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di Marino Anesa
Non sono passati neppure due anni dalla scomparsa di Roberto Leydi e
all’inizio del 2005 se n’è silenziosamente andato un altro dei miei
maestri: il carissimo amico Giovanni Ligasacchi. Per la verità Giovanni si
era, per così dire, ritirato dal mondo da molti anni, a causa di una
malattia che inesorabilmente taglia tutti i ponti e lascia aperto solo
qualche minuscolo canale di comunicazione coi familiari più stretti che
possono decifrare anche segnali quasi impercettibili. Abbiamo quindi
“rinunciato” piano piano a una presenza rassicurante, a un punto di
riferimento e questo avrebbe dovuto rendere meno amaro il distacco
definitivo; invece il momento del saluto finale è sempre molto doloroso.
Perdere un maestro è un po’ come perdere un padre: viene a mancare un
appoggio e bisogna proseguire il cammino da soli. Quello che sto scrivendo
non vuole essere un necrologio, ma un affettuoso ricordo di un uomo che ha
dedicato tutta la sua vita all’impegno sociale e all’educazione musicale
delle classi popolari.
“Nella musica ho trovato come una sorella”
Credo che possa risultare utile un breve riassunto della vita e
dell’attività di Giovanni, avvertendo che va considerato come una semplice
nota informativa, senza alcuna pretesa di completezza. Un’esistenza così
ricca di idee e di azioni non può essere descritta in poco spazio.
Riserverò particolare attenzione alla sua attività bandistica, che ho
seguito da vicino per molti anni. Il mio racconto è accompagnato da alcuni
brani tratti da un’intervista che ho fatto a Ligasacchi nel 1986 nella
sede della Banda Cittadina di Brescia.
Giovanni Ligasacchi nasce a Preseglie nel 1920. Sentiamo dalle sue parole
il ricordo dei primi anni della sua vita:
«Ho cominciato a suonare a sette anni. Ho avuto un’infanzia tremenda, a
sei anni ero già senza genitori. Sono nato in un paese della Val Sabbia,
sulle montagne. Ero molto vivace, un selvaggio, non andavo né all’asilo,
né a scuola, ero sempre in mezzo ai campi. Quando sono morti il papà e la
mamma mi hanno portato in collegio a Brescia. Ero come un uccellino in
gabbia. Però ho sempre avuto un grande amore per la musica, fin da
piccolo. Andavo in chiesa a servire la messa per sentire l’organo, mi
affascinava. Poi sono riuscito a entrare nella banda del collegio con
grande difficoltà perché ero piccolo e mingherlino e non mi volevano
vedere. Dopo un po’ di pianti il maestro ha cominciato a farmi suonare il
genis. Nella musica ho trovato come una sorella, perché io non avevo
l’affetto, non avevo più niente. Mi sono talmente appassionato che ho
cominciato a studiare; a undici anni ero vice-maestro e iniziavo a
dirigere».
Molti musicisti, anche tra i grandissimi, compiono i primi studi musicali
nei collegi, orfanatrofi e altre simili istituzioni educative. La musica
consola e aiuta a crescere e in particolare la musica per banda sviluppa
anche una coscienza civile. Giovanni ha tenuto sempre ben presente il
valore della musica nelle situazioni di disagio e difficoltà sociale e si
può affermare che gran parte del suo impegno è stato rivolto in questa
direzione.
Dopo il collegio, Ligasacchi frequenta l’Istituto Musicale Venturi di
Brescia e il Conservatorio di Milano. Studia armonia, pianoforte, tromba e
strumentazione per banda. I suoi insegnanti sono Carlo Bossini, Alamiro
Giampieri e Achille Lizzi. A diciott’anni vince un concorso ed entra nella
Banda Presidiaria di Milano. Seguiamolo ancora nella sua “autobiografia”:
«Allo scoppio della seconda guerra ho dovuto interrompere tutto: mi hanno
mandato in Francia, dalla Francia in Albania, poi in Grecia. In Grecia
sono rimasto per il tempo dell’occupazione, poi nel ’43 i tedeschi mi
hanno portato prigioniero in Germania e sono rimasto là fino al principio
del ’46 a fare il minatore. Però non ho mai perso i legami con la musica.
