi hanno portato prigioniero in Germania e sono rimasto là fino al principio del ’46 a fare il minatore. Però non ho mai perso i legami con la musica. In Grecia, ad esempio, ho avuto la fortuna di conoscere due grandi musicisti greci che, ridotti alla fame, davano lezioni di musica che noi pagavamo col pane. Io andavo a lezione di pianoforte e portavo una pagnotta. Tutti e due avevano studiato a Roma, uno era interprete al comando italiano, poi sono stati fucilati dai tedeschi a Tripolis. Ho imparato più da loro che in tutte le scuole che ho frequentato successivamente. Uno si chiamava Andrea Belik e l’altro Papadopulos, era già anziano, aveva la moglie e una bambina con un nome italiano, Mirella. In Germania, durante la guerra, ho conosciuto un minatore che era un vecchio maestro di banda in pensione. Ho lavorato un po’ di mesi sottoterra e poi sono venuto in superficie: lui faceva il fuochista e io l’aiuto. A forza di sberle avevo imparato un po’ di tedesco e così potevo chiacchierare con lui. Suonava il flicorno soprano e quando ha saputo che anch’io conoscevo la musica ha voluto sentirmi suonare. Mi ha portato lo strumento e un libretto con le marce. Anche lui, poveretto, ha voluto aiutarmi. Noi eravamo liberi alla domenica mattina, potevamo andare nelle case a fare dei lavori extra. Io ho ottenuto il permesso di andare dall’organista della chiesa protestante, che era un bravo musicista. Facevo qualche lavoretto in casa sua e lui mi dava lezioni di armonia e contrappunto. Ho avuto modo di suonare anche là, in mezzo a gente cattiva come la peste. Ho sempre avuto la passione di cercare, sono un inquieto, ho l’ansia iperattiva».
Chi ha conosciuto Giovanni Ligasacchi, lo ritroverà appieno in queste sue parole, anche in mancanza del “sonoro”, della gestualità e della mimica facciale. Giovanni era così: diretto e tenero allo stesso tempo, non amava i mezzi termini e le convenienze teatrali. Pronunciava chiare e forti le sue convinzioni e proseguiva deciso per la sua strada, convinto che fosse quella giusta. Per questo non piaceva molto agli uomini di potere, ma a lui interessava un altro tipo di seguito: la gente semplice, i ragazzi sbandati del quartiere del Carmine, gli strumentisti che avevano rispetto per la musica.


“Dentro di me sento una banda ideale”