In Grecia, ad esempio, ho avuto la fortuna di conoscere due grandi
musicisti greci che, ridotti alla fame, davano lezioni di musica che noi
pagavamo col pane. Io andavo a lezione di pianoforte e portavo una
pagnotta. Tutti e due avevano studiato a Roma, uno era interprete al
comando italiano, poi sono stati fucilati dai tedeschi a Tripolis. Ho
imparato più da loro che in tutte le scuole che ho frequentato
successivamente. Uno si chiamava Andrea Belik e l’altro Papadopulos, era
già anziano, aveva la moglie e una bambina con un nome italiano, Mirella.
In Germania, durante la guerra, ho conosciuto un minatore che era un
vecchio maestro di banda in pensione. Ho lavorato un po’ di mesi
sottoterra e poi sono venuto in superficie: lui faceva il fuochista e io
l’aiuto. A forza di sberle avevo imparato un po’ di tedesco e così potevo
chiacchierare con lui. Suonava il flicorno soprano e quando ha saputo che
anch’io conoscevo la musica ha voluto sentirmi suonare. Mi ha portato lo
strumento e un libretto con le marce. Anche lui, poveretto, ha voluto
aiutarmi. Noi eravamo liberi alla domenica mattina, potevamo andare nelle
case a fare dei lavori extra. Io ho ottenuto il permesso di andare
dall’organista della chiesa protestante, che era un bravo musicista.
Facevo qualche lavoretto in casa sua e lui mi dava lezioni di armonia e
contrappunto. Ho avuto modo di suonare anche là, in mezzo a gente cattiva
come la peste. Ho sempre avuto la passione di cercare, sono un inquieto,
ho l’ansia iperattiva».
Chi ha conosciuto Giovanni Ligasacchi, lo ritroverà appieno in queste sue
parole, anche in mancanza del “sonoro”, della gestualità e della mimica
facciale. Giovanni era così: diretto e tenero allo stesso tempo, non amava
i mezzi termini e le convenienze teatrali. Pronunciava chiare e forti le
sue convinzioni e proseguiva deciso per la sua strada, convinto che fosse
quella giusta. Per questo non piaceva molto agli uomini di potere, ma a
lui interessava un altro tipo di seguito: la gente semplice, i ragazzi
sbandati del quartiere del Carmine, gli strumentisti che avevano rispetto
per la musica.
“Dentro di me sento una banda ideale”
Dopo la Liberazione, parallelamente all’attività musicale Ligasacchi
sviluppa un impegno assai intenso nelle organizzazioni politiche e
sindacali del movimento operaio. Da operaio attivista diviene rapidamente
segretario provinciale nella Cgil ed entra far parte dei quadri locali del
Pci. Vive queste esperienze anche in momenti di alta tensione politica,
quali, ad esempio, l’occupazione delle fabbriche dopo l’attentato a
Togliatti. Non ho avuto modo di approfondire con Giovanni questo
importante aspetto della sua vita e quindi mi auguro che altri ne parlino
in modo adeguato. Voglio unicamente sottolineare che i due momenti,
politico e musicale, sono strettamente legati da un filo rosso di coerenza
e vanno entrambi nella medesima direzione: la scelta di contribuire alla
crescita umana e culturale delle classi popolari.
Riprende gli studi musicali ed entra a far parte come strumentista della
Banda Cittadina. Nel 1957 ne diventa vicemaestro e dal 1960 assume la
guida del complesso. Si costruisce da solo, con pazienza, anche il
mestiere di maestro di banda:
«Ho fatto la mia esperienza prima di tutto con la pratica, perché il
conservatorio non dà niente in questo senso. Offre una cultura
standardizzata, ieri e oggi è lo stesso; non dà il vero sapere, ma solo
degli strumenti per capire. Io ho appreso molto vedendo gli altri
dirigere. Poi ho cominciato da piccolo, a dodici anni facevo già a memoria
molti pezzi di Mariano Bartolucci. All’inizio naturalmente imitavo il mio
maestro, non avevo altri modelli. Ho preso in mano la bacchetta e non mi
sono trovato a disagio. Ho imparato molto anche andando ai concerti,
osservando i grandi direttori d’orchestra, studiando le partiture,
riuscendo a capire che cosa bisognava pretendere. Prima di fare una cosa
devo sentirla dentro di me. Prima di prendere una partitura e portarla in
mezzo ai miei bandisti devo conoscere tutto della musica e dell’autore.
Devo sapere dove è nato, con chi ha studiato, qual era l’ambiente
culturale dove è cresciuto, quali erano le sue idee, la sua cultura,
perché ha scritto quel pezzo. Poi devo riuscire a vedere dentro la pagina
scritta anche quello che non è scritto. La cosa difficile non è la lettura
della partitura, è l’interpretazione. Quando ho capito tutte queste cose
devo essere capace di trasmetterle ad altri. Se le tengo per me non
valgono niente. Il direttore è come uno scultore: si trova sempre di
fronte a un blocco di marmo, deve riuscire a cavarne le figure. Dentro di
me sento una banda ideale, ma nella realtà devo costruire ogni brano pezzo
per pezzo, cercando di ottenere le figure migliori. Ci vogliono
temperamento, capacità di comunicazione e grande sensibilità. La
sensibilità fa anche male. Non c’è nessuna partitura che non mi abbia
fatto soffrire».
La sua presenza alla guida della Banda Cittadina di Brescia, durata fino
al 1987, può essere descritta come un percorso coerente, direi quasi
ostinato, di crescita collettiva. Aveva ben chiaro il concetto che il
miglioramento individuale è importantissimo, ma è ancora più pregevole se
viene messo al servizio del gruppo in cui si lavora. È relativamente
facile far crescere un allievo che dimostra doti spiccate; molto più arduo
e alzare la qualità di un’intera banda, dove la qualità dei componenti è
assai variegata per indole, mentalità, doti e impegno.
A fianco della banda crescono parallelamente le altre istituzioni musicali
nelle quali Giovanni è coinvolto: il Centro giovanile bresciano di
educazione musicale «Gioietta Paoli Padova» (fondato nel 1967), il Gruppo
di musica antica «Paride e Bernardo Dusi» e l’Orchestra di mandolini e
chitarre «Città di Brescia». Quanti gnari (bambini, per i non bresciani)
hanno conosciuto la musica in quelle stanze! Passo dopo passo Ligasacchi
affina i programmi e i metodi di insegnamento, seguendo la più aggiornata
letteratura didattica e pedagogica. Studia i lavori di Riccardo Allorto,
Vera D’Agostino Schnirlin, Gino Stefani, Roberto Goitre, Carlo Delfrati,
Boris Porena e tanti altri. Prende contatto con tutti questi autori, che
purtroppo continuano ad essere ignorati nella maggior parte delle scuole
di musica delle bande italiane. Gli altri continuano a campare di rendita
col solfeggio parlato (il sistema più indicato per allontanare rapidamente
i ragazzi dalla musica) e il metodo del buon Pasquale Bona, poi fanno
mettere in bocca uno strumento scelto a caso e che Dio li assista!
Ligasacchi approfondisce i testi di Emile Jacques Dalcroze, Zoltan Kodaly,
Carl Orff, Paul Hindemith, Edgard Willems, fa arrivare dischi, libri e
riviste da ogni parte del mondo e l’orizzonte si apre su un mondo fino a
quel momento sconosciuto.
“Abbiamo sentito bande americane, olandesi, giapponesi”
Giovanni intuisce che per capire esattamente dove stava andando la musica
per banda in Europa e nel mondo occorreva viaggiare e aprire le orecchie.
Nel 1966 decide di partecipare con la Banda Cittadina di Brescia al
concorso internazionale di musica di Kerkrade (Olanda):
«Per la banda di Brescia partecipare era una grossa scommessa. Non
sapevamo se ne saremmo usciti bene o male; non conoscendo in modo
approfondito la situazione delle bande mondiali, rischiavamo anche di fare
una brutta figura e di non riuscire a qualificarci. Il concorso consisteva
nell’esecuzione di un pezzo d’obbligo e di uno a libera scelta,
preferibilmente di un compositore della nazione di provenienza.
Partecipammo nella seconda categoria, perché il pezzo d’obbligo della
prima era impossibile per noi. Il brano scelto dagli organizzatori era Le
petit monde da Catie, una composizione in quattro tempi, molto bella e
moderna, sul mondo delle bambole. Per noi già c’erano delle complicazioni:
occorreva, ad esempio, avere il vibrafono. Il brano in sé non era molto
difficile; i problemi nascevano per il tipo di musica che non eravamo
molto abituati ad eseguire. Trattandosi di un concorso internazionale,
tutto diventava più complicato. La giuria era molto severa. Siamo andati a
questo concorso e abbiamo vinto il primo premio nella seconda categoria.
Abbiamo sentito bande americane, olandesi, giapponesi e ci siamo accorti
che noi italiani appartenevamo a un altro mondo, che non era più alla pari
coi tempi».