Dopo la Liberazione, parallelamente all’attività musicale Ligasacchi sviluppa un impegno assai intenso nelle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio. Da operaio attivista diviene rapidamente segretario provinciale nella Cgil ed entra far parte dei quadri locali del Pci. Vive queste esperienze anche in momenti di alta tensione politica, quali, ad esempio, l’occupazione delle fabbriche dopo l’attentato a Togliatti. Non ho avuto modo di approfondire con Giovanni questo importante aspetto della sua vita e quindi mi auguro che altri ne parlino in modo adeguato. Voglio unicamente sottolineare che i due momenti, politico e musicale, sono strettamente legati da un filo rosso di coerenza e vanno entrambi nella medesima direzione: la scelta di contribuire alla crescita umana e culturale delle classi popolari.
Riprende gli studi musicali ed entra a far parte come strumentista della Banda Cittadina. Nel 1957 ne diventa vicemaestro e dal 1960 assume la guida del complesso. Si costruisce da solo, con pazienza, anche il mestiere di maestro di banda:
«Ho fatto la mia esperienza prima di tutto con la pratica, perché il conservatorio non dà niente in questo senso. Offre una cultura standardizzata, ieri e oggi è lo stesso; non dà il vero sapere, ma solo degli strumenti per capire. Io ho appreso molto vedendo gli altri dirigere. Poi ho cominciato da piccolo, a dodici anni facevo già a memoria molti pezzi di Mariano Bartolucci. All’inizio naturalmente imitavo il mio maestro, non avevo altri modelli. Ho preso in mano la bacchetta e non mi sono trovato a disagio. Ho imparato molto anche andando ai concerti, osservando i grandi direttori d’orchestra, studiando le partiture, riuscendo a capire che cosa bisognava pretendere. Prima di fare una cosa devo sentirla dentro di me. Prima di prendere una partitura e portarla in mezzo ai miei bandisti devo conoscere tutto della musica e dell’autore. Devo sapere dove è nato, con chi ha studiato, qual era l’ambiente culturale dove è cresciuto, quali erano le sue idee, la sua cultura, perché ha scritto quel pezzo. Poi devo riuscire a vedere dentro la pagina scritta anche quello che non è scritto. La cosa difficile non è la lettura della partitura, è l’interpretazione. Quando ho capito tutte queste cose devo essere capace di trasmetterle ad altri. Se le tengo per me non valgono niente. Il direttore è come uno scultore: si trova sempre di fronte a un blocco di marmo, deve riuscire a cavarne le figure. Dentro di me sento una banda ideale, ma nella realtà devo costruire ogni brano pezzo per pezzo, cercando di ottenere le figure migliori. Ci vogliono temperamento, capacità di comunicazione e grande sensibilità. La sensibilità fa anche male. Non c’è nessuna partitura che non mi abbia fatto soffrire».
La sua presenza alla guida della Banda Cittadina di Brescia, durata fino al 1987, può essere descritta come un percorso coerente, direi quasi ostinato, di crescita collettiva. Aveva ben chiaro il concetto che il miglioramento individuale è importantissimo, ma è ancora più pregevole se viene messo al servizio del gruppo in cui si lavora. È relativamente facile far crescere un allievo che dimostra doti spiccate; molto più arduo e alzare la qualità di un’intera banda, dove la qualità dei componenti è assai variegata per indole, mentalità, doti e impegno.
A fianco della banda crescono parallelamente le altre istituzioni musicali nelle quali Giovanni è coinvolto: il Centro giovanile bresciano di educazione musicale «Gioietta Paoli Padova» (fondato nel 1967), il Gruppo di musica antica «Paride e Bernardo Dusi» e l’Orchestra di mandolini e chitarre «Città di Brescia». Quanti gnari (bambini, per i non bresciani) hanno conosciuto la musica in quelle stanze! Passo dopo passo Ligasacchi affina i programmi e i metodi di insegnamento, seguendo la più aggiornata letteratura didattica e pedagogica. Studia i lavori di Riccardo Allorto, Vera D’Agostino Schnirlin, Gino Stefani, Roberto Goitre, Carlo Delfrati, Boris Porena e tanti altri. Prende contatto con tutti questi autori, che purtroppo continuano ad essere ignorati nella maggior parte delle scuole di musica delle bande italiane. Gli altri continuano a campare di rendita col solfeggio parlato (il sistema più indicato per allontanare rapidamente i ragazzi dalla musica) e il metodo del buon Pasquale Bona, poi fanno mettere in bocca uno strumento scelto a caso e che Dio li assista! Ligasacchi approfondisce i testi di Emile Jacques Dalcroze, Zoltan Kodaly, Carl Orff, Paul Hindemith, Edgard Willems, fa arrivare dischi, libri e riviste da ogni parte del mondo e l’orizzonte si apre su un mondo fino a quel momento sconosciuto.


“Abbiamo sentito bande americane, olandesi, giapponesi”

Giovanni intuisce che per capire esattamente dove stava andando la musica per banda in Europa e nel mondo occorreva viaggiare e aprire le orecchie. Nel 1966 decide di partecipare con la Banda Cittadina di Brescia al concorso internazionale di musica di Kerkrade (Olanda):
«Per la banda di Brescia partecipare era una grossa scommessa. Non sapevamo se ne saremmo usciti bene o male; non conoscendo in modo approfondito la situazione delle bande mondiali, rischiavamo anche di fare una brutta figura e di non riuscire a qualificarci. Il concorso consisteva nell’esecuzione di un pezzo d’obbligo e di uno a libera scelta, preferibilmente di un compositore della nazione di provenienza. Partecipammo nella seconda categoria, perché il pezzo d’obbligo della prima era impossibile per noi. Il brano scelto dagli organizzatori era Le petit monde da Catie, una composizione in quattro tempi, molto bella e moderna, sul mondo delle bambole. Per noi già c’erano delle complicazioni: occorreva, ad esempio, avere il vibrafono. Il brano in sé non era molto difficile; i problemi nascevano per il tipo di musica che non eravamo molto abituati ad eseguire. Trattandosi di un concorso internazionale, tutto diventava più complicato. La giuria era molto severa. Siamo andati a questo concorso e abbiamo vinto il primo premio nella seconda categoria. Abbiamo sentito bande americane, olandesi, giapponesi e ci siamo accorti che noi italiani appartenevamo a un altro mondo, che non era più alla pari coi tempi».
Si apre dunque per la banda bresciana una finestra sul mondo e si scoprono molte cose nuove. In particolare si sente un nuovo sound bandistico, quello della symphonic band, che all’estero era già ampiamente consolidato. Si comincia a capire il valore della musica originale per banda, storica e contemporanea e l’importanza di organizzare programmi concertistici adeguati. Il successo ottenuto rincuora e da questo momento l’impegno di tutti è più motivato e consapevole.
Come brano a libera scelta la Banda Cittadina di Brescia aveva proposto a Kerkrade una composizione originale per banda di Alfredo Palombi dal titolo Suite. Ligasacchi aveva quindi già iniziato il lavoro (o meglio la battaglia, come lui diceva) in favore del repertorio originale, partendo dai migliori compositori di casa nostra. Gradualmente il nuovo discorso viene accettato. È un processo lento, condotto con molta cautela, ma nel giro di pochi anni i programmi dei concerti della banda cittadina cambiano radicalmente. Ligasacchi è il primo in Italia a prendere contatti con l’editore Molenaar e a suonare la sua migliore produzione. Successivamente si mette in rapporto con le case editrici dell’Austria, Ungheria, Francia e Stati Uniti, vere miniere di musica bandistica di qualità. Nel volgere di una decina d’anni la Banda Cittadina di Brescia si è dotata di un repertorio di livello internazionale.