Si apre dunque per la banda bresciana una finestra sul mondo e si scoprono
molte cose nuove. In particolare si sente un nuovo sound bandistico,
quello della symphonic band, che all’estero era già ampiamente
consolidato. Si comincia a capire il valore della musica originale per
banda, storica e contemporanea e l’importanza di organizzare programmi
concertistici adeguati. Il successo ottenuto rincuora e da questo momento
l’impegno di tutti è più motivato e consapevole.
Come brano a libera scelta la Banda Cittadina di Brescia aveva proposto a
Kerkrade una composizione originale per banda di Alfredo Palombi dal
titolo Suite. Ligasacchi aveva quindi già iniziato il lavoro (o meglio la
battaglia, come lui diceva) in favore del repertorio originale, partendo
dai migliori compositori di casa nostra. Gradualmente il nuovo discorso
viene accettato. È un processo lento, condotto con molta cautela, ma nel
giro di pochi anni i programmi dei concerti della banda cittadina cambiano
radicalmente. Ligasacchi è il primo in Italia a prendere contatti con
l’editore Molenaar e a suonare la sua migliore produzione. Successivamente
si mette in rapporto con le case editrici dell’Austria, Ungheria, Francia
e Stati Uniti, vere miniere di musica bandistica di qualità. Nel volgere
di una decina d’anni la Banda Cittadina di Brescia si è dotata di un
repertorio di livello internazionale.
“È un’opera veramente commovente”
Nel contempo Ligasacchi avvia un pionieristico lavoro di ricerca sul
repertorio storico. Scrive alle biblioteche di mezza Europa e si fa
mandare i microfilm dei brani dei più grandi autori che hanno scritto per
banda. Inizia a lavorare sulle musiche bandistiche della Rivoluzione
Francese e questi studi lo portano a realizzare nel 1986 il disco Musica
della Rivoluzione Francese. In questa incisione la Banda Cittadina di
Brescia e il Coro Polifonico «La Rocchetta» di Palazzolo sull'Oglio
presentano, in prima esecuzione in Italia, i seguenti brani: Ouverture in
Do minore, per banda (Charles Simon Catel), Te Deum, per coro e banda (François
Joseph Gossec) e Hymne funèbre sur la mort du General Hoche, per coro e
banda (Luigi Cherubini).
Se consideriamo la qualità media (sia dal punto di vista dell’esecuzione,
sia da quello dei contenuti musicali) delle incisioni bandistiche italiane
di quel periodo, si tratta veramente di un disco rivoluzionario. Giovanni
ne andava giustamente orgoglioso e in particolare era affezionato al brano
di Cherubini:
«È veramente un capolavoro. Questa partitura non era a Parigi, ma alla
Biblioteca di Berlino. Ho impiegato due anni per averla, perché dalla
Germania dell’Est hanno fatto molte difficoltà. L’Inno funebre è stato
scritto nel 1797 in un momento molto difficile per la Francia che è
attaccata su tutti i fronti, soprattutto su quello tra il Reno e la
Mosella, da parte delle armate austriache e prussiane. In questa zona di
operazioni le truppe francesi sono comandate da Lazare Hoche, un generale
che ha solo ventinove anni. Viene proprio dal popolino. È un genio
militare; insieme a Napoleone vince la famosa battaglia del Reno e della
Mosella. Sconfigge gli austriaci, ma il giorno dopo muore avvelenato. Era
la speranza della Francia. La commozione del popolo è così alta, tale è il
dolore, che il Direttorio decide di fare una grande manifestazione per i
funerali di Hoche. La salma viene trasportata a Parigi e nel contempo
Cherubini compone l’Inno funebre, su parole di Marie Joseph Chenier, il
più attivo poeta della Rivoluzione. Il pezzo viene eseguito quando questo
grandissimo funerale passa davanti all’Accademia Militare. È un’opera
veramente commovente, la migliore composizione musicale della
Rivoluzione».
Parlando delle musiche per le feste e cerimonie della Rivoluzione Francese
è importante guardare oltre il dato puramente musicale e analizzare il
loro profondo significato storico-sociale. In questi momenti la musica
esce dai teatri e si riversa nelle strade e nelle piazze per essere udita
da un pubblico nuovo, vasto e popolare. L’inno per il Generale Hoche di
Cherubini si apre con una lunga marcia funebre (di difficile esecuzione
nel mantenere la pulizia e l’intonazione degli accordi su note lunghe) che
definisce l’atmosfera del brano. Seguono quattro interventi del coro che
si muovono sulla medesima melodia, ogni volta armonizzata e strumentata in
modo diverso. La ripetitività ha un valore di sottolineatura retorica, di
persuasione e di coinvolgimento. La comprensibilità della composizione non
va a discapito della sua grande qualità musicale. Beethoven non fu il
solo, tra i musicisti dell’Ottocento, a considerare Cherubini il più
grande maestro dell’epoca.