“È un’opera veramente commovente”

Nel contempo Ligasacchi avvia un pionieristico lavoro di ricerca sul repertorio storico. Scrive alle biblioteche di mezza Europa e si fa mandare i microfilm dei brani dei più grandi autori che hanno scritto per banda. Inizia a lavorare sulle musiche bandistiche della Rivoluzione Francese e questi studi lo portano a realizzare nel 1986 il disco Musica della Rivoluzione Francese. In questa incisione la Banda Cittadina di Brescia e il Coro Polifonico «La Rocchetta» di Palazzolo sull'Oglio presentano, in prima esecuzione in Italia, i seguenti brani: Ouverture in Do minore, per banda (Charles Simon Catel), Te Deum, per coro e banda (François Joseph Gossec) e Hymne funèbre sur la mort du General Hoche, per coro e banda (Luigi Cherubini).
Se consideriamo la qualità media (sia dal punto di vista dell’esecuzione, sia da quello dei contenuti musicali) delle incisioni bandistiche italiane di quel periodo, si tratta veramente di un disco rivoluzionario. Giovanni ne andava giustamente orgoglioso e in particolare era affezionato al brano di Cherubini:
«È veramente un capolavoro. Questa partitura non era a Parigi, ma alla Biblioteca di Berlino. Ho impiegato due anni per averla, perché dalla Germania dell’Est hanno fatto molte difficoltà. L’Inno funebre è stato scritto nel 1797 in un momento molto difficile per la Francia che è attaccata su tutti i fronti, soprattutto su quello tra il Reno e la Mosella, da parte delle armate austriache e prussiane. In questa zona di operazioni le truppe francesi sono comandate da Lazare Hoche, un generale che ha solo ventinove anni. Viene proprio dal popolino. È un genio militare; insieme a Napoleone vince la famosa battaglia del Reno e della Mosella. Sconfigge gli austriaci, ma il giorno dopo muore avvelenato. Era la speranza della Francia. La commozione del popolo è così alta, tale è il dolore, che il Direttorio decide di fare una grande manifestazione per i funerali di Hoche. La salma viene trasportata a Parigi e nel contempo Cherubini compone l’Inno funebre, su parole di Marie Joseph Chenier, il più attivo poeta della Rivoluzione. Il pezzo viene eseguito quando questo grandissimo funerale passa davanti all’Accademia Militare. È un’opera veramente commovente, la migliore composizione musicale della Rivoluzione».
Parlando delle musiche per le feste e cerimonie della Rivoluzione Francese è importante guardare oltre il dato puramente musicale e analizzare il loro profondo significato storico-sociale. In questi momenti la musica esce dai teatri e si riversa nelle strade e nelle piazze per essere udita da un pubblico nuovo, vasto e popolare. L’inno per il Generale Hoche di Cherubini si apre con una lunga marcia funebre (di difficile esecuzione nel mantenere la pulizia e l’intonazione degli accordi su note lunghe) che definisce l’atmosfera del brano. Seguono quattro interventi del coro che si muovono sulla medesima melodia, ogni volta armonizzata e strumentata in modo diverso. La ripetitività ha un valore di sottolineatura retorica, di persuasione e di coinvolgimento. La comprensibilità della composizione non va a discapito della sua grande qualità musicale. Beethoven non fu il solo, tra i musicisti dell’Ottocento, a considerare Cherubini il più grande maestro dell’epoca.
Questo momento storico segna anche la nascita della banda modernamente intesa. Da un lato viene stimolato e reso significativo il grande perfezionamento tecnico degli strumenti a fiato. Dall’altro vengono a determinarsi le nuove funzioni delle bande: non più solamente gruppi di suonatori al servizio degli eserciti o al seguito del potere, ma centri di educazione musicale e strumenti di diffusione della musica tra le grandi masse popolari.


“Al gh’à öna passiù vaca!”

Nel 1986 la banda di Vertova (Bergamo) festeggia il centenario di fondazione. Scrivo per l’occasione il mio primo volume di argomento bandistico, dedicandolo, appunto, alla ricostruzione della storia della banda vertovese. Insieme alla presentazione del libro, gli organizzatori hanno la buona idea di programmare un concerto della Banda Cittadina di Brescia diretta da Giovanni Ligasacchi. È in quell’occasione che incontro per la prima volta Giovanni e la Banda Cittadina di Brescia. Qualche mese prima gli avevo scritto una lettera, chiedendogli suggerimenti per le mie ricerche di storia bandistica. Mi aveva risposto con due pagine fitte di indicazioni, che concludeva assicurandomi: “Ad ogni modo io sono disponibile ad aiutarla nel suo lavoro, mettendo a sua disposizione le mie modeste capacità”.
Il “lei” è durato ben poco e anche gli scambi epistolari non sono stati più necessari, perché da quel momento è iniziata una lunga serie di incontri, che per me erano dei veri e propri corsi di formazione e per lui erano anche l’occasione per pronunciare le sue proverbiali requisitorie contro il mondo bandistico italiano, colpevole di posizioni arretrate, campanilismo, poca voglia di progredire, cerimonialità fasulla, ecc. Aveva molte frecce al suo arco e le usava tutte, lasciando sul campo molti morti e feriti gravi. Io mi prestavo a fargli pazientemente da spalla, perché capivo che gli faceva bene sfogarsi. Del resto lo faceva spesso anche in occasione di incontri, conferenze, seminari di studio. Detestava cordialmente l’associazionismo conviviale e inconcludente e non ne faceva mistero. Certamente le sue sfuriate hanno mosso le acque stagnanti.
Passata la bufera, il discorso si faceva più pacato e si passava alla fase costruttiva. In quel “triangolo” tra la sua casa, la sede della banda e quella del centro di educazione musicale era racchiuso il suo mondo e io ho avuto la fortuna di conoscerlo a fondo. Amava particolarmente “il Centro”, come affettuosamente lo chiamava, mentre io lo definivo “il Conservatorio del Carmine”. Era veramente il centro del suo lavoro, dove la musica si respirava nell’aria. Un paio di anni fa ho avuto occasione di visitarlo ancora e confesso che mi hanno fatto tenerezza quelle importanti e rare collezioni di riviste musicali nazionali e internazionali interrotte quando lui ha dovuto abbandonare l’attività.
In quel “triangolo” sono passate eminenti personalità del mondo bandistico e musicale nazionale e internazionale: direttori, compositori, didatti, musicologi coinvolti a vario titolo nelle iniziative di Ligasacchi. A Brescia ho perciò trovato una fonte inesauribile di riferimenti, contatti, indicazioni bibliografiche per proseguire i miei percorsi di ricerca; nessun conservatorio in Italia mi avrebbe potuto dare la decima parte di quello che ho avuto da Giovanni.
A fianco dell’attività didattica e direttoriale, Ligasacchi sapeva perfettamente che era molto importante curare la divulgazione. Per questo motivo si dedicava anche a scrivere brevi saggi e articoli su riviste, in particolare su «Brescia Musica», nata a metà degli anni Ottanta. Non era né un musicologo, né un filologo: scriveva per farsi capire da tutti e per suscitare passione per la musica e in particolare per la banda. I suoi scritti non contengono grandi scoperte, ma sono in pratica dei riassunti delle sue letture, messi a disposizione di tutti. Io sono convinto che spesso ottiene più risultati uno scritto di questo genere che un dotto esercizio accademico. Leggeva molti libri in varie lingue e usava un lapis nero a carboncino per sottolinearli con orrendi segnacci neri. Quando gli dicevo che i libri non si dovevano maltrattare così rideva di gusto e nella successiva visita me ne mostrava altri dove, oltre ai segnacci, notavo con raccapriccio anche delle “orecchie”. Di me diceva: «Al gh’à öna passiù vaca!» e questo mi riempiva di orgoglio. Aveva capito che non stava perdendo il suo tempo a darmi retta e che io avrei continuato a lungo a interessarmi di bande.
Quanti sono stati i suoi allievi? Centinaia. Alcuni di loro si sono affermati ad alto livello nel mondo concertistico, compositivo e didattico. I più sensibili continuano a percorrere in modo fedele e coerente le strade da lui indicate.