Questo momento storico segna anche la nascita della banda modernamente
intesa. Da un lato viene stimolato e reso significativo il grande
perfezionamento tecnico degli strumenti a fiato. Dall’altro vengono a
determinarsi le nuove funzioni delle bande: non più solamente gruppi di
suonatori al servizio degli eserciti o al seguito del potere, ma centri di
educazione musicale e strumenti di diffusione della musica tra le grandi
masse popolari.
“Al gh’à öna passiù vaca!”
Nel 1986 la banda di Vertova (Bergamo) festeggia il centenario di
fondazione. Scrivo per l’occasione il mio primo volume di argomento
bandistico, dedicandolo, appunto, alla ricostruzione della storia della
banda vertovese. Insieme alla presentazione del libro, gli organizzatori
hanno la buona idea di programmare un concerto della Banda Cittadina di
Brescia diretta da Giovanni Ligasacchi. È in quell’occasione che incontro
per la prima volta Giovanni e la Banda Cittadina di Brescia. Qualche mese
prima gli avevo scritto una lettera, chiedendogli suggerimenti per le mie
ricerche di storia bandistica. Mi aveva risposto con due pagine fitte di
indicazioni, che concludeva assicurandomi: “Ad ogni modo io sono
disponibile ad aiutarla nel suo lavoro, mettendo a sua disposizione le mie
modeste capacità”.
Il “lei” è durato ben poco e anche gli scambi epistolari non sono stati
più necessari, perché da quel momento è iniziata una lunga serie di
incontri, che per me erano dei veri e propri corsi di formazione e per lui
erano anche l’occasione per pronunciare le sue proverbiali requisitorie
contro il mondo bandistico italiano, colpevole di posizioni arretrate,
campanilismo, poca voglia di progredire, cerimonialità fasulla, ecc. Aveva
molte frecce al suo arco e le usava tutte, lasciando sul campo molti morti
e feriti gravi. Io mi prestavo a fargli pazientemente da spalla, perché
capivo che gli faceva bene sfogarsi. Del resto lo faceva spesso anche in
occasione di incontri, conferenze, seminari di studio. Detestava
cordialmente l’associazionismo conviviale e inconcludente e non ne faceva
mistero. Certamente le sue sfuriate hanno mosso le acque stagnanti.
Passata la bufera, il discorso si faceva più pacato e si passava alla fase
costruttiva. In quel “triangolo” tra la sua casa, la sede della banda e
quella del centro di educazione musicale era racchiuso il suo mondo e io
ho avuto la fortuna di conoscerlo a fondo. Amava particolarmente “il
Centro”, come affettuosamente lo chiamava, mentre io lo definivo “il
Conservatorio del Carmine”. Era veramente il centro del suo lavoro, dove
la musica si respirava nell’aria. Un paio di anni fa ho avuto occasione di
visitarlo ancora e confesso che mi hanno fatto tenerezza quelle importanti
e rare collezioni di riviste musicali nazionali e internazionali
interrotte quando lui ha dovuto abbandonare l’attività.
In quel “triangolo” sono passate eminenti personalità del mondo bandistico
e musicale nazionale e internazionale: direttori, compositori, didatti,
musicologi coinvolti a vario titolo nelle iniziative di Ligasacchi. A
Brescia ho perciò trovato una fonte inesauribile di riferimenti, contatti,
indicazioni bibliografiche per proseguire i miei percorsi di ricerca;
nessun conservatorio in Italia mi avrebbe potuto dare la decima parte di
quello che ho avuto da Giovanni.
A fianco dell’attività didattica e direttoriale, Ligasacchi sapeva
perfettamente che era molto importante curare la divulgazione. Per questo
motivo si dedicava anche a scrivere brevi saggi e articoli su riviste, in
particolare su «Brescia Musica», nata a metà degli anni Ottanta. Non era
né un musicologo, né un filologo: scriveva per farsi capire da tutti e per
suscitare passione per la musica e in particolare per la banda. I suoi
scritti non contengono grandi scoperte, ma sono in pratica dei riassunti
delle sue letture, messi a disposizione di tutti. Io sono convinto che
spesso ottiene più risultati uno scritto di questo genere che un dotto
esercizio accademico. Leggeva molti libri in varie lingue e usava un lapis
nero a carboncino per sottolinearli con orrendi segnacci neri. Quando gli
dicevo che i libri non si dovevano maltrattare così rideva di gusto e
nella successiva visita me ne mostrava altri dove, oltre ai segnacci,
notavo con raccapriccio anche delle “orecchie”. Di me diceva: «Al gh’à öna
passiù vaca!» e questo mi riempiva di orgoglio. Aveva capito che non stava
perdendo il suo tempo a darmi retta e che io avrei continuato a lungo a
interessarmi di bande.