Ciao, amico e maestro Giovanni!

Carissimo Giovanni, nel salutarti non userò frasi patetiche del tipo “ora dirigerai lassù i concerti degli Angeli”. Non sono un esperto in materie angeliche e non ho informazioni dettagliate circa eventuali pratiche musicali di queste svolazzanti creature paradisiache. Il tuo impegno è sempre stato molto concreto e terreno e i risultati del tuo lavoro rimarranno qui sul nostro pianeta. Quello che hai costruito con tanta dedizione ci parlerà a lungo di te.
Il tuo allievo Marino Anesa.



Scritti di argomento bandistico di Giovanni Ligasacchi
 

  • Le bande tra passato e presente, in «Laboratorio Musica», a. 2, n. 14-15, luglio-agosto 1980, pp. 25-28
  • Tradizione e storia delle bande musicali bresciane, in «Brescia Musica», dal n. 0, a. 1, dicembre 1985 al n. 9, a. 2, ottobre 1987
  • Amilcare Ponchielli maestro di banda, in «Brescia Musica», a. 1, n. 5, dicembre 1986, pp. 13 e 22
  • Una moderna didattica per le nostre scuole, in «Risveglio Musicale», a. 6, n. 2, aprile 1987, pp. 4-5
  • Beethoven e la “Musica d’uso”: Marce e danze per banda, in «Brescia Musica», a. 2, n. 8, giugno 1987, p. 13
  • Antefatti e storia della Banda Cittadina [di Brescia]. 190 anni di vita, in «Brescia Musica», a. 3, n. 13, giugno 1988, p. 8
  • 1798-1988. La Banda Cittadina [di Brescia] compie 190 anni, Brescia, a cura di «Brescia Musica», 1988
  • Sette musicisti per Il poema “14 luglio” di Romain Rolland, in «Brescia Musica», a. 5, n. 21, febbraio 1990, p. 10
  • Serge Lancen. Un musicista da scoprire, in «Brescia Musica», a. 5, n. 21, febbraio 1990, p. 17
  • La musica negli Stati Uniti. L’apporto degli immigrati, in «Brescia Musica», a. 5, n. 22, giugno 1990, p. 21
  • Carlo Bossini musicista bresciano, in «Brescia Musica», a. 5, n. 23, ottobre 1990, p. 20
  • Il tamburino meraviglioso. Radici popolari e ricchezza propositiva di Charles Ives, in «Brescia Musica», a. 6, n. 29, dicembre 1991, p. 11
  • Concorso nazionale per bande musicali. Riflessioni a più voci, in «Brescia Musica», a. 7, n. 30, febbraio 1992, p. 9
  • Amilcare Ponchielli und die Blasmusik, in Kongressberichte Oberschützen/ Burgenland 1988 Toblach/Südtirol 1990, Herausgegeben von Bernhard Habla, «Alta Musica», Band 14, Tutzing, Verlegt bei Hans Schneider, 1992, pp. 209-215
  • Tradizioni musicali inglesi, in «Brescia Musica», a. 8, n. 35, febbraio 1993, p. 15
  • Amilcare Ponchielli e la musica per banda, in Il repertorio sommerso. Musica storica per la banda d’oggi, Atti del convegno, Palermo 13-15 dicembre 1991, a cura di Gaetano Pennino, Palermo, Regione Siciliana - Assessorato ai Beni culturali e ambientali e alla Pubblica istruzione, 2000, pp. 61-67.




    Marino Anesa intervista Giovanni Ligasacchi nella sede della Banda Cittadina il 4 ottobre 1986 (foto Riccardo Schwamenthal).