Quanti sono stati i suoi allievi? Centinaia. Alcuni di loro si sono
affermati ad alto livello nel mondo concertistico, compositivo e
didattico. I più sensibili continuano a percorrere in modo fedele e
coerente le strade da lui indicate.
Ciao, amico e maestro Giovanni!
Carissimo Giovanni, nel salutarti non userò frasi patetiche del tipo “ora
dirigerai lassù i concerti degli Angeli”. Non sono un esperto in materie
angeliche e non ho informazioni dettagliate circa eventuali pratiche
musicali di queste svolazzanti creature paradisiache. Il tuo impegno è
sempre stato molto concreto e terreno e i risultati del tuo lavoro
rimarranno qui sul nostro pianeta. Quello che hai costruito con tanta
dedizione ci parlerà a lungo di te.
Il tuo allievo Marino Anesa.
Scritti di argomento bandistico di Giovanni Ligasacchi
- Le bande tra passato e presente, in «Laboratorio
Musica», a. 2, n. 14-15, luglio-agosto 1980, pp. 25-28
- Tradizione e storia delle bande musicali
bresciane, in «Brescia Musica», dal n. 0, a. 1, dicembre 1985 al n. 9,
a. 2, ottobre 1987
- Amilcare Ponchielli maestro di banda, in «Brescia
Musica», a. 1, n. 5, dicembre 1986, pp. 13 e 22
- Una moderna didattica per le nostre scuole, in
«Risveglio Musicale», a. 6, n. 2, aprile 1987, pp. 4-5
- Beethoven e la “Musica d’uso”: Marce e danze per
banda, in «Brescia Musica», a. 2, n. 8, giugno 1987, p. 13
- Antefatti e storia della Banda Cittadina [di
Brescia]. 190 anni di vita, in «Brescia Musica», a. 3, n. 13, giugno
1988, p. 8
- 1798-1988. La Banda Cittadina [di Brescia] compie
190 anni, Brescia, a cura di «Brescia Musica», 1988
- Sette musicisti per Il poema “14 luglio” di
Romain Rolland, in «Brescia Musica», a. 5, n. 21, febbraio 1990, p. 10
- Serge Lancen. Un musicista da scoprire, in
«Brescia Musica», a. 5, n. 21, febbraio 1990, p. 17
- La musica negli Stati Uniti. L’apporto degli
immigrati, in «Brescia Musica», a. 5, n. 22, giugno 1990, p. 21
- Carlo Bossini musicista bresciano, in «Brescia
Musica», a. 5, n. 23, ottobre 1990, p. 20
- Il tamburino meraviglioso. Radici popolari e
ricchezza propositiva di Charles Ives, in «Brescia Musica», a. 6, n. 29,
dicembre 1991, p. 11
- Concorso nazionale per bande musicali.
Riflessioni a più voci, in «Brescia Musica», a. 7, n. 30, febbraio 1992,
p. 9
- Amilcare Ponchielli und die Blasmusik, in
Kongressberichte Oberschützen/ Burgenland 1988 Toblach/Südtirol 1990,
Herausgegeben von Bernhard Habla, «Alta Musica», Band 14, Tutzing,
Verlegt bei Hans Schneider, 1992, pp. 209-215
- Tradizioni musicali inglesi, in «Brescia Musica»,
a. 8, n. 35, febbraio 1993, p. 15
- Amilcare Ponchielli e la musica per banda, in Il
repertorio sommerso. Musica storica per la banda d’oggi, Atti del
convegno, Palermo 13-15 dicembre 1991, a cura di Gaetano Pennino,
Palermo, Regione Siciliana - Assessorato ai Beni culturali e ambientali
e alla Pubblica istruzione, 2000, pp. 61-67.
Marino Anesa intervista Giovanni Ligasacchi nella sede della Banda
Cittadina il 4 ottobre 1986 (foto Riccardo Schwamenthal).
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